19 Gennaio 2021

I SEGRETI DELLE “WUNDERKAMMERN”, LE “CAMERE DELLE MERAVIGLIE”

di Roberto Volterri e Giancarlo Pavat.

La “Sala della Wunderkammer” al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste – foto G. Pavat 2015

Su cose che non si vedono più…

di Roberto Volterri

Potremmo intitolare così questo articolo, parafrasando il titolo di un noto saggio di Carl Gustav Jung, “Su cose che si vedono nel cielo”, del 1958. E c’è un motivo, forse più di uno…

Ne “I Libri dell’Abisso” (Eremon Edizioni), nella parte finale dell’opera, chi scrive ha inserito un apposito capitolo intitolato “Alla ricerca delle pagine perdute”, dove le irrintracciabili pagine potrebbero non essere altro che le quattordici pergamene del misteriosissimo “Manoscritto Voynich” mancanti all’appello!

In questo libro si è cercato di fare il “Punto sul Mistero” sia dell’introvabile Necronomicon sia dell’intraducibile Manoscritto Voynich.

Mancanti, forse, perché perdutesi (per ben due volte?) durante gli invii da Praga – nel 1637 e nel 1639 – al geniale gesuita Athanasius Kircher, l’unico che secondo i suoi confratelli e corrispondenti dalla capitale boema, padre Theodorus Moretus e padre Marcus Marci, sarebbe veramente stata la sola persona al mondo a poter decrittare la strana lingua e i curiosi disegni che fanno bella mostra di sé nel manoscritto MS408, come oggi esso è catalogato presso l’Università di Yale (USA).

Immagini sopra e sotto: Due esempi delle stranissime raffigurazioni di donne che si dedicano a curiose abluzioni. Ma il vero “mistero” consiste nell’impossibilità di decifrare il testo scritto in una lingua del tutto sconosciuta.

In attesa che qualche geniale studioso, qualche “illuminato” ricercatore trovi (ma sul serio!) la chiave di lettura di quello che è stato definito “il libro più misterioso del mondo”. Ma su questo argomento tornerò in un prossimo articolo…

Oppure, pagine mancanti perché andate perdute (o trafugate’) dopo la vituperatissima dispersione dei “mirabilia”, di tutte le cose strane che conteneva il “Museo Kircheriano” situato presso il Collegio Romano, ovvero nell’attuale Liceo Visconti a Roma?

Tra un unicorno e chissà quanti altri strani oggetti, nella Wunderkamer di Rodolfo II sembra sia finito anche il misteriosissimo Manoscritto Voynich – vendutogli, pare, per ben 600 Ducati d’oro, una vera fortuna! – ossia il manoscritto descritto nell’incipit di questo articolo.

Per dare una qualche risposta a questo interrogativo, in un piacevole mese di settembre di non poco tempo fa mi sono recato proprio al Liceo “Ennio Quirino Visconti” dove ho incontrato il gentile e simpatico professor Giorgio Narducci che insegna materie scientifiche ai fortunati alunni di uno dei Licei più belli e prestigiosi di Roma.

Particolarmente incuriosito da alcuni aspetti della ricerca, Narducci mi ha subito accompagnato nella sala dove sono conservati i pochissimi oggetti a suo tempo appartenuti al poliedrico gesuita Athanasius Kircher.

Lì, di Kircher, sono rimasti solo quattro modellini di obelischi, alti poco più meno di due metri, recanti sui lati geroglifici DOC e altri… molto meno, frutto della sua insuperabile creatività e fantasia!

Roberto Volterri, a destra, osserva insieme al gentile professor Giorgio Narducci tre dei quattro modellini di obelischi salvatisi, insieme a poche altre cose, dallo smembramento della “Wunderkammer” kircheriana.

Ad esempio, su uno dei geroglifici viene raffigurato uno strano animale con sei zampette, dal volto “umano”, glifo che non trova alcun riscontro nell’alfabeto di chi visse all’ombra delle piramidi!

Ma anche il sottostante glifo – una sorta di leone alato, anch’esso “umanizzato” – sembra scaturito totalmente dalla fantasia senza limiti dell’imprevedibile Athanasius.

