18 Ottobre 2021

CONOSCENZE PERDUTE; SIRIO’S COSPIRACY. I MISTERI DEI DOGON E DELLE STELLE DI SIRIO

di Giancarlo Pavat in collaborazione con Alessandro Middei


La recente divulgazione della scoperta, avvenuta in Africa, nella remota regione sudanese di Kassala, di antichissime sepolture che sembrano riprodurre sul terreno la conformazione di lontane galassie, ha fatto tornare d’attualità l’affascinante tematica relativa alle conoscenze astronomiche delle antiche Civiltà e culture.

Ce ne siamo occupati in diverse occasioni anche su questo sito. D’altronde molti di noi hanno conosciuto (e sono stati onorati della sua amicizia) Giorgio Copiz. Il geniale precursore degli studi di archeoastronomia, quando ancora non esisteva nemmeno questo termine e ben prima della scoperta da parte dell’amico Robert Bauval della correlazione tra le tre grandi Piramidi di Giza in Egitto e le Stelle della Cintura di Orione.

Copiz è stato colui che si è reso conto che i siti del Lazio meridionale che ospitano arcaiche strutture in opera poligonale, disegnano sul terreno le Costellazioni del Leone, del Sagittario, dei Gemelli ecc. In pratica, aveva dimostrato (carte del Lazio alla mano) che gli antichi (e ancora oggi sconosciuti) artefici di queste meraviglie architettoniche (note popolarmente come Mura ciclopiche), avevano voluto riprodurre sulla superficie terrestre ciò che vedevano nel cielo notturno.

Ma non solo. Procedendo con gli studi si è appreso che molte strutture e, a volte, intere città sono state orientate astronomicamente.

Il compianto don Giuseppe Capone ha dimostrato che la sconcertante acropoli (o Civita) in opera megalitica di Alatri (FR) venne costruita a partire dal punto toccato dal primo raggio di Sole del Solstizio d’ Estate. E che, inoltre, l’intera struttura in opera poligonale riproduce la forma della Costellazione dei Gemelli.

Ovviamente qualcuno dirà che una cosa è riprodurre figure di animali, eroi, mostri, che di vedono alzando gli occhi alla volta stellata notturna (come nel caso delle città ciclopiche laziali o delle tre piramidi di Giza), un’altra è realizzare mediante megaliti o strutture litiche, le forme di galassie non visibili ad occhio nudo.

Ma, a parte il fatto che non sappiamo con esattezza quali fossero le conoscenze e gli strumenti tecnologici in possesso delle Civiltà del Passato (ad esempio numerosi indizi archeologici fanno ritenere che il cannocchiale non sia stato scoperto da Galileo Galilei ma che fosse già noto agli antichi abitanti della Mesopotamia), non bisogna dimenticare che un manufatto spiraliforme non deve per forza imitare la forma di una galassia. La Spirale esiste in Natura un po’ ovunque. Basti pensare alle conchiglie. Quindi…….

Ma nonostante ciò, in attesa delle necessarie verifiche e riscontri (se possibili), la scoperta sudanese (che ha tra i protagonisti anche uno studioso italiano, Stefano Costanzo, dottorando in archeologia dell’Università di Napoli) ha fatto tornare in mente un’altra misteriosa vicenda che vede per protagonista una popolazione africana e le sue presunte conoscenze astronomiche.

Quando nella propria vita (per il naturale scorrere del Tempo o per improvvisi accidenti che tutto travolgono) si chiudono per sempre determinati periodi, fa bene riandare con la mente e il cuore al Passato. Far riemergere vecchi ricordi che servono a lenire il dolore e la tristezza. E un modo per farlo è riprendere in mano oggetti degli anni passati, accarezzare doni di un tempo e sfogliare vecchi libri.

E proprio sfogliando un libro che i miei genitori mi regalarono nel lontano gennaio del 1983, si sono riannodati i fili dell’enigmatica vicenda della popolazione africana e delle “conoscenze che non dovrebbe avere”.

