18 Aprile 2021

SEGRETI E MISTERI DELLA MAPPA DI ZENO E GLI AFFASCINANTI VIAGGI DEI FRATELLI ZEN

di Pierluigi Tombetti

Mappa di Zeno – 1558 (Public Domain)

Un secolo prima di Colombo, nel periodo del massimo splendore di Venezia, due uomini affrontano un viaggio straordinario nel profondo Nord, sulle rotte commerciali vichinghe fino alle coste del Canada.

Una antica mappa che riporta isole misteriose, un principe della casata Sinclair e il documento originale dei viaggi di Nicolò e Antonio Zen (o Zeno), per molto tempo ritenuto un falso; recenti indagini, tuttavia, ribaltano completamente le accuse, e forniscono nuovi importanti elementi che confermano il racconto dei due esoloratori.

Chi erano questi uomini straordinari, cosa scoprirono e perché la loro storia fu soggetta alla damnatio memoriae fin dal XIX sec.?

LA MAPPA DI ZENO

Alla Biblioteca Marciana di Venezia, in Piazza S. Marco, è conservato un libro del 1558, Dello Scoprimento dell’Isole Frislanda, Eslanda, Engroneland, Estotiland et Icaria fatto sotto il Polo Artico da due fratelli Zeni, edito da Francesco Marcolini: nell’introduzione egli spiega che la storia è stata scritta da Nicolò Zen  il Giovane, pronipote di Antonio e Nicolò Zen, i due navigatori le cui gesta sono descritte nel testo.

L’autore riferisce di avere rinvenuto cinque lunghe lettere dei suoi avi nella biblioteca di famiglia e di aver potuto così procedere ad un attento editing del racconto, aggiungendo parti di testo mancante di suo pugno per collegare i brani delle lettere. Con rammarico aggiunge che, avendole trovate da bambino nella biblioteca di famiglia, non comprendendone il valore le aveva irrimediabilmente rovinate cosi che una discreta parte delle informazioni era andata perduta: «(…) sendo io fanciullo e pervenutomi alle mani né sapendo ciò che fossero, come fanno i fanciulli le squarciai  e  mandai  tutte  à  male,  il  che  non  posso  se  non  con grandissimo dolore ricordare hora».

Biblioteca Nazionale Marciana a Venezia (Public Domain)

Venezia era divenuta nel XVI sec. la capitale mondiale dell’editoria e i racconti di viaggio si confermavano sempre tra i libri di maggior successo: Nicolò il Giovane desiderava dare lustro alla famiglia facendo conoscere le gesta dei suoi avi. Al testo aggiunse a corredo una cartina nautica nello stile dell’epoca (carta da navegar) che passò alla storia col nome di Mappa di Zeno (Zen).

Si tratta di una normale carta geografica del XIV sec. in cui sono distinguibili chiaramente la Norvegia, la Svezia, la Groenlandia e l’Islanda, grazie anche ai rispettivi toponimi riportati sulla carta. Ma sono presenti anche isole misteriose di cui nessuno all’epoca aveva sentito parlare: Frieslanda, Icaria, Estotilanda, e addirittura le coste dell’area geografica di Terranova, nell’odierno Canada e parte delle zone più a sud.

La mappa conteneva tuttavia evidenti errori di posizionamento in latitudine e longitudine, così che alcune isole in seguito ritrovate nella realtà non risultavano alle giuste coordinate geografiche.

Ad ogni modo, il libro ebbe un certo successo e cominciarono a diffondersi varie edizioni che giunsero nelle mani di Gerard Kremer, il grande cartografo più noto come Mercatore, che ne fu incuriosito e utilizzò la Mappa di Zeno per la sua Mappa Moderna del Mondo (1569). A causa di questo le isole misteriose della Mappa di Zeno continuarono per qualche tempo ad essere rappresentate nelle cartine geografiche e mappe nautiche.

Nel 1570 il testo nella versione inglese, fu presentato alla Regina Elisabetta dal matematico, astrologo e cartografo di corte John Dee, grande amico di Mercatore. La sovrana cercava nuove terre da conquistare e si mostrò interessata a quella insolita carta con terre di cui non aveva mai sentito parlare: dopo essersi consultata con esperti geografi e navigatori diede ordine di approntare una spedizione alla ricerca di Frieslanda con a capo il corsaro Martin Frobisher. Tuttavia l’isola misteriosa continuò a rimanere tale: Frobischer, nonostante tre tentativi, non la trovò mai.