Alcuni degli strani “geroglifici” che non trovano riscontro alcuno in ambito egittologico. Forse Padre Athanasius, oltre a “decifrarli”, inventava anche ciò che non avevano osato inventare scribi, faraoni e quanti vissero qualche millennio or sono lungo il Nilo…

Di Kircher, a parere del professor Narducci, null’altro si è salvato dalla disdicevole “damnatio memoriae” di poco successiva alla scomparsa del gesuita, avvenuta nel 1678. Forse, ipotizza Narducci, appartenne alla collezione di “mirabilia” di Kircher anche un curioso armadillo letteralmente schiacciato dall’inesorabile scorrere del tempo e anche da un’ancor meno inesorabile trascuratezza di chi ha conservato in passato tali reperti…

In definitiva, non ho trovato altre tracce della vasta collezione di oggetti “strani” che Kircher mise faticosamente insieme durante alcuni decenni

Secondo il professor Narducci, la “Wunderkammer” di Kircher, nel 1678, non era così imponente come si vede in questa nota stampa. Il catalogo realizzato da Giorgio de Sepibus abbondava di strani oggetti, ma la “location” – tuttora esistente presso la biblioteca Vittorio Emanuele (sala Crociera) – è senza dubbio molto meno ampia. Il solito, simpatico, “Ego ipertrofico” del buon padre Atanasio.

Immagini sopra e sotto: Tra i vari “mirabilia” di Kircher faceva bella mostra di sé anche un bel coccodrillo impagliato, come quelli ancora visibili in altre “Wunderkammern” che hanno resistito all’usura del tempo…e (come si vedrà in un prossimo articolo) anche in luoghi inimmaginabili come…chiese e botteghe di generi alimentari!

La nascita delle “Camere delle Meraviglie”;

Wunderkammern d’Europa e d’Italia

di Roberto Volterri e Giancarlo Pavat

Nel XVI secolo nell’Europa occidentale scoppiò la “moda” della “Wunderkammer” (in tedesco significa letteralmente “Stanza delle Meraviglie” o “Gabinetto delle curiosità”; plurale “Wunderkammern”), si trattava sale albergate nelle residenze di qualche imperatore e negli studioli di palazzi rinascimentali, in cui sovrani, nobili, studiosi e religiosi vi raccoglievano oggetti senza apparente ordine, dove la stranezza era forse il solo filo conduttore nell’universo delle bizzarrie umane e di Madre Natura in genere, che suscitavano stupore, curiosità, meraviglia, detti appunto “mirabilia”. Naturalmente solo chi di chi poteva disporre dei necessari mezzi economici poteva acquistare un po’ ovunque queste rarità di ogni tipo. 

Le radici delle “Wunderkammern” affondano nel Medio Evo, e raggiunsero il massimo sviluppo e diffusione tra il XVII secolo, alimentandosi delle grandiosità dell’Epoca Barocca, e il secolo successivo. Ove trovarono terreno fertile nell’amore per le curiosità scientifiche, proprio dell’Illuminismo.

Così, Rodolfo II d’Asburgo, nella sua Praga, aveva fatto realizzare una “Wunderkammer” contenente una miriade di strani oggetti, come l’inesistente corno del mitologico Pegaso, il cavallo, alato, per l’occasione ribattezzato Alicorno. Insomma gli era stato venduto il caratteristico dente di Monodon monoceros, il Narvalo, dente simile a una vite, spacciato facilmente per la peculiare caratteristica di un Unicorno , cavallo munito però di una inquietante protuberanza frontale.

Tra un Unicorno e chissà quanti altri strani oggetti, nella “Wunderkammer” di Rodolfo II sembra sia finito anche il misteriosissimo Manoscritto Voynich – vendutogli, pare, per ben 600 Ducati d’oro, una vera fortuna! – ossia il manoscritto descritto nell’incipit di questo articolo.

Rodolfo II d’Asburgo (1552 – 1612) in una simpatica, agreste, raffigurazione opera del pittore Arcimboldo (1526-1593).
Un improbabile ma suggestivo “Uni” o “Alicorno”.
Un simpatico Narvalo con il suo regolamentare “dente” venduto, in tempi andati, come “corno” del Cavallo alato.
Chissà quanti sventurati Narvali furono sacrificati per soddisfare il desiderio di imperatori – o soltanto di studiosi di Storia Naturale — interessati ai “Mirabilia” che tanta meraviglia destavano tra la fine del Cinquecento e molti decenni successivi!

