8 Dicembre 2021

PAPPAGALLI (NELL’ARTE) CHE NON DOVREBBERO ESSERCI

di Giancarlo Pavat in collaborazione con Gioia Pavat per le foto dei pappagalli Pedro e Conny

Due “ara” scarlatte.

Dieci anni fa, a Londra, durante i lavori per costruire un centro commerciale o qualcosa del genere, a circa 5-6 metri sotto l’attuale piano stradale cittadino, gli operai rinvennero una villa romana del I secolo d.C.. La scoperta, come ebbero modo di sottolineare gli esperti del Museum of London Archeology, non solo ha confermato (se mai ce ne fosse stato ancora bisogno) le origini romane della capitale britannica, ma si è dimostrata decisamente straordinaria in particolar modo per le raffinate opere d’arte che la decoravano. Specialmente mosaici pavimentali e affreschi parietali.

L’affresco con i due pappagalli rinvenuto nella villa romana scoperta a Londra nel 2011 (fonte immagine: https://www.londrainitaliano.it/londra-dagli-scavi-spunta-un-affresco-romano-del-i-secolo-d-c

Secondo gli archeologi che hanno effettuato il recupero” spiega Elio Cadelo nel suo libro “L’oceano degli Antichi” (nuova edizione aggiornata LEG edizioni 2018) “l’autore delle pitture non era del luogo ma, molto probabilmente, era italiano come si poteva dedurre dal tipo di pittura, dalla raffinatezza delle immagini e dalla bellezza della composizione. Infatti la parte centrale di un affresco presenta una scena idilliaca con due daini intenti a rosicchiare foglie da un albero da frutto sul quale sono appollaiati due pappagalli”. Ed è proprio per questi due variopinti volatili che ci stiamo occupando in questa sede della scoperta archeologica londinese. Infatti parleremo di una ben precisa “curiosità” che è possibile riscontrare in diverse opere dell’arte occidentale databili a diversi periodi storici. La ”curiosità” consiste nella presenza, appunto, di pappagalli CHE NON DOVREBBERO ESSERCI. O, meglio, che avrebbero dovuto essere totalmente sconosciuti all’artista di turno in quanto specie tipiche di regioni del nostro pianeta ignote agli Occidentali all’epoca della realizzazione di quei determinati manufatti artistici.

Partiremo alla scoperta di questo enigma in compagnia dei simpatici amici, Pedro e Conny, immortalati negli scatti della giovanissima Gioia Pavat.

Pedro (il pappagallo verde) e Conny (la pappagallina della specie “Conuro del Sole”) (foto Gioia Pavat).

Tornando al dipinto londinese, Cadelo, che da tempo scrive libri sulle reali conoscenze geografiche, marinare e astronomiche delle Antiche Civiltà, incuriositosi in merito alla specie di appartenenza dei due animaletti, ha “inviato l’immagine dell’affresco ai maggiori ornitologi italiani chiedendo loro di identificare la specie dei pappagalli raffigurati”.

La risposta è stata stupefacente.

Tutti gli specialisti del settore hanno escluso l’ipotesi che i pappagalli rappresentati appartenessero al gruppo dei “parrocchetti” (come invece affermato dagli archeologi inglesi NDA), confermando invece la loro appartenenza al genere Ara o ai generi sistematicamente prossimi”.

È noto che questi bellissimi e grandi volatili sono originari dell’America meridionale. Vivono in un’areale vastissimo, compreso tra l’Istmo di Panama e le regioni settentrionali dell’Argentina. Quindi, come potevano essere noti ad un artista romano del I secolo d.C..?

la pappagallina Conny fotografata da Gioia Pavat

Su questo nostro sito www.ilpuntosulmistero.it, ci siamo già occupati di pappagalli che NON DOVREBBERO ESSERCI.

Ad esempio nell’articolo “Incredibile scoperta! Un Cacatua dall’Australia alla Corte di Palermo di Federico II di Svevia” pubblicato il 10 luglio 2018. In cui si parla dell’identificazione (avvenuta in quell’anno) di ben quattro esemplari di Cacatua (o Kakatoa) da parte di tre studenti finlandesi; Pekka Niemelä dell’Università di Turku, Jukka Salo zoologo e Simo Örmä dell’Istituto Finlandese di Roma, nientemeno che nell’opera del XIII secolo DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS del grande Federico II di Svevia. Per un approfondimento della tematica (e per scoprire come erano finiti dei cacatua, tipici della Nuova Guinea e dell’Australia, alla corte sveva di Palermo) si consiglia la lettura del citato articolo.