L’ENIGMA DI FRISLANDA

Frislanda continuò a rimanere un mistero per i navigatori fino al 1787, quando il geografo francese Jean Nicolas Buache nel suo studio “Mémoire sur l’isle de Frislande” osservando la latitudine approssimativa dell’isola suggerì la possibilità che si trattasse dell’arcipelago delle Faroe (o Isole Feringie).

Successivamente il geografo tedesco Henrich Peter von Eggers confermò l’ipotesi mediante il confronto del testo di Marcolini con i toponimi delle isole Faroe, Monaco per Munk, Sudero per Sutheroy, Nordero per Norðadalur, Andeford per Arnafjord, e altri. La colonizzazione Vichinga delle isole era avvenuta intorno al IX sec. e l’arcipelago fu chiamato Faeroeisland, isola delle pecore.

La conclusione a cui gli studiosi giunsero è che Nicolò Zen scrivendo le sue lettere, abbia contratto il nome, probabilmente pronunciato velocemente, in veneziano medievale: Faroeisland/Friesland/Frieslanda. Questa tesi sembra essere la più interessante e probabile.

Tuttavia Nicolò il giovane contribuì al problema riportando in posizione errata l’arcipelago di Frieslanda; è anche possibile che per disegnarla l’autore abbia utilizzato la carta di Matteo Prunes del 1553 in cui appare un’isola chiamata Fixlanda in una posizione simile.

Proprio per questo nel 1835 l’ammiraglio danese Christian Zahrtmann affermò con veemenza che i viaggi dei fratelli Zen erano un falso ben architettato, criticando anche altri dettagli del racconto, e solo 40 anni più tardi la Royal Geographical Society fu in grado di dimostrare il contrario.

Tuttavia ancora oggi i viaggi di Antonio e Nicolò Zen sono considerati poco più che una favola.

Sono stati necessari l’indagine accuratissima e i viaggi del prof. Andrea De Robilant, docente alla American University of Rome, che ha ripercorso le rotte degli Zeno, per ricomporre un puzzle distorto e incompleto  e donare ai navigatori veneziani il posto che meritano nella storia: il suo libro Venetian Navigators: The Voyages of the Zen Brothers to the Far North costituisce un’eccellenza in questo genere di studi perché associa alla ricerca storica e archivistica la visita sul campo e l’indagine presso archivi e con l’ausilio di esperti locali, che come vedremo darà risultati fondamentali.

Ma chi erano questi uomini così coraggiosi da raggiungere le terre sconosciute dell’estremo Nord?

LA FAMIGLIA ZEN

Gli Zen erano tra le famiglie più antiche, nobili e famose di Venezia; secondo alcune fonti giunsero in città nel IX sec. contribuendo alla crescita e alla potenza della città per tutto l’arco della sua storia, sempre protagonisti in politica, nel commercio e nella difesa della laguna.

Nicolò, Antonio e il fratello Carlo, ammiraglio ed eroe della guerra contro Genova, vissero nel periodo d’oro della Repubblica, quando la Serenissima dominava sull’Adriatico, il Mediterraneo, fino al Mar Nero e oltre: era un periodo straordinariamente fiorente, e il mecenatismo delle famiglie patrizie attirava in città i migliori artisti dell’epoca.

In questo clima estremamente dinamico e pieno di entusiasmo per i viaggi di esplorazione, il governo della Serenissima si rendeva perfettamente conto della necessità di espandere le proprie rotte commerciali verso altre latitudini, seguendo la pratica mercantile sempre efficace del diversificare gli investimenti. Il Mediterraneo, le vie nel Mar Nero verso Trebisonda e la Crimea, le isole di Grecia e Cipro, erano rotte da mantenere al prezzo di guerre e scontri continui con le altre potenze navali e spesso l’Impero Ottomano costituì il muro finale dell’espansione a est; ma nel Nord Europa, nonostante il potere della Lega Anseatica, c’era ancora spazio per Venezia che già nel XIV inviava regolarmente le sue galee in convogli militari di sette/otto navi, oltre le Colonne d’Ercole per aprire nuove vie commerciali.

