18 Ottobre 2021

L’ENIGMA DELLA “CASA DEI SAPIENTI” (O “DEI MAGI”) A VILLA SANTO STEFANO

di Giancarlo Pavat


Lo strano simbolo sulla chiave di volta del civico 22 di via Santa Maria a Villa S Stefano (FR) – foto G. Pavat 2019

Abbiamo spesso detto e scritto che molte volte gli enigmi più intriganti si trovano talmente vicino a noi che non ce ne accorgiamo nemmeno. Un’ennesima conferma è costituita dal misterioso simbolo presente sulla chiave di volta di un portale di un antico edifico corrispondente al civico n. 22 di via Santa Maria nel paesino ciociaro di Villa Santo Stefano (FR).

Mi sono già occupato di questo simbolo in tre articoli pubblicati dal quotidiano “Ciociaria Oggi” il 28 dicembre 2008, il 20 gennaio 2009 e il 5 febbraio dello stesso anno. Nonché nel mio libro Nel Segno di Valcento“ (Edizioni Belvedere 2010) e infine in un altro articolo apparso nel 2019 sul magazine “La Voce di Villa”, edito a cura dell’Amministrazione Comunale santostefanese.

Ma ora, una ricapitolazione della vicenda con un breve aggiornamento (visto che siamo in prossimità dell’Epifania e tra poco capirete il nesso…) saranno certamente graditi agli appassionati di simbologie e non solo.

Il portale in questione è stato realizzato in peperino ed è decorato da singolari figure geometriche, precisamente rombi inscritti in esagoni. Ma, come già accennato, ciò che maggiormente colpisce ed incuriosisce è la singolare decorazione della chiave di volta.

 Lo strano simbolo sulla chiave di volta del civico 22 di via Santa Maria – foto G Pavat 2019

Si tratta di un pentagono, una specie di “casetta”, dai cui angoli superiori si dipanano tre asole. Si notano alcune lettere; G B M. La G e la M ai lati del petroglifo e la B inserita all’interno del pentagono.

Sotto una data: 1862. Che dovrebbe indicare l’anno di costruzione della casa o dell’arco con il simbolo.

Per quanto è dato da sapere il particolare simbolo costituisce una sorta di unicum tra le decorazioni delle chiavi di volta e non solo a Villa Santo Stefano.

Talmente particolare che, una decina d’anni fa, suscitò l’interesse di diversi studiosi di simbologie. In particolare dell’amico ingegnere Giulio Coluzzi, il quale ritenne di ravvisarvi un simbolo usato nel XVIII secolo dagli alchimisti francesi per indicare la “Sandracca”. Ovvero una resina di colore rosso estratta da un albero delle Cupressacee originario del Nord Africa.

Per il suo particolare colore veniva chiamata anche “Sangue di Drago”, da cui, appunto, il nome Sandracca”. Successivamente, però, altri studiosi di simbologie alchemiche rigettarono questa ipotesi, facendo notare che i due simboli erano simili ma non uguali.

Proseguendo nella ricerca di una soluzione, ci si soffermò sulle tre lettere G B M.

Se invece che in Ciociaria, quelle lettere le avessimo trovate su un architrave, uno stipite o una finestra di un edifico posto sulle Alpi e più precisamente in mezzo alle Dolomiti, la risposta sarebbe semplicissima.

Il simbolo presente al civico 22 di via Santa Maria e, in basso, il simbolo della Sandracca – disegno di G. Pavat tratto dal libro “Nel Segno di Valcento” (edizioni Belvedere 2010).

Infatti come ha spiegato il professor Volterri nel suo articolo appena pubblicato su questo stesso sito, in quelle aree (soprattutto se di ambito linguistico o culturale tedesco), le tre lettere (incise o dipinte con ovvie funzioni apotropaiche) sugli stipiti di ingressi di masi, case, baite o stalle, altro non sono che le iniziali dei tre Magi, Gaspare, Baldassare e Melchiorre, a ricordo del lungo viaggio compiuto dalle loro spoglie nel 1162, dalla milanese Basilica di Sant’Eustorgio (dove erano state trafugate dal “Barbarossa”) alla Cattedrale di Colonia.

Con il termine “Magi”, che deriva dalla radice sanscrita “mahat”, erano indicati gli indovini e gli astrologi Caldei. Contrariamente a ciò che pensa la stragrande maggioranza delle persone, nei Vangeli canonici i Magi compaiono solo in quello di Matteo (Mt. 2; 1 12) ma non si dice che erano re, nemmeno il loro numero, tantomeno compaiono i loro nomi.