Si tratta di un libro di grande formato, con una splendida sovracopertina in cui fa bella mostra di sé, una stupenda fotografia con la Sfinge di Giza in primo piano e la piramide di Chefren alle sue spalle (che però è finita in quarta di copertina). Mai come in questo caso il buon giorno si vede dal mattino, visto che quell’immagine sintetizza efficacemente i contenuti dell’”Atlante dei Misteri” (titolo originale “The world Atlas of Misteries” del 1978, edizione italiana del 1982 per i tipi dell’Istituto Geografico De Agostini) dell’inglese Francis Hitching (classe 1933).

Copertina de “Atlante dei MISTERI” – edizione italiana

A pagina 108 c’è un capitolo intitolato “I primi astronomi”, in cui è descritta la curiosa e misteriosa vicenda relativa ad una popolazione dell’Africa Occidentale. E più precisamente del Mali. I Dogon.

Stanziato da tempi immemorabili in una area a sud del deserto del Sahara, nella cosiddetta regione della Falesia di Bandiagara (Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dal 1989), il popolo dei Dogon (attualmente composto da circa 240.000 individui) sembra possedere conoscenze astronomiche che non dovrebbero far parte del bagaglio culturale di una popolazione (teoricamente) primitiva.

Cartina del Mali da Treccani – Nel cerchio rosso la regione della Falesia di Bandiagara

Prima di procedere nel cercare di capire di quali conoscenze si tratta, è bene sottolineare sin da subito che i Dogon non sono affatto dei primitivi e che non vivono (e non vivevano neanche nel secolo scorso) isolati dal resto del Mondo.

Entrando di più nello specifico, i Dogon possiedono precise informazioni e dati su una luminosissima stella della nostra volta celeste; Sirio.

Conoscenze che paiono impossibili da avere senza osservazioni astronomiche mediante l’utilizzo di telescopi.

La stella Sirio (chiamata in latino Sīrĭus, proveniente dal greco Σείριος Séirios, ovvero “splendente”) fa parte del sistema binario Sirio A e Sirio B. Forma insieme ad altre stelle la “Costellazione del Cane” e pur appartenendo al cielo Australe è visibile anche a sud del cielo Boreale, quindi dal nostro emisfero. In Astronomia con il termine sistema binario, in questo caso di stelle, si indica un sistema in cui due corpi celesti (sistema di stelle doppie) sono attratti reciprocamente dalla rispettiva attrazione gravitazionale, legandosi in maniera perpetua.

Sirio A nella Costellazione del Cane – foto wikipedia

Sirio A è la stella più luminosa del cielo con una magnitudo apparente di -1,46, è una stella bianca, ha una massa circa 2,1 volte quella del nostro Sole ma è 25 volte più luminosa dello stesso. Inoltre ha una temperatura di 9.500K (contro i circa 6.000K del Sole) ed è relativamente vicina al nostro sistema solare con una distanza di “appena” 8,6 anni luce. Tutte queste caratteristiche spiegano il suo splendore nel cielo notturno.

Nella foto si denota la differenza di luminosità di Sirio B (indicato dalla freccia) rispetto a Sirio A, è si intuisce quindi la difficoltà ad osservarlo – foto wikipedia

Sirio B, invece, è una “nana bianca”, diventata tale dopo il collasso da gigante rossa; il suo volume è paragonabile a quello del nostro Pianeta ma ha una massa come quella del Sole, quindi è pesantissima. È migliaia di volte meno luminosa della sua sorella Sirio A, e data la vicinanza ad essa non è possibile osservarla ad occhio nudo. Infatti il sistema binario di Sirio si può risolvere solo con strumenti astronomici dedicati. L’osservazione di queste due stelle può avvenire attraverso telescopi a specchi di media grandezza (almeno 200-300mm di apertura) o con rifrattori apocromatici di almeno 100-130mm di apertura, con oculari che permettono elevati ingrandimenti.