IL VIAGGIO DI NICOLÒ ZENO

All’incirca nell’inverno 1382-83 Nicolò Zeno, dopo una lucrosa e onorata carriera in attività commerciali e militari nella guerra contro Genova, armò a sue spese la sua piccola nave, una cocca medioevale con armamenti adeguati per la difesa in mare, e partì per le Fiandre: si trattava di una imbarcazione utilizzata da tempo nel Mar Baltico che i Veneziani utilizzarono dal XIV sec. nel Mediterraneo.

Nicolò salpò senza la protezione di un convoglio, una scelta pericolosa ma dettata dalla necessità di battere la concorrenza e avere la massima libertà di azione.

La Serenissima stava in quel momento cercando di raggiungere le Fiandre passando per il Tirreno e l’Atlantico per evitare i pericoli continui e i dazi onerosi delle vie commerciali consuete via terra, ed erano già stati stabiliti fiorenti contatti commerciali e una sede a Bruges. Nicolò conosceva la cosiddetta lingua franca, un idioma parlato in tutti i porti, composto da vocaboli greci, veneziani, catalani, latini, arabi e di altre lingue, che permetteva ai mercanti di comunicare e concludere le transazioni. Non abbiamo testimonianze scritte ma la lingua era funzionale, appresa oralmente e con una grammatica semplice e vocabolario ridotto, in definitiva serviva egregiamente al compito; fu utilizzata durante il medioevo e anche in periodi successivi, fino al XIX sec.

Il viaggio di Nicolò fu però accompagnato da burrasche e tempeste sin dall’entrata nel Canale della Manica e l’imbarcazione fu spinta prima ad est e poi a nord: il cielo nuvoloso non permetteva l’orientamento con le stelle e nemmeno la bussola era di aiuto durante tempeste così intense. Secondo le lettere, l’equipaggio, spinto per giorni a latitudini estreme, approdò nell’isola chiamata Frislanda, una terra sconosciuta ai Veneziani. Qui furono attaccati dai bellicosi nativi e sarebbero morti tutti se non fosse intervenuto il Signore delle isole, un misterioso principe chiamato Zichmni che li salvò, provvedendo anche cibo e alloggio. Il principe parlava latino e conversando con Nicolò spiegò che si trovava a Frislanda per sedare le rivolte degli indigeni; il suo regno comprendeva una vasta area e arcipelaghi di isole

Nel corso delle settimane il principe notò la grande abilità marinara di Nicolò e dei suoi marinai e propose loro di unirsi a lui nella sua missione di controllo delle isole. Nicolò accettò e dopo un adeguato periodo al servizio del principe Zichmni fu dai lui nominato cavaliere.

CHI ERA IL PRINCIPE ZICHMNI?

Tra le varie proposte degli studiosi per appurare la vera identità del principe Zichmni, una su tutte sembra la più plausibile, nonostante manchi una conferma ufficiale: il naturalista Johann Reinhold Forster nel XVIII sec. propose una interessante teoria che lega il misterioso principe Zichmni alla casata dei Sinclair e e in particolare a Enrico I Sinclair (o St. Clair, 1345-1400?), conte delle Orcadi e signore di Rosslyn.

Guysborough, Nuova Scozia: monumento all’approdo di Enrico I Sinclair (o St. Clair, 1345-1400?), conte delle Orcadi e signore di Rosslyn (Public Domain CC BY-SA 2.0)
 

In effetti Sinclair era pronunciato Zincler nel vernacolo locale ed è possibile che un’errata trascrizione del nome abbia portato a Zichmni; inoltre nel periodo in cui messer Nicolò giunse a Frieslanda, Enrico si trovava proprio alle isole Faroe per esigere i tributi alle bellicose popolazioni locali per conto della corona norvegese.