Invece, si parla dei “Magi” in diversi Vangeli apocrifi. Come il “Protovangelo di Giacomo” (IV secolo d.C., cap. 21-23), il “Libro dell’Infanzia del Salvatore” (IX secolo, cap. 89-91), il “Vangelo arabo dell’Infanzia” (VI secolo d.C., cap. 16-17).

Ma soltanto nel “Vangelo armeno dell’Infanzia” (fine VI secolo, cap. V – 10) troviamo il numero con cui ancora oggi compiono nei nostri Presepi ed i loro nomi.

“Subito un angelo del Signore si recò nel paese dei Persiani per avvertire i Re Magi che andassero ad adorare il Bambino appena nato. E costoro dopo aver camminato per nove mesi guidati da una stella, giunsero a destinazione nel momento in cui la Vergine diventava madre. In quel tempo il regno persiano dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’Oriente. I Re Magi erano tre fratelli: Melchiorre (Melkon) regnava sui Persiani, Baldassare (Balthasar) regnava sugli Indiani, ed il terzo Gaspare (Gaspar) che possedeva il paese degli Arabi”.

(da “I Vangeli Apocrifi” a cura di Marcello Craveri – Einaudi, 2005).

Le iniziali dei tre Sapienti giunti dall’Oriente servirebbero a tenere lontana la malasorte ma pure eventi naturali catastrofici (come incendi, fulmini, alluvioni, valanghe) da fienili, granai, stalle, ricoveri per il bestiame e abitazioni private.

Però una simile usanza o tradizione non risulta presente nel Lazio meridionale. Sarebbe quindi una mera coincidenza?

Immagini sopra e sotto; Giancarlo Pavat e i “Re” Magi scolpiti a bassorilievo su un Fonte battesimale del XII secolo proveniente dalla Tingstadskyrka in Svezia ed esposto all’Historiska Museet di Stoccolma – foto Pavat 2013.

Alchimisti o Magi, una cosa non esclude l’altra se si intende il termine “alchimista” nel senso di “Sapiente”, versato in diverse branche dello scibile.

Recentemente mi ha contattato tramite posta elettronica, un ricercatore di Bologna che asseriva di aver risolto l’enigma delle tre lettere. Secondo si tratterebbe dell’acrostico della frase “Giuseppe Balsamo Medicus”.

Ovviamente il Giuseppe Balsamo in questione sarebbe addirittura il celebre (o famigerato) Alessandro conte di Cagliostro. Com’è noto la stragrande maggioranza degli storici identifica l’avventuriero, sedicente mago, alchimista, guaritore, fondatore della “Massoneria di Rito Egiziano”, che si presentava, appunto, come Conte di Cagliostro con Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo nato a Palermo il 2 giugno 1743. Esiste però una nutrita pattuglia di ricercatori “di frontiera” che ritiene (presentando interessanti “pezze d’appoggio”) che si trattino invece di due persone diverse. E che il vero Conte di Cagliostro non fosse un imbonitore da fiera ma un vero iniziato ad una profonda sapienzialità esoterica.

Uno scorcio della Rocca di San Leo (PU) dove venne rinchiuso e morì il 29 agosto del 1795 il Conte di Cagliostro – foto G. Pavat 1990

In qualunque modo stiano le cose (e aldilà di quello che sia realmente stato in vita), rimane il fatto incontrovertibile che il Cagliostro che venne arrestato, processato e condannato ad una inumana prigionia dal Tribunale dell’Inquisizione Cattolica nella fortezza di San Leo (dove troverà la morte il 29 agosto del 1795, dopo quattro anni e quattro mesi di inenarrabile e atroce detenzione) è diventato un simbolo della libertà di pensiero e di espressione. Un martire della lotta contro qualsiasi regime o ideologia assolutista ed intollerante. I tempi di Giuseppe Balsamo/ Cagliostro non sono poi così lontani dai nostri. Anche in quest’epoca, forse nel preciso momento in cui state leggendo queste pagine, ci sono persone, uomini e donne, braccati, arrestati, torturati, messi a morte, o semplicemente fatti sparire, per le proprie opinioni o fedi religiose. Basti pensare a quello che sta succedendo in Cina. Una feroce dittatura comunista in cui basta semplicemente dissentire dal pensiero unico del regime per venire incarcerati e condannati a lunghe pene detentive.

Tornando all’acrostico del simbolo sulla chiave di volta di via Santa Maria, penso sia superfluo sottolineare che l’ipotesi è decisamente improbabile visto che non si capisce che cosa possa aver avuto a che fare Giuseppe Balsamo/Cagliostro con Villa Santo Stefano (e non esiste alcun indizio storico in tal senso).