Una Wunderkammer molto, molto personale…

Immagini sopra e sotto: Due degli ospiti della piccola Wunderkammer di Roberto Volterri: un ormai “rassegnato” squalo, appartenente ad una delle ottantasei specie di ‘condroitti ‘ esistenti nel Mare Mediterraneo, che fa compagnia ad un piccolo coccodrillo appartenente ad una delle molteplici specie di “rettili loricati”, ovvero muniti di “corazza”.

un Gufo reale, ereditato dal suo “etrusco” nonno Agenore Volterri da Volterra, impagliato oltre un secolo fa.
Qualche altro esemplare della piccola Wunderkammer di Roberto Volterri: due cobra affaccendati nel difendersi da una coraggiosa Mangusta e un settecentesco manichino in legno che, forse, una volta era rivestito con gli abiti di qualche Santo. Da chi scrive fu miracolosamente salvato dalla legnaia di un alpigiano altoatesino che lo aveva destinato al “rogo”… per scaldarsi la casa!
Onde evitare inesorabili critiche dei “puristi” nel campo della Criptozoologia (molto) fantastica – frontespizio di un libro del 1573, opera di M. Andrea Bacci “… nel quale si tratta della natura dell’Alicorno, & delle sue virtù eccellentissime…”. Ebbene sì, sarebbe esistito anche l’Unicorno dotato non solo del canonico e improbabilissimo corno frontale ma anche di due splendide ali da… Pegaso.

Tornando alle “Wunderkammern” d’Europa, tra le mirabilia accumulate in quella del Castello di Ambras in Tirolo (Austria) dall’Arciduca Ferdinando II (1529-1595), figlio dell’imperatore Ferdinando I, che nel 1563 l’aveva nominato Principe del Tirolo, si possono ancora oggi “ammirare” i ritratti del nobile spagnolo Petrus Gonsalvus e dei suoi famigliari (tutti caratterizzati da ipertricosi), dell’uomo disabile (Behinderter Mann), di Gregor Baci, di un maiale gigante e, soprattutto (come già ampiamente illustrato in un articolo su questo sito), quello celeberrimo di Vlad III di Valacchia, per gli amici “Dracula”.

Uno degli autori e collaboratori del sito ilpuntosulmistero.com , Dino Coppola davanti al ritratto di Vlad III di Valacchia nella “Wunderkammer” del Castello di ambras in Tirolo (Dino Coppola è quello non incorniciato) – foto Albamarina Coppola 2020.

Nel nostro paese sorsero diverse Wunderkammern”. Ad esempio a Mantova, nel Palazzo Ducale (oggi in piazza Sordello) dei Gonzaga. Oppure, non lontano da Palermo, nel Monastero di San Martino alle Scale.

Una “Wunderkammer” celebre in tutta Europa fu quella del noto farmacista e naturalista napoletano Ferrante Imperato (1550–1631), che l’allestì nella propria dimora a Palazzo Gravina a Napoli. La sua collezione divenne un vero e proprio museo, tra i più noti in Europa e fu visitato da numerosi studiosi. Infatti, è propria da questi “gabinetti di curiosità” che sono nati i moderni musei scientifici.

Ma non è finita: A Milano dovrebbe essere visitabile la Stanza delle Meraviglie del Museo Poldi Pezzoli, mentre a Bologna c’è una Wunderkammer nel Palazzo Poggi.

Infine, nei pressi di Pisa è visitabile la “Camera delle Meraviglie” nel Museo di Storia Naturale di Calci, di cui riportiamo utili informazioni per chi volesse visitarla:

Museo Nazionale della Certosa di Calci, Via Roma, 79. Telefono: 050 938430.

Immagini sopra e sotto: Due dei numerosissimi ospiti della vasta “Camera delle Meraviglie” nel Museo di Storia Naturale di Pisa, ospitato nella bella Certosa di Calci.