La biografia di Enrico I sembra inserirsi perfettamente in questo puzzle storico: figlio di William Sinclair, Lord di Rosslyn e della nobile norvegese Isabella, figlia di un conte delle Orcadi, servì re Håkon di Norvegia in cambio del titolo di conte delle Orcadi, che ottenne il 2 agosto 1379: il suo incarico prevedeva la riunificazione alla corona norvegese delle Orcadi, delle Faroe e delle Shetlands, che si erano ribellate alla autorità del re, e la riscossione delle tasse. William Sinclair, conte di Caithness,  e nipote di Enrico I, diverrà noto come il costruttore della Cappella di Rosslyn, resa famosa dal libro Il Codice Da Vinci.

L’ARRIVO DI ANTONIO ZEN

Nicolò era un esperto commerciante e aveva immediatamente compreso le grandi opportunità che il destino gli aveva offerto: più o meno nel 1383 scrisse al fratello Antonio, a Venezia, delle estese rotte commerciali già stabilite da secoli che portavano pesce e merci di scambio dalle isole al continente, Scozia, Fiandre, Danimarca, Norvegia, Inghilterra, e gli propose di raggiungerlo. La lettera giunse ad Antonio l’anno successivo e nel 1384 egli partì con una nave che aveva acquistato e approntato per il lungo viaggio che sarebbe durato molti mesi, almeno fino all’estate del 1385. Tuttavia non poté passare molto tempo con il fratello poiché il principe Zichmni volle Nicolò nella successiva spedizione militare verso le Shetland, assediate da un cugino di Zichmni.

L’ISOLA DI ESTLANDA

Secondo il racconto una terribile tempesta decimò le navi del principe ma infine riuscì comunque a raggiungere le Shetlands. Nonostante i grossolani errori nel riportare le isole sulla mappa, i toponimi menzionati da Nicolò il Giovane sono facilmente individuabili nel nome Estlanda (Shetlands) e dalla toponimia dell’arcipelago: Danberg (Danaberg), Bress (Isola di Bressay) che erroneamente posiziona vicino all’Islanda nella mappa di Zeno, e altri.

A Estlanda il principe e Nicolò conclusero la loro missione spostandosi poi fino in Islanda seguendo la vecchia rotta vichinga; dopo Pythea di Massalia che vi approdò nel IV sec a. C., l’Islanda fu raggiunta da monaci irlandesi nell’VIII sec. seguiti da coloni vichinghi il secolo successivo. Questi ultimi si stabilirono in villaggi e la popolazione crebbe a oltre 10.000 individui nel XII sec. La Norvegia conquistò l’Islanda nel 1264 imponendo un commercio forzato ma già al tempo in cui vi giunse Nicolò il legame con la Norvegia si era indebolito notevolmente.

ARRIVO IN ISLANDA

Le lettere dei veneziani forniscono dettagli di straordinaria precisione, per esempio descrivono un monastero in cui l’energia geotermica vulcanica era sfruttata per il riscaldamento, e perfino l’acqua calda corrente veniva utilizzata comunemente. Il calore nel sottosuolo permetteva la coltivazione di verdure e veniva utilizzato per cuocere il pane senza l’ausilio di forni a legna. I monaci estraevano le rocce vulcaniche dalle bocche del vulcano vicino utilizzandole come materiale di costruzione. Nel suo lavoro di ricerca, il prof. De Robilant cercò di ritrovare questo monastero tra i sette presenti in Islanda nel XIV sec.; dopo la Riforma, che arrivò qui nel 1531, i monasteri furono distrutti e coperti dalle ceneri vulcaniche. Non esistendone più in Islanda, il resoconto degli Zen fu considerato una favola, ma grazie a una archeologa di Reykjavík il prof. De Robilant riuscì a identificare la zona in cui si trovava e trovò conferma locale che ancora oggi il pane si cuoce senza forni e si coltivano verdure grazie al calore del sottosuolo.

Mappa della Nuova Francia (1600). Estotilanda è identificata con il Labrador (Public Domain)

L’ISOLA DI ICARIA E LE TERRE SCONOSCIUTE DI ESTOTILANDA E DROGEO: ARRIVO IN NORD AMERICA

Il racconto narra che in seguito Messer Nicolò tornò a Venezia; i pochi dati reperibili negli archivi parlano di vari incarichi politici ma anche di gravi accuse di appropriazione indebita che macchiarono per sempre il suo nome, accuse che toccarono anche il fratello Carlo, nonostante la sua fama e l’onore di cui godeva come eroe della Serenissima.

