18 Ottobre 2021

IL TRIONFO DELLA MORTE NEGLI AFFRESCHI DELLA CRIPTA DELLA CHIESA DI SANTA MARIA DEL CARMINE A MONTEFORTE IRPINO (AV);

di Riccardo Sica

Un frammento degli affreschi della Cripta della chiesa di S. Maria del Carmine – foto Marco Di Donato 2021.

La Chiesa di Santa Maria del Carmine più comunemente chiamata chiesa della Portella si trova a Monteforte Irpino in provincia di Avellino ed ha al suo interno alcuni particolari affreschi.

L’origine della chiesa è incerta in quanto non si conosce con certezza una data di origine, quel che si sa è che in un documento del 1650 viene già definita come “molto antica”.

Sotto la chiesa vi è una cripta sede dell’antichissima tradizione dei “Battenti”, ma quel che colpisce sono gli affreschi qui presenti.

Anche in questo caso nulla si sa circa la data della loro realizzazione, ma l’analisi delle pitture richiama alla mente la peste nera che, generatasi in Asia centrale-settentrionale durante gli anni trenta del 1300, si diffuse in Europa a partire dal 1346, dando origine alla seconda pandemia di peste. Quel che colpisce di questi affreschi è il fatto che sono ispirati al tema del Trionfo della Morte.

In Italia i principali esempi di questo tema pittorico che va dal macabro all’allegorico, sono cinque e tutti realizzati tra il XIV e XV secolo.

Il “Trionfo della Morte” del Sacro Speco di Subiaco risalente al XIV secolo
Il “Danza macabra” di Tallin in Estonia

Senza dubbio il più celebre è quello di Palermo, custodito a Palazzo Abatellis, poi si succedono quelli di Clusone (Bergamo), Lucignano (Arezzo) Pisa (nel Camposanto) e a Subiaco (RM) nel Sacro Speco. Complessivamente si può affermare che un’oceanica interpretazione del tema della morte abbia attraversato tutto lo Stivale da Bergamo a Palermo e che ognuno di questi dipinti mostri una diversa interpretazione della protagonista (ossia la Morte) con vari tratti di reciproca somiglianza.

Il Trionfo della Morte presente a Palermo è un affresco staccato (600×642 cm) conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis, datato al 1446 circa,  probabilmente realizzato da Antonio Crescenzio. Si suppone che l’opera palermitana, dato il suo elevato livello artistico, sia frutto di una diretta commissione reale o di una commissione da parte dei rettori dell’ospedale. La Peste nera del 1348 è quella che fa da sfondo al Decameron di Giovanni Boccaccio e per la sua iconografia e stile sembra molto vicina alla Morte Nera che cavalca un destriero, così come presente a Palermo, Subiaco (RM), Lucignano (BG) e Monteforte Irpino (AV).

L’immagine della Morte a cavallo presente nell’affresco di Palermo appare analoga, sotto forma di scheletro, a quella di Monteforte Irpino. Qui la morte va in scena, come sotto le sembianze del vivente ischeletrito di Albrecht Dürer, a declinare il rapporto tra vita e morte. Va in scena la loro asimmetrica alleanza, l’effimero dominio dell’essere, lo scheletro, appunto, e la permanenza senza rimedio del nulla, cioè il vuoto, la morte e quindi il trionfo della morte. L’opera di Palermo si ritiene possa aver dato ispirazione al pittore fiammingo Pietr Bruegel per il suo Trionfo della Morte, dopo la visita del pittore a Palermo avvenuta nel 1552 circa.

Il “Trionfo della Morte” di P. Bruegel a Palermo, datato al 1552
 Il medico della peste – foto Marco Di Donato 2021

Ma gli affreschi montefortesi, sotto certi aspetti, potrebbero richiamare alla mente anche l’iconografia del Trionfo della morte di Buonamico Buffalmacco – pittore fiorentino del XIV secolo – che tra il 1336 e il 1341 decorò il Camposanto di Pisa. L’opera, gravemente danneggiata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, è stata di recente restaurata sotto la guida del prof. Paolucci.

Se l’iconografia, lo stile e soprattutto un’adeguata opera di restauro confermassero questa impressione, gli affreschi a Monteforte Irpino potrebbero trovare riferimento ispirativo nella “Peste Nera” e in buona parte dei successivi Trionfi della Morte.

Lo scheletro presente negli affreschi montefortesi sembra galleggiare nel vuoto, niente sembra potersi riflettere nel suo specchio buio che la Morte tiene stretto e ben posizionato nella mano sinistra, non può riflettersi neppure il suo volto, perché la morte non ha volto, è il nulla, il vuoto, l’assenza. Della morte non si dà rappresentazione. Da qui scaturisce l’intuizione geniale dell’anonimo autore degli affreschi montefortesi, ossia quella di esprimere l’immagine della Morte con il vuoto privo di immagini proprio in quello specchio che non riflette e che quindi non ha capacità di riflettere.

