19 Gennaio 2021

L’ORDALIA DELLE MURENE DELL’ISOLA DI PONZA

di Roberto Volterri


Panorama dell’isola di Ponza – foto G Pavat luglio 2016

A Ponza, nel I secolo d.C., un misterioso culto  in cui le Murene decidevano il destino degli uomini…

“ Correvano le delicate murene a mangiare le leccornie loro offerte dai visitatori: erano pesciolini salati, frutta fresca schiacciata, briciole lucenti di pan fresco, bocconi preferiti e dal modo come si accostavano oppure rifiutavano, con un colpo di coda, le ghiottonerie offerte, i relegati. specialmente credevano di interpretare i futuri eventi della loro trite sorte…”

…sostiene Monsignor L.M. Dies nel suo libro “Ponza, perla di Roma: guida storico-tutristica dell’isola di Ponza nel Tirreno” (Tipografia Atena, Roma 1950).

Ma Plinio il Vecchio, il saggio autore della Naturalis Historia, scritta tra il 23 e il 79 d.C., nel Liber IX amplia ancor di più le nostre conoscenze su un curioso “culto delle Murene” che veniva praticato nell’isola di Ponza intorno alla prima metà del I secolo d.C. all’interno delle cosiddette “Grotte di Pilato”.

Le cosiddette “Grotte di Pilato” a Ponza (LT) – foto G. Pavat 2016
Uno scorcio del porto turistico della magnifica Isola di Ponza (LT)
Gli ingressi delle cosiddette Grotte di Pilato, nell’isola di Ponza – foto G Pavat 2016.

Sarà bene mettere subito in luce che il mai del tutto compreso Ponzio Pilato nulla ha a che fare con la meravigliosa isola e che il suo nome è stato del tutto immeritatamente legato ai magnifici resti della villa augustea.

Ma questa è un’altra storia…
É il 313 a.C. e gli “onnipresenti” Romani concedono all’isola di Ponza il privilegio di Colonia Latina, divenuta poco meno di un secolo più tardi una delle diciotto colonie venute in aiuto dell’Urbs aeterna durante la Seconda Guerra Punica combattuta contro Annibale.
Roma non dimentica il leale atteggiamento degli isolani, li affranca da ogni tributo e nell’89 a.C. conferisce all’isola la Civitas Romana optimum iure.

Passano altri lunghi anni e Gaio Giulio Cesare Augusto in persona destina le isole Ponziane a luogo di confino.

Confino subito anche dall’unica sua figlia Giulia e dalla madre Scribonia, indesiderata a corte per aver contravvenuto alle leggi paterne soprattutto alla Lex Iulia de pudicizia et de coerendis, emanata nel 18 a.C. da Ottaviano Augusto per cercare di arginare la dilagante immoralità.

Così, con una scusa o con l’altra, alcune isole Ponziane vengono spesso utilizzate proprio per confinare pericolosi pretendenti al trono o personaggi poco accetti a corte. Compreso Nerone Giulio Cesare, figlio di Germanico e Agrippina Maggiore, nato a Ponza nel 6 d.C., il quale nell’isola passa lunghi anni di esilio fino al suicidio avvenuto nell’anno 30 della nostra Era.

A malincuore lasciamo adesso le vicende prettamente storiche dell’isola ed esaminiamo una complessa struttura ben visibile da chi si avvia a conoscere l’isola a bordo di una delle tante barche in affitto: la “peschiera” dove si allevavano le sacre murene.

Uno degli strani “giudici” utilizzati nelle Grotte di Pilato per inviare agli Inferi personaggi indesiderati. 

Gli archeologi sembrano, una volta tanto, quasi tutti d’accordo nell’identificare il complesso come un vero e proprio Tempio Sacro, collegato ad una peschiera esterna utilizzata anche per le necessità culinarie della sovrastante villa imperiale.

Tanto per metter d’accordo anche il “sacro” con il “profano”…

 Ė abbastanza probabile che l’idea di questo “murenario” sacro sia di importazione orientale, reso possibile anche dalla presenza del tufo rachitico che avrebbe consentito di scavare anche un po’ al di sotto del livello delle acque. O almeno così affermano i vari “lupi di mare” che vi accompagneranno con la loro barca a fare il giro dell’isola…

L’ambiente principale del “murenario” sacro è costituito da una volta semicilindrica che sovrasta una grande vasca rettangolare, mentre sulla destra è possibile osservare anche una vasca quadrata, più piccola, da cui si diparte un misterioso cunicolo che scompare nella roccia.

