28 Novembre 2020

FENICI, CINESI, VICHINGHI, AMALFITANI O…OLMECHI…MA CHI HA INVENTATO LA BUSSOLA?

di Roberto Volterri e Giancarlo Pavat


L’amalfitano Flavio Gioia, a cui viene attribuita l’invenzione della “Bussola”

Come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada…                                 

(Leonardo da Vinci)


“Tra la fecondità del falso e l’insignificanza del vero,

stretto e malagevole è il cammino della Scienza…”

(Renè Thom, matematico)

La Storia della Scienza appare costellata dai corsi e ricorsi storici tanto cari a Giambattista Vico (1668 – 1744), da un alternarsi di geniali invenzioni e scomparsa delle stesse a seguito di eventi bellici, del mutare del livello economico e di prosperità delle genti che a quelle invenzioni avevano dato vita o, più semplicemente, dal mutare di usi, costumi e pratiche necessità. Forse la spiegazione più ovvia, quasi banale, consiste nel fatto che la mancanza d’uso… cancella il ricordo.

Chi di voi saprebbe ancora eseguire, con carta e penna, una qualsiasi ‘radice quadrata’, dopo l’avvento delle calcolatrici digitali che forniscono il risultato premendo un semplice tasto? Chi saprà costruire, fra qualche decennio, la rudimentale, semplicissima ‘radio a Galena‘ che fece compagnia ai nostri nonni?
Forse nessuno, per il semplice motivo che non ne abbiamo, e neppure ne avremo, necessità! Salvo ricorrere ai testi che ne descrivevano la realizzazione e l’uso.

Ma, in antico (e non solo!) intervenne l’incendio della Biblioteca di Alessandria e molte conoscenze, in seguito, tali non furono per molto tempo…

Solo il nuovo insorgere delle medesime necessità, in concomitanza con il nascere di geniali individui in grado di cogliere i rapporti tra fenomeni apparentemente non correlati, dettero (e daranno) origine alle stesse invenzioni o alle medesime scoperte avvenute secoli o millenni fa…

Nihil sub sole novum, nulla di nuovo sotto il sole, recita l’Ecclesiaste (I,10) e forse aveva ragione!

Proprio parafrasando il sempre attuale detto, ho voluto intitolare questo breve excursus storico qua e là tra scoperte e ri-scoperte, tra invenzioni e re-invenzioni, tra felici intuizioni e lunghi periodi di oblìo, tra lampi di genio e ‘nebbie della conoscenza’.

Lo spunto, confesso, me lo ha dato una conferenza tenuta anni fa dal professor Luis Godart a Villa Mondragone (Frascati-Roma) in occasione del Convegno ‘Scienza e Società’, organizzato dall’Università di Roma -Tor Vergata, dal CNR italiano e dal CNRS francese. Godart, in un impeccabile italiano, ha esposto diacronicamente lo sviluppo della ‘scrittura’, dai primi, affascinanti tentativi di ‘imprimere’ il pensiero umano nella ‘materia’ (ad esempio, le tavolette d’argilla di Ebla) fino all’invenzione della stampa a ‘caratteri mobili’ (metà del XV secolo).

Ma quel che mi ha colpito maggiormente è stata l’osservazione che da quello che possiamo considerare il primo esempio di ‘stampa a caratteri mobili’, il celeberrimo ‘Disco di Festo’ (XVII secolo a.C.), a Gutenberg c’è un abisso temporale di circa trenta secoli!

Una faccia del famoso “Disco di Festos” rinvenuto il 3 luglio del 1908 da Luigi Pernier Federico Halbherr a capo di una spedizione archeologica nell’isola di Creta.
il Disco di Festos in un disegno di Giancarlo Pavat e il suo libro “Guida curiosa ai Labirinti d’Italia” (Newton Compton 2019) in cui presenta una interessante ipotesi sul misterioso manufatto.

Anche la ‘scienza’ – o meglio, la ‘conoscenza’ –  segue i corsi e ricorsi storici di ‘vichiana’ memoria?

Le ‘scoperte’ e le ‘invenzioni’ che hanno tracciato la storia dell’Umanità sono apparse in tempi da noi lontani, sono poi cadute nell’oblio per poi riapparire in tempi più propizi al loro diffondersi?

Tra Cinesi, Fenici, Amalfitani e anche Olmechi, chi ha inventato la Bussola?

Ad esempio, siamo veramente certi che fu il ‘mitico’ Flavio Gioia ad inventare la bussola?

Siamo certi che egli sia realmente esistito?