Il Mistery Team si prepara ad una sessione osservativa in montagna; il telescopio è un Celestron C8 che con i suoi 8″(200mm) di diametro potrebbe essere idoneo a risolvere il sistema binario di Sirio.
Altra sessione osservativa, questa volta con uno splendido rifrattore apocromatico, ideale per l’osservazione di Luna, pianeti e soprattutto stelle doppie come nel caso di Sirio

Dall’analisi del moto orbitale delle due stelle, si è recentemente (1995) ipotizzata la presenza di un’altra stella facente parte del sistema Sirio, ovvero Sirio C, una nana rossa, ma data la sua prossimità a Sirio A, milioni di volte più luminosa, non è possibile l’osservazione ottica della piccola stella.

Questo è quanto conosciamo attualmente in merito a Sirio A e B. Ma che cosa sanno i Dogon e come è giunta in Occidente la storia di queste “conoscenze che non ci dovrebbero essere” e come si è diffusa tra il pubblico di appassionati di misteri?

Tutto sembra iniziare negli anni ’30 del XX secolo quando il territorio dei Dogon faceva parte dell’Africa Occidentale francese.

Gli antropologi francesi Marcel Griaule (che fu il primo titolare della cattedra di etnologia alla Sorbona di Parigi. Nato a Aisy-sur-Armançon il 16 maggio 1898 e morto a Parigi il 23 febbraio 1956) e Germaine Dieterlen (pioniera di nuove tecniche ed approcci di studi etnografici. nata a Valleraugue il 15 maggio 1903 e morta a Parigi il 13 novembre del 1999) vissero tra i Dogon dal 1931 al 1956.

I due, non avendo la spocchia di superiorità razziale che spesso contraddistingueva gli scienziati europei, riuscirono a farsi accettare e benvolere dai membri della tribù. A tal punto che i saggi dei Dogon li misero a conoscenza delle tradizioni e dei miti più segreti e intimi del proprio popolo.

Griaule “in diverse spedizioni in Africa fra il 1931 e il 1946, il tra cui la famosa “Missione Dakar-Gibuti”, ebbe modo di studiare e trascrivere la complessa cosmogonia del popolo dei Dogon. Questa missione venne descritta da Michel Leiris nel suo libro “Africa fantasma”. Nel 1938 pubblica “Maschere Dogon” dove analizza i rituali e le simbologie dei Dogon. Secondo Griaule le simbologie, i miti, i rituali e i sacrifici dei Dogon sono realtà interconnesse in un sistema coerente e autonomo di pensiero che forma una vera e propria cosmologia. Uno dei libri di antropologia più letti è Il dio d’Acqua pubblicato per la prima volta nel 1948. Si tratta di un resoconto della cosmogonia Dogon presentata con lo stile di intervista fatta a un anziano cacciatore cieco Ogotemmeli” (da Wikipedia).

La figura di questo Ogotemmeli fece molto discutere gli antropologi ed etnologi occidentali. Che si posero un quesito di metodo. Era (ed è) lecito fondare lo studio di un popolo basandosi unicamente (o soprattutto) sulle dichiarazioni di un solo uomo? E chi era davvero Ogotemmeli? Parlava come una sorta di portavoce dei saggi Dogon o riferiva personali interpretazioni dei miti del proprio popolo?

I due antropologi francesi “erano così rispettati dai Dogon che, quando Griaule morì, nel 1956, per il suo funerale a Mali si riunirono duecentocinquantamila africani della zona” scrive Francis Hitching nel suo “Atlante dei misteri” (de Agostini 1982) “Ispirarono loro una tale confidenza che quattro sacerdoti si persuasero a rivelare le loro più segrete tradizioni“. In gran parte ignote al resto della popolazione. Ed è bene tenere presente questa circostanza. Tra un po’ si capirà il motivo.