Una delle Grotte di Pilato. Sulla parete di fondo, verosimilmente, era posta una piccola statua di marmo della divinità alla quale le sacre murene erano consacrate. – foto G. Pavat 2016.
Giancarlo Pavat che di mare se ne intende, all’interno del “Murenario”… foto Sonia Palombo luglio 2016
Un altro scorcio del “Murenario” dell’Isola di Ponza – foto G. Pavat 2016

Un’altra particolarità del luogo è costituita dalla presenza di un’abside con una nicchia in cui sarebbe stata raffigurata un’esotica divinità alla quale le murene venivano consacrate.

Giancarlo Pavat con una imbarcazione dentro le “Grotte di Pilato”, in realtà un “Murenario”. Sullo sfondo si vede l’abside con la nicchia di cui parla il professor Volterri – foto Sonia Palombo 2016

Abbondano, infine, vari cunicoli comunicanti tra di loro e sfocianti in mare sul fianco del sovrastante banco roccioso situato poco a sud-est del porto. Sul fondo di una delle vasche sono state recuperate parti di una statua di marmo bianco in cui alcuni studiosi avrebbero identificato il dio Apollo, oppure Dioniso.

Uno dei cunicoli citati dal professor Volterri – foto G Pavat 2016

O, ancora, potrebbe essere la raffigurazione a tutto tondo della divinità alla quale erano consacrate le sacre murene padrone dei destini di qualche malcapitato poco accetto dalla “casta” allora dominante…

Il capo di una statua di marmo bianco, probabilmente Apollo o Dioniso, recuperata insieme ad un piccolo altare di tufo e alcune lucerne di terracotta dall’Asso, benemerita organizzazione dedita all’archeologia e alla speleologia
L’ingresso di uno dei cunicoli sommersi.

Infatti, secondo Plinio il Vecchio, in questo strano luogo…

“ Murena quocumque mense parit, cum ceteri pisces stato pariant, ova eius citissime crescunt, in sicca  litora elapsas vulgus coitu serpentium impleri putat”

Ovvero, qui le murene sarebbero state fecondate da un misterioso “serpente” (coitu serpentium) una sola volta ogni anno, in una ben identificata notte in cui una certa stella fosse stata visibile da un preciso punto del tempio ictomantico.

Per far ciò, i sacerdoti fecero “tagliare” una finestra nella roccia in modo che fosse visibile, da quel luogo e in quel tempo, la Costellazione del Drago.

La Costellazione del Drago che, molto probabilmente, era visibile da un’apposita apertura praticata nella roccia di una delle Grotte di Pilato. Le stelle di tale costellazione avrebbero virtualmente “fecondato” le murene…

Cosa avveniva tra quelle pareti di tufo “affogate” tra le onde dello stupendo mare di Ponza?

E abbastanza probabile che i sacerdoti immettessero le sacre murene, prelevate dalle vasche della peschiera esterna, in un cunicolo che le avrebbe condotte dinanzi alla divinità in modo che esse – sempre secondo Plinio Seniore, ovviamente – costituite solo da esseri di sesso femminile potessero essere fecondate dalle “serpi” ovvero dalle stelle della Costellazione del Drago.

 I sacerdoti di questo strano rito ictomantico erano ben certi che la sacra prole di tale amplesso astrale venisse poi al mondo nel buio più assoluto, nei vari cunicoli ancor oggi visibili, osservata solo da un’addetto ai lavori posto su una sorta di marciapiede realizzato nella roccia accanto ai cunicoli stessi.

Particolare dello Zodiaco di Ponza visibile nel Mitreo che si trova nel centro della cittadina, percorrendo la salita Scarpellini. È ricavato all’interno di un ambiente sotterraneo.
Probabilmente il sacerdote preposto a interpretare il responso delle sacre murene osservava la loro riproduzione dal marciapiede visibile nella foto.

Invocate le astrali divinità, l’Augure chiamava a raccolta le murene sacre facendo contemporaneamente offrire loro, dai vari esiliati nell’isola, prelibati cibi, quali appunto i “pesciolini salati, frutta fresca schiacciata, briciole lucenti di pane fresco…”

Le murene accorrevano ora mangiando, ora rifiutando il cibo loro offerto: a seconda del diverso comportamento degli animali i relegati al confino – o meglio il misterioso sacerdote dell’ictomantico culto – arguivano quale sarebbe stata la loro sorte.

Tutto sommato si tratta di una mantica – o forse di una stranissima Ordalia – molto vicina, ad esempio, all’Ippomanzia, in cui si osservava il comportamento di alcuni cavalli in certe situazioni, in modo da trarne presagi per l’immediato futuro.

Insomma, una delle varie sfaccettature della Zoomanzia, ovvero l’Etologia utilizzata per dare un fugace, ben poco affidabile, sguardo a ciò che il Fato, le Parche o anche solo il “caso” riservavano al genere umano.