 Prossimamente……

Ancora Wunderkammern: la “Chimera” di Trieste

di Giancarlo Pavat

I nobili e  decisamente danarosi collezionisti, per arricchire le proprie “Wunderkammern” facevano a gara per accaparrarsi reperti meravigliosi, pagandoli profumatamente a commercianti (sarebbe più corretto dire “trafficanti”) senza scrupoli. I quali molto spesso rifilavano non soltanto manufatti o reperti che oggi si definirebbero archeologici o etnici ma veri e propri falsi, soprattutto laddove il collezionista bramava possedere ed esporre esemplari di veri e propri “mostri”.

Esseri dalle fattezze incredibili, “impossibili”, spesso ripugnanti ed al limite del moderno buongusto, ma che facevano schizzare alle stelle le “quotazioni” di una “Wunderkammer” e del suo proprietario.

Soprattutto nel Levante mediterraneo e nell’Estremo Oriente nacque una vera e propria “industria” di queste mostruosità, creando falsi clamorosi, spesso partendo da animali veri imbalsamati e poi opportunamente “trattati”. Alcuni di questi falsi sono passati alla Storia.

Ad esempio, un tipico “finto mostro” era il “Draco” “Diavolo di mare” ottenuto da una semplice razza seccata e elaborata.

A sinistra – a scanso di equivoci… – Roberto Volterri “affettuosamente” abbracciato ad un “Pesce Diavolo” che fa parte della sua piccola, “non ordinatissima”, Wunderkamer.

Possiamo vederne un esempio nella raffigurazione contenuta nell’opera dell’illustre e dottissimo naturalista bolognese Ulisse Aldovrandi (1522-1605) dal titolo “Serpentum et draconum historiae”, pubblicato postumo nel 1640.

Il “Diavolo di mare” di Ulisse Aldovrandi. Ecco cosa recitava la didascalia dell’immagine: “Draco, ex Raia exsiccata concinnatus” ovvero “Drago realizzato da una razza seccata”.

A quanto pare lo stesso Aldovrandi possedeva un reperto simile nella propria collezione (una “Wunderkammer”, ovviamente)

Questi animali o meglio, mostri compositi, prendevano il nome generico di “chimere”, ispirandosi al famoso mostro della mitologia greco-romana, dotato di copro e testa leonina, con una seconda testa capriforme e coda di serpente, ucciso dall’eroe Bellerofonte.

Ecco come la descrive Omero nell’Iliade;

“Era il mostro di origine divina,

leone la testa, il petto capra, e drago

la coda; e dalla bocca orrende vampe

vomitava di foco: e nondimeno,

col favor degli Dei, l’eroe la spense… “

(Iliade, VI, 180-184).

Dal punto di vista artistico la “Chimera” più celebre è quella detta “di Arezzo”. Ovvero un bronzo etrusco datato tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a:C, oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Tornando alla “chimere” delle “Wunderkammern” un esempio di tale reperto è esposto al Museo di Storia Naturale di Trieste. Uno dei più antichi musei del genere in Italia.

Il Museo di Storia Naturale di Trieste nacque nel lontano 1846 (all’epoca la città faceva parte dell’Impero Asburgico) e come tante altre istituzioni culturali e scientifiche triestine, si deve alla volontà di privati cittadini e non alla decisione di autorità ed enti pubblici.

In quell’anno, alcuni Triestini diedero vita ad una “Società per lo studio della Storia Naturale”. Lo scopo principale era quello di studiare la fauna del mare della città, l’Adriatico. Il 17 agosto dello stesso anno, durante la prima riunione dei soci fondatori, venne istituito il “Museo Zoologico”, denominato “Gabinetto Zoologico Zootomico”.

Il 9 febbraio del 1852, l’Istituto, con tutti i suoi reperti e le sue collezioni, venne acquisito dal Comune di Trieste. Le continue donazioni da parte di privati cittadini appartenenti a tutte le fasce sociali costrinse il Museo a cambiare di frequente sede, alla ricerca spasmodica di spazi idonei per poter esporre tutti i reperti che ormai raggiungevano quantità degne di ben più noti musei europei.

Il Comune decise allora di innalzare di un piano il Palazzo della Biblioteca Civica, situato nell’attuale piazza Attilio Hortis che all’epoca si chiamava piazza Lipsia in ricordo della vittoria su Napoleone del 19 ottobre 1813.

Il monumento al patriota e storico triestino Attilio Hortis al centro dei giardini nell’omonima piazza che fino al termine della Grande Guerra si chiamava piazza Lipsia – foto G. Pavat 2016.