Il fratello Antonio decise invece di rimanere per altri dieci anni al servizio del principe Zichmni come comandante della flotta, non è chiaro se poi tornò a Venezia o meno. Ad ogni modo fu durante questo periodo che il principe apprese del racconto di alcuni pescatori che avevano visitato terre sconosciute chiamate Estotilanda e Drogeo, ed erano rimasti lì per decenni per poi riuscire fortunosamente a tornare in patria, alle Faroe.

Il principe invitò Antonio a seguirlo in una spedizione esplorativa che durò varie settimane: non riuscirono a raggiungere la loro meta, approdarono invece ad un’altra isola, chiamata Icaria, i cui abitanti si dimostrarono ostili, impedendo loro di colonizzare l’area.

Non avevano idea di essere giunti in un altro continente, a Terranova (Newfoundland) nel Canada nord-orientale, Estotilanda è da identificarsi nella Nuova Scozia; secondo i testimoni a Estotilanda vi sarebbe stata una colonia vichinga e ciò è senz’altro plausibile. A Drogeo, la zona costiera a sud di Terranova, il pescatore riferì dell’esistenza di cannibali a cui avrebbe cercato di insegnare i rudimenti della pesca, una affermazione che non è possibile sostenere con evidenze di alcun tipo. Nicolò il Giovane descrive l’area utilizzando l’espressione “Nuovo Mondo”: questa definizione non era propria di una lettera trecentesca ma sicuramente apparteneva un uomo del rinascimento come l’autore del libro; questo ha fatto sorgere qualche dubbio sulla effettiva realtà di alcune delle descrizioni, che sarebbero interpolazioni dell’autore del libro.

Ad ogni modo, il principe Zichmni e Antonio Zen giunsero effettivamente in prossimità delle coste del Nord America anche se non poterono scendere a terra: il viaggio proseguì ma gli esploratori furono spinti dal vento impetuoso verso nord, raggiungendo la punta meridionale della Groenlandia il 2 giugno 1398: battezzarono questa zona Promontorio della Trinità (l’odierno Capo Farvel). Trovandovi una popolazione eschimese mite e sottomessa, Zichmni ne fece una nuova colonia e cominciò l’esplorazione sistematica della lunga area costiera cominciando a costruire i primi insediamenti mentre Antonio decise di tornare alle Faroe con alcuni marinai. Infine Il Principe Sinclair tornò alle Faroe per morire in una data incerta, probabilmente nel 1404, in battaglia.

Nel Mappamundi di Sebastian Muenster (1544) Estotilanda è l’estrema area nordorientale del Canada. (Public Domain)

LA ROTTA ATLANTICA: LE COLONIE IN GROENLANDIA

Il regno di Norvegia nel XIV sec. comprendeva anche la Groenlandia e già da due secoli esistevano consolidate e trafficate rotte vichinghe che facevano la spola tra queste due terre facendo scalo nelle isole. Vi sono inoltre chiare prove di insediamenti vichinghi in Nord America, più precisamente Nuova Scozia e Terranova e per quanto riguarda la Groenlandia esistono rapporti epistolari tra il vescovo Erik Gnupsson di Groenlandia il Papa Pasquale II (già nel 1124 era stato nominato un vescovo a Gardar, nell’estremo sud della Groenlandia con una adeguata sede vescovile), in cui si cerca di sistemare la questione dei matrimoni consanguinei nelle colonie del Nord America. Il vescovo aveva visitato queste colonie e aveva appurato l’esistenza del problema scrivendo preoccupato al Papa.

In seguito, l’aggravarsi della situazione climatica con una glaciazione nota oggi con il nome di Piccola Era Glaciale, rese impossibile il normale proseguimento della vita nelle colonie: praticamente smisero di esistere. Una condizione simile affrontò anche l’Islanda, tra eruzioni vulcaniche e guerre. Poi circa un secolo dopo, le cose cominciarono lentamente a tornare alla normalità e i viaggi e i commerci tra le isole e il continente ripresero.