Uno scorcio della vastissima “Cisterna romana di via Dragonara” a Ponza, restaurata e aperta al pubblico.

Una “Giuria popolare”… in odor di pesce

Perché affidare alle murene l’interpretazione delle sorti di qui poveri sventurati confinati sine die sulla bellissima isola di Ponza?

Forse proprio per la somiglianza di tale pesce con dei grossi rettili che avrebbero dato origine chissà dove, chissà quando, ad una sorta di Erpetomanzia?

 In effetti, la murena –sacra o meno – appare come un grosso serpente, lungo anche un metro e mezzo, munito di potenti mascelle che si estendono oltre il piccolo occhio circolare. Possiede dei lunghi e acuminati denti che sarà bene… non incontrare mai!

 Ė priva di pinna pettorale ma, in compenso, possiede una bassa e lunga pinna dorsale.

La pelle – quasi come quella dei veri serpenti – è liscia, di colore bruno scuro, con macchie giallastre e priva di scaglie ma ricoperta da un viscido muco.

Come gran parte degli anguilliformi ha un sangue velenoso e, non contenta di questo, possiede anche una saliva contenete sostanze nocive e in grado di provocare serie infezioni dopo il morso dell’animale. Insomma un “Drago” – faccio per dire – ben poco raccomandabile!

La riproduzione avviene nei mesi invernali e questo dato potrebbe aiutarci nel verificare con accuratezza l’esatto periodo in cui, nella prima metà del I secolo d.C., si celebrava il rito dell’accoppiamento con le divinità astrali.

Tutto sommato, non si può dire che le sacre murene non apparissero molto simili a dei serpenti! E questo fatto potrebbe aver suggerito di utilizzarle nelle “Ordalie” che si svolgevano nelle Grotte di Pilato, a Ponza.

Ma perché pensare che proprio il Drago, proprio la costellazione celeste in cui gli antichi astronomi e astrologi vedevano raffigurato il mitico mostro, avrebbe dovuto contribuire alla innaturale fecondazione delle sacre murene? In verità… non lo sappiamo!

Ma possiamo analizzare anche se brevemente ciò che in antico si pensava delle stelle che – con una buona dose di fantasia – raffigurerebbero il sinuoso rettile.

C’è un bel libro di Giuseppe Maria Sesti, intitolato “Le Dimore del Cielo. Archeologia e mito delle Costellazioni” (Novecento Editrice, Palermo 1987) che potrebbe venirci in aiuto. E ad esso ci ispiriamo nel cercare una qualche soluzione al mistero che circonderebbe le Grotte di Pilato, la peschiera e le sacre murene.

Il Drago celeste

In tempi ormai lontani, la Stella Polare… non era la Stella Polare.

O meglio, non era quella che ora conosciamo, posta nella coda dell’Ursa Minor, ma era la stella Thuban, ovvero Alpha Draconis, visibile nella coda della costellazione del Drago, un grande complesso stellare che era situato proprio ove, intorno al 2700 a.C., tutta la volta celeste sembrava ruotare su se stessa.

Ma l’inarrestabile fenomeno della Precessione degli Equinozi ha fatto sì che, nel corso dei millenni, il polo di rotazione si sia spostato fino a trovarsi situato ove oggi possiamo osservare una stella facente parte proprio della costellazione dell’Ursa Minor.

Per aggiungere una poetica nota a questa “omeopatica”, fredda, disamina della figura celeste del Drago, del Serpente, potremmo ispirarci a Virgilio che nelle sue Georgiche (II, vv. 244-246), definendo Anguis la costellazione che ci sta accompagnando tra le sacre Murene, afferma che “…Quassù – ovvero sul Polo Nord astronomico. N.d.A.) – scivola il serpente con le sue pieghe sinuose e come un fiume passa intorno e in mezzo alle due Orse…”.

Passando poi dal cielo alla terra sappiamo che su alcune antichissime pietre di confine rinvenute in area mesopotamica, è stato spesso trovato raffigurato proprio il Drago che si snoda nella parte superiore della pietra stessa, mentre nella zona inferiore si trova di frequenza l’Idra, un lungo serpente acquatico.

Nella parte centrale della pietra veniva poi raffigurato un altro serpente, Ofiocus, elementi questi che testimoniano come gli animali rettiliformi abbiano da sempre suscitato interesse nell’animo umano, intesi quasi sempre come simboli negativi, quasi tetre presenze del volto oscuro dell’Universo.

In ambito astronomico sono stati comunque introdotti termini come Testa del Drago e Coda del Drago con riferimento ai nodi ascendenti e discendenti del percorso apparente del Sole, i punti cioè, dove sembra che in primavera ascenda l’equatore e ne discenda in autunno.