Nel 1855 il Consiglio Comunale chiese all’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo di accogliere il Museo sotto il suo patronato. L’Arciduca accettò con entusiasmo e il 6 novembre l’Istituzione assunse la denominazione di “Civico Museo Ferdinando Massimiliano”.

Nella sede di piazza Hortis il Museo prospererà e si arricchirà di continuo, grazie a nuovi lasciti e contributi di spedizioni scientifiche ufficiali. Ad esempio quella della fregata “Novara” al ritorno del suo “Giro del Mondo”.

Ed è in quel Palazzo che chi scrive, si recava da piccolo, accompagnato dai genitori o dal nonno materno, a visitare quello che appariva come un mondo di meraviglie e stranezze. Letteralmente una enorme “Wunderkammer”.

Nel 1855 il Consiglio Comunale chiese all’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo di accogliere il Museo sotto il suo patronato. L’Arciduca accettò con entusiasmo e il 6 novembre l’Istituzione assunse la denominazione di “Civico Museo Ferdinando Massimiliano”.
Nella sede di piazza Hortis il Museo prospererà e si arricchirà di continuo, grazie a nuovi lasciti e contributi di spedizioni scientifiche ufficiali. Ad esempio quella della fregata “Novara” al ritorno del suo “Giro del Mondo”.
Ed è in quel Palazzo che chi scrive, si recava da piccolo, accompagnato dai genitori o dal nonno materno, a visitare quello che appariva come un mondo di meraviglie e stranezze. Letteralmente una enorme “Wunderkammer”.

Ricordo ancora l’inquietudine e l’emozione che provavo nel salire gli ampi scaloni, varcare le grandi porte in legno massiccio, camminare sullo scricchiolante parquet ottocentesco, e nell’essere accolti appena si entrava dagli scheletri o dalle ricostruzioni di grandi mammiferi come elefanti africani, orsi delle caverne, leoni ed altri animali.

Nel 2008 la sede storica di piazza Hortis n. 4 è stata chiusa ed il Museo dopo oltre 150 anni, ha cambiato sede trasferendosi in via Tominz n. 4 negli ampi spazi di una caserma dismessa dell’Esercito.

la “Chimera” esposta nella “Wunderkammer” del “Museo Civico di Storia Naturale” di Trieste” – foto G. Pavat 2015

Le collezioni del Museo di Storia Naturale sono state riallestite secondo i nuovi canoni della moderna musealizzazione e nel 2010 è stato riaperto al pubblico.

Nella nuova sistemazione, subito dopo la biglietteria, svoltando a destra (nelle sale a sinistra vengono allestite interessanti mostre temporanee) si accede alla sala in cui sono esposti alcuni pezzi delle vecchie collezioni ottocentesche.

“L’esposizione ottocentesca affianca collezioni con finalità didattiche e pensate per l’ostensione, eredità diretta delle Wunderkammern, alle serie numerose di reperti simili che a prima vista caratterizzano le collezioni scientifiche” spiega il sito ufficiale del Museo; www.museostorianaturaletrieste.it; “Questa distinzione si accentua nel museo moderno, dove ormai il virtuale si affianca sempre più al reale nella parte espositiva, mentre per lo studio rimangono insostituibili le collezioni, nucleo fondamentale di qualsiasi museo che possa dirsi tale, anche se in genere non appaiono più integralmente in mostra nelle sale”.

Anche questa sembra una creatura composita nata dalla fantasia dell’Uomo e…invece… è un vero ornitorinco (impagliato) che faceva parte della collezione del vecchio Museo triestino – foto G. Pavat 2015

In questa sala del museo triestino si possono vedere oltre ad animali impagliati o imbalsamati, libri antichi, strumenti ed espositori d’epoca ed alcuni “pezzi” ben degni di una “Wunderkammer”. Ad esempio un caprone impagliato con quattro corna (io e mia moglie Sonia vedemmo qualcosa del genere alcuni anni fa, credo fosse il 1994, in Alto Adige, dalle parti di Egna. Un gregge di capre era guidato da un esemplare maschio che, oltre alle caratteristiche corna “d’ordinanza”, sfoggiava un corno più piccolo ed un quarto dritto come quello di un “uni” o “alicorno”), due caprioli bicefali e la “nostra” “chimera”.