Nicolò Zeno il Giovane (1515–1565). Tiziano, olio su tela, 1560-1565, Kingston Lacy, Dorset, Inghilterra. (Public Domain)

GLI ERRORI DI NICOLÒ IL GIOVANE

Il testo di Nicolò il Giovane presenta diverse imprecisioni: prima di tutto nella Mappa allegata la localizzazione delle isole e in vari casi non corretta. Poi quando racconta del monastero e dell’utilizzo delle sorgenti termali e geotermiche in Groenlandia risulta piuttosto evidente che si trattava dell’Islanda: probabilmente questi errori derivano dal fatto che non aveva le lettere complete su cui basarsi ma solo alcune parti. De Robilant afferma comunque di essere riuscito a determinare con precisione l’ubicazione del monastero nei pressi del vulcano islandese Myrdal.

Ci sono anche imprecisioni relative alla data di partenza di Nicolò Zen che non sembra essere il 1380 ma l’inverno 1382/83, inoltre, contrariamente a quanto afferma l’autore del libro, Niccolò Zen non morì durante un viaggio nel Nord Europa ma tornò a Venezia dove l’archivio cittadino ne dimostra l’attività politica e commerciale per molti anni.

 

CONCLUSIONE

Cosa è possibile desumere dal testo di Nicolò il Giovane? Prima di tutto che le lettere da cui ha tratto le informazioni narrano particolari geografici e locali talmente dettagliati da confermare la veridicità dello scritto: solo chi conosceva molto bene le terre a Nord e aveva visitato i villaggi e i monasteri in Islanda e Groenlandia poteva fornire dettagli così particolareggiati, si tratta in definitiva di una testimonianza oculare.

Inoltre Nicolò e Zichmni giungono alle coste di Terranova un secolo prima di Colombo scoprendo, o meglio riscoprendo le coste americane, già raggiunte dai Vichinghi nel X sec.

L’autore del libro, Nicolò il Giovane, membro del Consiglio dei Dieci, eroe della Serenissima e ingegnere idraulico, era un uomo di grande valore, stimato e rispettato a Venezia, e di specchiata moralità, che ricoprì incarichi estremamente importanti nella vita politica e militare, non certo un autore fantasioso. I viaggi di Nicolò e Antonio Zen erano conosciuti a Venezia grazie ai racconti riportati oralmente da altri commercianti viaggiatori, figli e nipoti di colleghi degli Zen, la stessa famiglia Zen era uno dei fulcri della vita veneziana. Nicolò il Giovane non aveva alcun bisogno di scrivere una storia in parte inventata o di aggiungere particolari romanzeschi: era un uomo pragmatico e un militare che scriveva per i nobili e i commercianti della sua epoca.

La vecchia teoria secondo cui il principe Zichmni sarebbe Enrico I Sinclair trova nuove e interessanti conferme per cui grazie al documentato lavoro di ricerca sul campo del prof. Andrea De Robilant, la Mappa di Zeno e il racconto dei viaggi di Niccolò e Antonio Zen possono essere accettati in buona parte come testimonianza storica, con i limiti delle imprecisioni rilevate, rivalutando in pieno le figure dei due navigatori.

(Pierluigi Tombetti)

  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono state fornite dall’autore.

Immagini sopra e sotto: Targa in memoria di Nicolò e Antonio Zen, Fondamenta Santa Caterina, presso il Campo dei Gesuiti, Venezia.

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Trieste. Castello di Miramare. “Natura morta con mappamondo”, olio su tela realizzato nel 1931 da Umberto Noni (Trieste 1892 – Roma 1971). Il quadro si trova negli appartamenti del Duca d’Aosta al primo piano del Castello di Miramare. Fu commissionato dallo stesso Amedeo Duca d’Aosta che lo fece collocare nella Biblioteca di Massimiliano d’Asburgo, adibita a proprio studio privato. Sotto il Planisfero compare la frase in latino “FIDE ENIXI ROBORE TENTAVERE” (traducibile con “Basandosi sulla fede, tentarono con la forza”). Le iniziali formano il celebre ed enigmatico motto sabaudo FERT (mai decifrato con certezza) Tra i nomi dei grandi navigatori italiani (ai quali fa riferimento la frase), in alto a destrea, si leggono quelli di Antonio e Nicolò Zeno – foto G. Pavat 2016.
 

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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