Ma i quattro esemplari del DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS non sono gli unici Cacatua rintracciabili nell’arte occidentale.

Uno dei quattro esemplari di cacatua miniati nel trattato medievale DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS di Federico II di Svevia. Immagine sotto: un Cacatoa australiano in penne e cresta.

Un altro esemplare si trova in un vero e proprio capolavoro del rinascimento italiano. Si tratta della “Madonna della Vittoria”, una grande pala d’altare (tempera su legno, 280×166 cm) realizzata da Andrea Mantegna (1431-1506) su commissione del marchese di Mantova Francesco Gonzaga (1466-1519) per l’omonima chiesa mantovana, come ex voto per la vittoria nella battaglia di Fornovo di Taro del 6 luglio 1495, sulle truppe francesi di Carlo VIII re di Francia. Si tratta di un episodio di quel lungo e tragico periodo delle cosiddette “Guerra d’Italia” dei secoli XV-XVI. Con la vittoria di Fornovo, la lega di Stati e staterelli italiani guidati dal Gonzaga, riuscì a cacciare i francesi dalla Penisola ma, purtroppo, solo temporaneamente. Ma la sconfitta brucerà a lungo ai Francesi. Tanto che, quando, secoli dopo, un altro invasore d’oltralpe, Napoleone Bonaparte, dilagherà nel nostro Paese, vorrà a tutti i costi impadronirsi della pala della Madonna della Vittoria. Il “Petit caporal” non sopportava il fatto che potesse esistere un’opera d’arte che glorificava un trionfo degli Italiani sui francesi. E diede ordine di razziarla. Infatti oggi è esposta al Louvre e suoi compatrioti si guardano bene dal restituirla in barba a tutti gli accordi e leggi internazionali secondo i quali le prede di guerra vanno riconsegnate ai legittimi proprietari.

In tempi recenti, la pala della “Madonna della Vittoria è diventata ancora più famosa. Infatti, nel 2014, la professoressa Heather Dalton della School of Historical and Philosophical Studies of University of Melbourne (Australia), ha annunciato al Mondo di aver scoperto nell’opera di Andrea Mantegna proprio un Cacatua. Ovvero il pappagallo bianco con la caratteristica cresta gialla, che, come si è già visto è originario delle terre dell’Oceania.

la pala d’altare della “Madonna della Vittoria” (tempera su legno, 280×166 cm) realizzata da Andrea Mantegna (1431-1506), rubata dai soldati napoleonici e oggi esposta al Louvre di Parigi.
Particolare della pala con il cacatua raffigurato dal Mantegna.

Una scoperta (passata quasi sotto silenzio in Italia e in Europa) che dovrebbe far rivedere tutte le concezioni sulle conoscenze scientifiche e marinare del Passato. È ovvio che il Mantegna non è mai stato nei Mari del Sud ma è altrettanto ovvio che ha avuto modo di vedere una raffigurazione del volatile oppure un esemplare impagliato o addirittura vivo. Ma sui libri di scuola e sugli atlanti c’è scritto che a “scoprire” l’Australia fu nel 1770 il luogotenente e poi capitano della Royal Navy James Cook (1728-1779). In realtà le coste settentrionali dell’”Ultimo Continente” furono sicuramente avvistate già nel 1605 dal navigatore spagnolo Luìz Vaèz de Torres (1565-1610). Comunque, a sbarcare effettivamente per primi sarebbero stati l’anno dopo, gli olandesi guidati da Willem Janszoon (1570-1630).

Controversi ritrovamenti archeologici avvenuti negli ultimi anni in Australia (come alcuni antichi graffiti aborigeni che apparentemente ritraggono navi in uso in Portogallo tra il XVI ed il XVII secolo), sembrerebbero dimostrare che, in realtà, in primi ad arrivarci sarebbero stati i Portoghesi tra la fine del XVI secolo ed i primi anni del secolo successivo. In ogni caso, a guardar bene le date, sempre molto dopo l’opera del Mantegna. Quindi? Chi viaggiava e commerciava con le popolazioni e culture dei Mari del Sud in pieno Rinascimento? Per ora il mistero rimane.