Si tratta di un “mostriciattolo” zoo-antropomorfo diseccato chiuso in una teca di vetro che già a prima vista si nota essere il risultato della composizione di parti di diversi animali.

Un’altra fotografia dell’orripilante mostriciattolo noto come la “Chimera di Trieste” – foto G. Pavat 2015”

Questa chimera venne donata al Museo Civico del Mare da Corrado Cannarella, marittimo del Lloyd Triestino” recita la targhetta del reperto “che probabilmente la acquistò in un viaggio in Oriente”. Il singolare reperto, la “chimera” triestina, venne “sottoposta a radiografia e a T.A.C. (Tomografia Assiale Computerizzata NDA) è emerso che le sue sole parti animali: pinne e coda di pesce, unghie d’uccello, oltre a mascella, mandibola e denti che fanno parte di una struttura ossea di pesce (simile alle parti boccali di orata e tordo esposte accanto). Il resto è legno, stucco, resine e sostegni metallici, opera di un mirabile quanto singolare artigiano”.

Di fatto, quindi, la coda della “chimera” sarebbe una vera coda di pesce, come parimenti gli artigli e la bocca apparterrebbero ad altri animali. Mentre la sezione antropomorfa del “mostriciattolo” non sarebbe altro che una specie di scultura.

Non si sa a quando risalga effettivamente il “reperto”, è probabile che il marittimo triestino l’abbia acquistata come “souvenir” rendendosi conto che non si trattava di una vera creatura mummificata. Forse ne fu solo incuriosito. E se fu un credulone, non facciamo troppo i saputelli.

Diciamo che è in buona compagnia. Basti pensare a quanti credono ancora che certi pupazzi di gomma su finti tavoli operatori siano cadaveri di veri alieni sottoposti ad autopsia. Comunque siano andate le cose, la “Chimera dei Civici Musei Scientifici Triestini” rimane un oggetto curioso, una interessante testimonianza non solo della creduloneria ma pure della creatività e della fantasia umana.

(Giancarlo Pavat)

L’ingresso del “Museo Civico di Storia Naturale” di Trieste” – foto G. Pavat 2015

Ovviamente il “Museo Civico di Storia Naturale” di Trieste” merita una visita non soltanto per la “Chimera”. Possiede collezioni di Botanica, di Mineralogia, di Paleontologia (bellissimo il fossile in perfetta connessione anatomica del “Tethyshadros insularis”, ovvero ”dinosauro adrosauroide insulare della Tetide”, soprannominato “Antonio”; uno dei dinosauri più completi mai trovati al mondo, scoperto nel sito del Villaggio del Pescatore non lontano da Trieste), di Geologia, Evoluzione Umana e Biologia Marina. Per quanto riguarda quest’ultima branca dello scibile, nelle sale dedicate alla fauna marina, il visitatore potrà fare la conoscenza di…”Carlotta”, di cui ci siamo già occupati su questo sito.

Per chi volesse visitare il “Museo Civico di Storia Naturale” di Trieste”, ecco alcuni riferimenti utili;

Indirizzo: Via Tominz, 4, Trieste 0039 040  675 4603 – www.museostorianaturaletrieste.it; –  museiscienzadid@comune.trieste.it;

o telefonando allo 0039 040 6754603 – 0039 040 6758662

 Il sorriso smagliante di… Carlotta – foto G Pavat 2015.

“Carlotta” è il soprannome di un gigantesco squalo bianco femmina, lungo 5,4 metri, che venne “pescato” (si fa per dire, visto che lo uccisero a colpi di fucile) nel 1906 nel Golfo del Quarnaro (tra l’Istria orientale e le isole della Dalmazia) dal capitano della Guardia di Finanza austroungarica Antonio Morin. È uno dei più grandi squali mai catturati in Europa e il secondo al mondo per grandezza tra quelli interamente conservati. Della particolare vicenda dell’uccisione di questo grande squalo bianco se ne sono occupati anche Gerardo Severino e Federico Sancimino nel loro  libro “Finanzieri di mare a Trieste. Dall’Aquila Asburgica al Tricolore Italiano (1829-2016)” (Itinera progetti 2016).

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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