Più plausibile è invece un ulteriore proposta di soluzione dell’enigma. Lo strano petroglifo della chiave di volta sarebbe una sorta di “Presepe stilizzato”. Il simbolo raffigurerebbe la capanna e le tre lettere sarebbero le iniziali di “Giuseppe”, il “Bambino” e “Maria”. Possibile? Dal punto di vista allegorico e religioso avrebbe la medesima funzione di protezione del celebre Trigramma Cristico IHS riscontrabile in diversi esemplari anche a Villa Santo Stefano.

Il Trigramma Cristico sulla chiave di volta della cosiddetta “Casa dei Monaci bianchi” a Villa Santo Stefano – foto tratta dal libro “Nel Segno di Valcento” (edizioni Belvedere 2010).”

Una spiegazione più semplice è quella che vede nelle tre lettere le iniziali di colui che fece ostruire l’edificio o, comunque, del primo proprietario. Se la G e la B possono stare per ”Giovan Battista”, per la M c’è il buio assoluto. Sebbene si sappia con certezza dalle carte catastali che l’edifico esisteva addirittura qualche decennio prima della data incisa, si ignorano i nomi dei proprietari.

Una spiegazione più semplice è quella che vede nelle tre lettere le iniziali di colui che fece ostruire l’edificio o, comunque, del primo proprietario. Se la G e la B possono stare per ”Giovan Battista”, per la M c’è il buio assoluto. Sebbene si sappia con certezza dalle carte catastali che l’edifico esisteva addirittura qualche decennio prima della data incisa, si ignorano i nomi dei proprietari.

Recentemente ho voluto focalizzare l’attenzione sulle tre asole che in realtà sarebbero dei nodi. In questo caso il simbolo santostefanese ricorderebbe il cosiddetto “Nodo di Bowen”, termine che deriva dal nome dalla famiglia inglese che lo usò per primo nel proprio stemma.

In realtà il “Nodo di Bowen” non è altro che la versione ruotata di 90° del “Nodo di San Giovanni” o “Nodo runico” (in quanto è stato rinvenuto sulle “Pietre istoriate” o “Pietre runiche” sull’isola di Gotland, le “Bildstenar” in svedese, e per questo viene usato in nei paesi Scandinavi, lungo le strade, per indicare i siti di interesse storico ed archeologico). In realtà questo simbolo non è una esclusiva dei Paesi Nordici visto che lo si rinviene, ad esempio, sui mosaici pavimentali della Basilica di Aquileia risalenti al IV-V secolo d.C..

Nodo di Bowen

Graficamente il “Nodo di Bowen” (o similari) è reso come un anello in forma quadrata avente un cappio su ciascuno degli angoli. A rigor di logica non sarebbe esattamente un “nodo”, in quanto nella figura non c’è un vero e proprio “annodamento”. Ma il termine è entrato nel linguaggio comune (oltre che in araldica) proprio per la similitudine con altri simboli come il Nodo di Salomone o il Nodo (o Fiore) dell’Apocalisse.

Nodo Runico – disegno di  G. Pavat 2011
Nodo Runico nei mosaici pavimentali della Basilica di Aquileia – foto G Pavat 2018
Il Nodo di salomone. In basso:  il Nodo (o Fiore) dell’Apocalisse – dis G. Pavat 2009.

L’osservatore e il lettore attenti faranno notare che bel caso della chiave di volta del civico 22 di via Santa Maria, le asole sono tre e non quattro come nel caso del “Nodo di Bowen”. Ma la differenza è marginale in quanto esistono “Nodi” con tre asole e si rintracciano proprio in blasoni di antiche famiglie. Il problema è sempre quello che si tratta di esemplari presenti in altri paesi europei, in particolare nelle Isole Britanniche e non nel Lazio.

Ovviamente, per quanto riguarda i significati che potrebbe avere questo “nodo” in via Santa Maria, ci si deve rifare alla vastissima tematica delle valenze ed ai significati allegorici delle varie tipologie dei nodi. Richiamano al concetto di Infinito, di Trasformazione, di Eternità, di Trascendente; ma sempre e comunque con indiscutibili connotati positivi.

In conclusione, aldilà di quale sia il vero significato (che forse non si conoscerà mai, sempre che un giorno non emergano documenti relativi agli antichi proprietari), il petroglifo di via Santa Maria costituisce una vera e propria rarità peculiare del paesino sulle falde del Monte Siserno, meritevole per la sua singolarità di essere fatta conoscere anche al di fuori dei confini comunali.

(Giancarlo Pavat)

Il portale in peperino del civico 22 di via Santa Maria a Villa Santo Stefano con la chiave di volta recante l’enigmatico simbolo. – foto G Pavat 2019

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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