Ma non solo avifauna dell’Oceania. I pappagalli sudamericani della specie Ara dell’affresco della villa romana di Londra sono in buona compagnia. E che compagnia! Uno di loro campeggia in un altro capolavoro del Rinascimento. 

Nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, “Sanctae Crucis in Hierusalem”, a Roma, prima di accedere alla Cappella di Sant’Elena, si può ammirare la volta abbellita da un grandioso mosaico policromo, noto come “Gesù Benedicente attorniato dagli Evangelisti”, che riprende motivi paleocristiani.

La datazione e l’attribuzione dell’opera è ancora oggetto di dibattito tra gli storici dell’arte.

Ad esempio, sono stati fatti i nomi del Pinturicchio (1454-1513) e del Perugino (1450-1523). Secondo la maggioranza degli esperti, l’autore più plausibile sembrerebbe essere Melozzo da Forlì e l’anno il 1484. Se non fosse per alcuni piccoli particolari. Che ci fanno nel mosaico ananas, pannocchie di mais ed addirittura quello che sembra proprio un pappagallo amazzonico?” (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento” – Edizioni belvedere 2010)

Due “ara” scarlatte.

Siccome l’animale effigiato è indubbiamente e precisamente un “Ara scarlatta” o “Ara Macao”, il grande e variopinto pappagallo diffuso nella foresta dell’Amazzonia e in tutta l’America tropicale, e che il mosaico venne completato ben prima non solo della scoperta ufficiale del Brasile da parte dei Portoghesi ma addirittura del primo viaggio di Colombo, gli storici dell’arte, in evidente imbarazzo, hanno sentenziato che il volatile è stato sicuramente aggiunto dopo. Effettivamente nel primo decennio del XVI secolo Baldassarre Peruzzi (1481-1536) restaurò il mosaico di Melozzo (morto nel 1494). Ma non vi è alcuna prova che il Peruzzi abbia aggiunto qualche particolare e, soprattutto, che avesse visto dal vero o in effige un simile animale. Non è forse più logico pensare che in realtà tale variopinto e bellissimo volatile era già noto, se non altro nelle gerarchie ecclesiastiche (al Tempo depositarie della Cultura e della Conoscenza e nel caso del mosaico in questione committenti del Melozzo) semplicemente perché qualcuno c’era già stato, da molto tempo e svariate volte, nelle immense terre oltreoceano?

Immagini sopra e sotto: la volta del vestibolo della cappella di Sant’Elena nella basilica romana di Santa Croce  in Gerusalemme con evidenziato il pappagallo “Ara” (foto Giancarlo Pavat 2017). 
La Basilica di santa Croce in Gerusalemme a Roma (foto Giancarlo Pavat 2017)

Sentiamo le conclusioni di Elio Cadelo… “[…] è bene ribadire che (in merito all’affresco della villa romana di Londra NDA) siamo dinanzi ad una ulteriore prova che attesta, senza ombra di dubbio, che in epoca romana ci sono stati scambi culturali tra il vecchio e il Nuovo Mondo” (da E. Cadelo “L’oceano degli Antichi” (nuova edizione aggiornata LEG edizioni 2018).

Quindi tutti questi casi di manufatti artistici (spesso veri e propri capolavori come le miniature del DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS di Federico II o la Pala del Mantegna) dimostrano che i Romani, gli Europei del Medio Evo e del Rinascimento navigavano e avevano contati commerciali con terre aldilà degli oceani ben prima dei viaggi di Portoghesi e di Cristoforo Colombo nel XV secolo. E sarebbe anche ora di trovarlo scritto sui manuali scolastici invece che continuare a propinare ai giovani che le Antiche Civiltà e gli uomini medievali erano “confinati” all’interno del Mediterraneo e tremavano al solo pensiero di ciò che avrebbero potuto trovare oltre la Colonne d’Ercole.

Conny e Pedro fotografati da Gioia Pavat.

Fonte: Il Punto sul MIstero.it

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