Davanti agli occhi esterrefatti dei due studiosi francesi “i sacerdoti Dogon, disegnando simboli e figure sul suolo polveroso, dimostrarono di aver ereditato dai tempi più antichi una conoscenza dell’Universo incredibilmente precisa”. Raccontarono il più importante ed esoterico (nel senso etimologico del termine) dei loro racconti mitologici.

Molto molto tempo prima, sarebbero giunti sulla Terra a bordo di un “arca” degli dei che i Dogon chiamarono Nommo, provenienti da una stella indicata come “Sigi Tolo” (o “Sigui Tolo“), che sembra identificabile proprio con Sirio A, attorno alla quale orbita un’altra stella chiamata “Po (o PoloTolo“, a sua volta identificabile con Sirio B. Pertanto, stando a questo racconto i Dogon sapevano dell’esistenza di una stella gemella.

Graffito Dogon raffigurante un Nommo – disegno di G. Pavat (2021)

Una di queste divinità venne accolta e adorata come nume principale dai Dogon, che le diedero il nome di Amma, e di cui si ritenevano i diretti discendenti.

I Nommo sarebbero entità anfibie, metà pesce e metà uomo, e sul loro pianeta (orbitante attorno a Sirio B) vivevano nell’acqua.

I Dogon disegnano sulla sabbia la rotazione o il vortice della discesa dell’arca. Essi descrivono il rumore di tuono che fece, e un turbine di polvere causato dalla violenza del suo impatto con il terreno” (da F. Hitching “Atlante dei misteri” de Agostini 1982).

Ci troviamo di fronte ad una ennesima versione dalla solita teoria su extraterrestri che arrivano sul Terzo pianeta del Sistema Solare e, siccome non hanno nulla di meglio da fare, creano l’uomo clonando qualche scimmione oppure insegnano ai nostri primitivi antenati come evolversi. A prima vista sarebbe da rispondere in maniera affermativa. Ma, in realtà, a una più attenta analisi, le cose non sembrano così semplici.

La “conoscenza che non dovrebbe esserci” sarebbe stata donata ai Dogon proprio da questi esseri anfibi extraterrestri. E lascia davvero stupefatti ciò che i Dogon mostrarono di sapere. Ad esempio, i sacerdoti Dogon riferirono di essere a conoscenza dell’esistenza di quattro lune che orbitano attorno a Giove, degli anelli di Saturno (niente di tutto ciò è visibile a occhio nudo).

Inoltre sanno che il sistema solare è eliocentrico e che la nostra galassia, la Via Lattea, è spiraliforme.

Tornando al sistema Sirio, i Dogon mostrarono di conoscere perfettamente le orbite, le dimensioni e la densità delle stelle che lo compongono.

Sapevano che era bianca e che, benché fosse “la cosa più piccola che ci sia” era anche “la più pesante”, fatta di una sostanza “più pesante di tutto il ferro della terra”” scrive Hitching “È una buona descrizione della densità di Sirio B, tale che un metro cubo pesa circa 20.000 tonnellate“.

Inoltre, prosegue Hitching “sapevano bene che la sua orbita attorno a Sirio A dura 50 anni, e non è circolare ma elittica“. Ciò vale per tutti i corpi celesti ma quanti nostri contemporanei lo sanno?

Graffito Dogon che rappresenterebbe Sirio A e l’orbita di Sirio B – disegno di G. Pavat (2021)

Il fatto che Sirio aveva una gemella fu scoperto solo alla metà del XIX secolo (la vide nel 1862, tramite il telescopio più potente esistente all’epoca, l’astronomo americano Alcantara Clark) e venne fotografata appena nel 1970.

Quanto appreso da Griaule e Dieterlen venne divulgato in Occidente da uno storico e scrittore americano, Robert K. G. Temple (classe 1945) con un libro a cui lavorò dal 1967 al 1976, intitolato “The Syrius Mistery“.