Con altrettanta genialità l’anonimo autore ricorre nello spazio intorno ad immagini che fanno riferimento alla peste, alla malattia, cioè ad immagini legate alla dea della morte: nasce così la rappresentazione della figura scheletrica del medico con la maschera. A tal riguardo bisogna dire che sebbene storicamente l’idea di un indumento completo fu proposta da Charles de Lorme solo nel 1619, già a partire da metà del XIV secolo i medici, durante le epidemie, iniziarono a indossare maschere a forma di becco tenute alla nuca da due lacci.

L’ignoto artista degli affreschi di Monteforte Irpino, si trova così a tentare di raffigurare la Morte tramite le forme, i colori, i simboli, le allegorie, tra ghirigori barocchi svolazzanti, ma così facendo finisce per produrre soltanto bellezza impotente (che non può restituire la vita)… ossia la bellezza dell’arte.

È questo l’eterno tentativo di esprimere in immagini l’esito ineluttabile e inconoscibile di ogni uomo, di ciascuno di noi, è l’inesausta energia vitale di ogni cultura artistica di fronte alla morte.

Tuttavia l’immagine che più impressiona negli affreschi montefortesi è forse proprio quella dello scheletro che, privo di vita, affonda leggero, semovente, oscillante come nelle acque del mare, nello spazio vuoto intorno: fa quasi paura perché la riconosciamo, quell’immagine, come rappresentazione della Morte, per ciò che semplicemente è, ovvero la fine della vita, il corpo inerte che ha perso la forza vitale, in cui il cuore ha smesso di battere e il sangue di colorare la pelle.

Quanta attualità di significati e di messaggi presenti in questi affreschi montefortesi sono oggi piò che mai attuali vista la pandemia che stiamo vivendo dovuta all’invisibile virus del Coronavirus! Lo scheletro, che aveva fatto il suo ingresso trionfale nel 1300, diventa così, oggi, purtroppo, attraverso queste immagini pittoriche montefortesi, il paradigma del macabro, della morte, di quella morte di ossa e polvere diventata emblema ormai del nostro immaginario collettivo contemporaneo.

La “Danza macabra” di Cristoglie in Istria (oggi in Slovenia), realizzata nel 1490 da Giovanni da Castua.

Appare comunque necessario evidenziare anche un aspetto che a molti appassionati di storia dell’arte sicuramente non sarà sfuggito, ossia la raffigurazione dell’Angelo che presenta una diversità di stile e che pertanto lo rende di epoca sicuramente più recente rispetto al resto degli affreschi. Ciò potrebbe avere una sua spiegazione nel fatto che, come consuetudine di quel tempo, la parte veniva solitamente utilizzata più volte per dipingerci altri affreschi.

Ad ogni modo, questo Angelo reca tra le mani un cartiglio su cui è la scritta Surgite mortui et venite ad iudicium, tratta da San Girolamo, con esplicito riferimento al Giudizio universale. Si può supporre, infatti, che l’autore, facendo sua la frase di S. Girolamo, voglia comunicare che c’è ancora la possibilità di salvezza per l’uomo, negando il Trionfo della Morte vittoriosa.

Immagini sopra e sotto: gli affreschi del “Trionfo della Morte” della Cripta di Santa Maria del Carmine di Monteforte (AV) – foto Marco Di Donato.

Si sa, infatti, che nella testimonianza biblica ove Gesù sarà il giudice è contenuta la promessa che il giudizio di Dio sul male e su ogni colpa sarà un giudizio di grazia.

Senonché la smentita sarebbe solo apparente, perché la diversità di stile con cui è raffigurato quest’Angelo rispetto al resto della raffigurazione fa agevolmente pensare che tale Angelo con la scritta e la maschera bianca sul cranio di uno scheletro, propria del “medico della peste”, siano state dipinte (probabilmente dopo il 1656) da mano diversa di artista e in epoca posteriore a quella in cui sembra eseguita la metafora pittorica degli scheletri del “Trionfo della Morte”.

Nel complesso si può certamente dire che il patrimonio culturale italiano non finisce mai di stupire e che grazie all’ausilio di appassionati e studiosi è possibile far emergere dall’oblio opere artistiche troppo velocemente dimenticate ma che in realtà meriterebbero la dovuta attenzione.

(Riccardo Sica)

in collaborazione con Marco Di Donato.

Si ringrazia il professor Armando Montefusco, a cui si deve l’opera di salvaguardia, valorizzazione e divulgazione del Patrimonio artistico costituito dagli affreschi della Cripta ella chiesa di Santa Maria del Carmine a Monteforte  (AV).

Il “Trionfo della Morte” di Clusone

Fonte: Il Punto sul MIstero.it

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