Un altro scorcio di uno degli ingressi delle cosiddette “Grotte di Pilato” – foto G. Pavat 2016

Similmente, l’orbita della Luna interseca il moto apparente del Sole in due punti precisi, i suoi due nodi: l’intervallo di tempo fra il passaggio attraverso uno di questi nodi e il suo ritorno allo stesso è chiamato Mese del Drago.

 Diffusa è inoltre in Oriente, in Cina soprattutto, la convinzione popolare che durante un’eclissi di Sole o di Luna sia proprio un Drago a divorare questi due corpi celesti.

Sempre in area medio-orientale, sappiamo anche che i Sumeri – gli onnipresenti Sumeri, quando si tratta di argomenti con alcune affascinanti zone d’ombra… – consideravano il Drago, chiamato Tiamat, come simbolo del Caos primigenio, sconfitta da Marduk, in un epico duello in cui essa, femminile simbolo del Male, venne tagliata in due dando origine alla Costellazione del Drago e a quella dell’Idra.

Ciò che probabilmente aveva colpito quegli antichi osservatori del cielo stallato era il fatto che le stelle del Drago non tramontavano mai, venendo così considerate come simbolo dell’eternità.

Ma per tornare al misterioso rito che si sarebbe svolto nelle grotte bagnate dal mare di Ponza, da un interessantissimo volumetto di Silverio Mazzella e Gennaro Mazzella, dedicato alla descrizione di alcune Isole Ponziane ho tratta l’informazione che “… fu necessario tagliare una finestra con l’apertura inclinata sull’allineamento di 61°- 30’   e 67°- 30’ …” corrispondente, nel I secolo d.C., ad una plaga della volta celeste in cui apparivano le costellazione dell’Orsa Maggiore e del Dragone.

Scorcio dei cunicoli e “finestre” del “Murenario” di Ponza – foto G. Pavat 2016

Ciò potrebbe tornare utile – interpretando in termini più astronomici cosa debba realmente intendersi per “allineamento di 61°-30’ e 67°-30’ ” – al fine di localizzare con esattezza le stelle che sarebbero state visibili nella prima metà del  secolo d.C. dalle finestre scavate nella roccia della peschiera.

Alcuni popoli dell’antichità e le astronomiche vicende che abbiamo fin qui incontrate fanno parte di un contesto storico alquanto precedente al periodo in cui sarebbero state realizzate le peschiere, l’alare marino, i cunicoli che si ramificano tra le onde del mare di Ponza.

Molto probabilmente il mistero di un cosiddetto culto ictomantico nel I secolo d.C. a Ponza, di una sorta di ittica ordalia che affidava ai momentanei “gusti alimentari” – o, più realisticamente, ai voleri dei “prezzolati” sacerdoti… – la vita, le sorti di qualche sventurato individuo inviso al potere al momento imperante.

Insomma, forse dietro l’influenza di qualche culto di matrice orientale o medio-orientale, alcuni sacerdoti al seguito della corte imperiale dettero vita ad un murenario dove – unendo l’utile al dilettevole, il sacro al profano – le murene venivano utilizzate come messaggere dei voleri divini e come ottima fonte di cibo.

Così venivano stabilite le sorti degli altolocati sfortunati cittadini romani incappati nelle solite congiure di palazzo o soltanto colpevoli di apparire “indesiderabili” perché potenziali ostacoli nel dar vita a qualche quotidiana congiura all’ombra dl Colosseo.

(Roberto Volterri)

Se non altrimenti specificato, tutte le immagini sono state fornite dal professor Roberto Volterri

Ringraziamo Sonia Palombo e Giancarlo Pavat per le fotografie di Ponza (LT)

Un suggestivo e selvaggio tratto della costa dell’Isola di Ponza – foto Giancarlo Pavat luglio 2016.
La bellissima, ma purtroppo interdetta al pubblico per motivi di sicurezza, Chiaia di Luna a Ponza – foto G Pavat 2017.

Questo libro vi introdurrà in un mondo del tutto nuovo e in gran parte inesplorato, alla ricerca di ciò che forse c’è ma è… invisibile.

Gran parte delle esperienze descritte nel libro, da quelle sulle «linee iperestesiche» del professor Giuseppe Calligaris a quelle sulla radiestesia e sulla rabdomanzia, appartengono ancora ad un inesplorato campo d’indagine dove, in buona parte dei casi, aleggia l’incertezza, l’indeterminazione, il dubbio sul vero rapporto causa-effetto.

Insomma, un’inconsueta e affascinante ricerca archeologica sicuramente “non di stretta osservanza! (SugarCo Edizioni, Milano 2007).

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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