Temple non ebbe remore a mettere in relazione la mitologia Dogon con quella di altre grandi civiltà del Passato. In primis i Sumeri, gli Egizi e i Babilonesi. Ad esempio per Temple, i Nommo erano assimilabili al dio anfibio babilonese Oannes. Secondo Berrosso, sacerdote e astronomo babilonese vissuto tra il IV ed il III secolo a.C. (contemporaneo di Alessandro Il Grande), che scrisse in greco una “Storia di Babilonia” (Βαβυλωνιακὰ), Oannes era un essere antropomorfo dotato di mani e piedi palmati, facente parte dei “7 Saggi Apkallu” che aveva tratto dalla barbarie gli uomini insegnando loro le arti, le scienze e la scrittura prima del Diluvio Universale. Oannes durante il giorno viveva sulla terraferma in quanto, essendo un essere anfibio, poteva respirare anche l’aria, mente la sera tornava ad immergersi in mare.

Oannes in un altorilievo del tempio di Ninurta a Nimrud – elaborazione G. Pavat (2021)

Oannes in un altorilievo del tempio di Ninurta a Nimrud – elaborazione G Pavat 2021

Inoltre, Temple dichiarò, senza sé e senza ma, che i miti e le conoscenze astronomiche dei Dogon erano la prova incontrovertibile dell’esistenza degli extraterrestri e che questi, in un lontanissimo passato, avevano già visitato il nostro pianeta, accendendo la scintilla della Civiltà.

È bene rammentare che Griaule e Dieterlen non hanno mai affermato che i Nommo fossero davvero esistiti e che fossero entità extraterrestri.

A farlo ci pensò, appunto, Temple con “Il mistero di Sirio”. Libro che rientrava nel filone, molto in voga in quegli anni, definito “paleoastronautica” o “archeologia spaziale” (tra gli autori di rilievo in questo campo vanno ricordati lo svizzero Erich von Daeniken e il nostro Peter Kolosimo).

Il volume fu un vero best sellers ma scatenò contro Temple (e non poteva essere altrimenti) tutta la “Scienza Ufficiale”.

Prima edizione de “Il Mistero di Sirio” di Robert Temple
Altra edizione de “Il Mistero di Sirio” di Robert Temple

Nel 1978, lo scrittore, astronomo e divulgatore scientifico inglese Ian Ridpath (classe 1947) scrisse un articolo “Investigating the Sirius “Mystery” pubblicato su “Skeptical Inquirer“, in cui sentenziava che “l’intera leggenda dogoniana di Sirio e dei suoi abitanti è piena di ambiguità, contraddizioni e errori, almeno se proviamo a interpretarla alla lettera“. Secondo Ridpath, i Dogon avrebbero acquisito le conoscenze su Sirio direttamente dagli Europei, forse dallo stesso Griaule. Altro che extraterrestri anfibi!

Dello stesso parere era pure il noto astronomo e divulgatore americano Carl Sagan (1934-1996), che affrontò la tematica nel suo libro “Broca’s Brain” (che raccoglie vari articoli pubblicati tra il 1974 e il 1979 su varie riviste) 1979.

Sulla medesima lunghezza d’onda anche l’ingegnere e scrittore statunitense James E. Oberg (classe 1944), che nel suo libro “UFO and Outer Space Mysteries” del 1982, dichiarò che “la conoscenza astronomica dei Dogon assomiglia a quella degli europei avevano sino agli anni ’20 e che essi potrebbero aver acquisito queste conoscenze proprio da loro, prima che la loro mitologia fosse registrata negli anni ’30“.

In particolare si è ipotizzato che i Dogon avrebbero potuto avere le informazioni da un gruppo di astronomi che nel 1893 si era recato in Mali per assistere ad una Eclissi Solare.

Scartando improbabili apprendimenti casuali, che senso aveva, da parte di viaggiatori o esploratori europei, insegnare ai Dogon rudimenti di astronomia e veicolare informazioni su Sirio?

In pratica nessuno.

Villaggio Dogon nel Mali

Un’altra spiegazione avanzata dai detrattori del libro di Temple si basa sul fatto che (come scritto all’inizio) i Dogon non vivono isolati da tutto e da tutti. Molti di loro viaggiavano e quindi potrebbero essere stati essi stessi a riportare presso la propria gente informazioni e conoscenze. Asserzione avanzata anche da Oberg, sebbene ammette onestamente (bisogna dargliene atto) che tali asserzioni sono “del tutto circostanziali e non hanno alcun fondamento in prove documentate“.

Gli attacchi continuarono nei decenni successivi. Nel 1991, l’antropologo olandese Walter van de Beek, si recò tra i Dogon per un lungo periodo di ricerche e studi. Indagando a lungo sulle loro presunte conoscenze astronomiche e dichiarò di non averle riscontrate affatto. O almeno non del livello riportato sai due antropologi francesi. Stando a van Beek (“Dogon Restudied: A Field Evaluation of the Work of Marcel Griaule” in “Current Anthropology” 1991) i Dogon mostravano di non avere informazioni scientifiche su Sirio A e B.

Si giunse, quindi, a mettere in dubbio (per usare un eufemismo) persino la buona fede di due seri ricercatori come Griaule e Dieterlen. Lanciando accuse (soprattutto nei confronti di Griaule) senza tante perifrasi di deliberata frode (cui prodest?).

Ma accusare senza prove certe qualcuno, soprattutto se non si può più difendere, non è mai la strada corretta per giungere alla Verità.

Inoltre, il fatto che oggi i Dogon non sembrino possedere più quelle conoscenze astronomiche che stupirono e sconvolsero Griaule e Dieterlen, è assolutamente spiegabile. Ricordiamoci che quanto venne riferito ai due antropologi francesi faceva parte del Sapere esoterico dei Dogon. Ovvero era in possesso soltanto a una ristretta cerchia di persone. Gli iniziati, i saggi, i sacerdoti di quel popolo. Se costoro non solo riusciti a tramandare quel bagaglio esoterico a nuove generazioni di iniziati, è giocoforza ovvio che sia andato perduto.

E allora?

Una parola definitiva sulla vicenda dei Dogon e sulle loro (vere o presunte) scomparse conoscenze astronomiche, non può essere ancora formulata.

Gli autori di questo articolo, in merito all’ipotesi che esseri extraterrestri abbiano visitato (e visitino) la Terra, si trovano su due posizioni praticamente agli antipodi. Uno ne è convinto e l’altro è profondamente scettico (anche qui si tratta di un eufemismo).

Indovinate un po’ chi ci crede e chi no…..

Quindi, appreso il punto di vista di Temple (e pure di Hitching che, se da un lato in “Atlante dei Misteri“, demolisce le tesi di von Daeniken sugli “antichi astronauti”, dall’altro mostra di condividere l’ipotesi “Anfibi da Sirio”) e ritendo che quanto appreso da Griaule e Dieterlen sia genuino e davvero appartenente alla Cultura Dogon, perché non pensare a qualche altra possibile spiegazione?

Perché, invece che affidarsi ai soliti (e mai trovati. ….ricordate il celebre “Paradosso di Fermi”?!) Alieni, non immaginare, molto più semplicemente, che i Dogon (e tutte quelle culture che sembrano possedere conoscenze troppo avanzate) non possano avere ereditato questo background culturale e “scientifico” da una precedente evolutissima civiltà andata distrutta?! Una Civiltà terrestre il cui ricordo è rimasto nei miti e nelle leggende e che, a seconda di tradizioni e culture, possiamo chiamare Atlantide, Lemuria, Mu, ecc.?!

Indizi in tal senso, sparsi sul nostro Pianeta, sembra che ce ne siano. Ma ce ne occuperemo magari in altra occasione.

(Giancarlo Pavat – Alessandro Middei)

Fonte: Il Punto sul MIstero.it

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