Oppure un’errata traduzione di un passo dell’opera “In Carum Lucretium poëtam Commentarii” di Giovan Battista Pio, ovvero  “Amalphi in Campania veteris magnetis usus inventus a Flavio traditur” basata da uno scritto di Flavio Biondo, il quale attribuiva l’invenzione della Bussola ai navigatori di Amalfi, ha poi generato la leggenda tanto cara alla stupenda cittadina campana che a Flavio Gioia ha dedicato una bella statua bronzea?

Una bella statua dedicata dagli amalfitani a Flavio Gioia, più o meno ufficialmente ritenuto l’inventore della Bussola.

Ma allora perché Flavio Gioia?

Nel suo “De Re Nautica” pubblicato nel 1540, un umanista di Ferrara, Lilio Gregorio Giraldi (1479 – 1552), ribadì che la bussola era stata inventata da un certo “Flavio di Amalfi”, incerta affermazione a cui uno storico di Napoli, Scipione Mazzella, pensò di aggiungere – senza un reale motivo… – che il “Flavio di Amalfi” era nato in realtà a Gioia del Colle, in Puglia. Da qui il passo fu brevissimo e ora, ufficialmente, la Bussola sarebbe stata inventata da… Flavio Gioia.

Nonostante i seri dubbi avanzati da due noti medievisti, la professoressa Chiara Frugoni e il professor Alessandro Barbero, da chi scrive conosciuti con piacere anni fa…

Un’antica stampa raffigura Flavio Gioia, nel suo studio, mentre sembra studiare eventuali rotte marittime attorniato anche dalle sue Bussole…

Oppure, possiamo seriamente sostenere che l’amalfitano fu preceduto dai ‘soliti’ Cinesi?

Per dare ora un rapido sguardo al mondo delle tecnologie e degli oggetti ‘impossibili’ o, quantomeno ‘anacronistici’, cominciamo proprio dalla…  bussola.

Da un punto di vista diacronico, la ‘data di nascita’ della bussola, o almeno di un oggetto in grado di indicare sempre il nord magnetico, si fa usualmente risalire ai ‘soliti’ cinesi.

Secondo antiche cronache, fu l’imperatore Huang-ti – nel 2634 a.C. – a far munire il suo regale carro di un dispositivo in grado di indicare sempre la direzione nord-sud, ma questa è… leggenda.

Appena più credibile è ritenere che essi usassero, fin dal X secolo a.C., lo Ien-nan o Chin-nan, cioè l’indicatore del Sud.

La strana “Bussola cinese” in cui il “mestolo”, su un piano orizzontale e con minimo attrito, ruotava sul suo punto di appoggio per indicare il Sud magnetico.

Ma notizie più certe e attendibili si hanno se ci spostiamo di molti, molti secoli e arriviamo all’XI secolo della nostra Era, con una pubblicazione, ovviamente ancora in cinese, intitolata ‘ P’ing-chou-k’o-t’an ’.

Immagini sopra e sotto; Così doveva apparire agli stupefatti sudditi del “Celeste Impero” il Carro-Bussola che indicava sempre il Sud magnetico.

Altre indicazioni sull’uso, se non proprio sull’invenzione, della bussola le troviamo tra gli arabi: lo scrittore Mohammed al-Awfi narrò, in una raccolta di aneddoti persiani, pubblicata nel 1232, l’uso di uno strumento molto simile a quello ancora in uso.

Un altro scrittore arabo, Bailak Kibdjaki, nel suo ‘Tesoro dei Mercanti’, scritto nel 1282, descrisse uno strumento realizzato con un ago magnetizzato, a forma di pesce, fissato su un supporto ligneo galleggiante in un piccolo contenitore d’acqua, in uso sull’imbarcazione con cui – circa quarant’anni prima – aveva effettuato il viaggio da Tripoli ad Alessandria.

Per ulteriori notizie certe dobbiamo spostarci nell’Europa del nord, ove troviamo gli scritti di Styrmir Kàrason (morto nel 1245), di Hurla Thordson (morto nel 1284) e di Haukr Erlendsson con il suo ‘Land-nàmabòk’ risalente al 1300.

Giancarlo Pavat in navigazione in un fiordo del Mare del Nord sulle tracce dei Vichinghi. Furono i coraggiosi Uomini del Nord a realizzare le prime “bussole” in Europa? – foto Sonia Palombo 2011.

..e non poteva mancare il grande Federico di Svevia e la sua rutilante e sapiente corte siciliana…

Ma la vera antenata delle moderne bussole che ancora oggi usano i boy scout out o gli appassionati di escursionismo che (come gli scriventi) rifuggono fa GPS o bussole digitali, è la cosiddetta “Pixidis Nautica”.

La Storia della “Pixidis Nautica” (o “Pisside nautica”, in italiano), pur essendo interessante è decisamente poco nota e, sotto alcuni aspetti, ancora misteriosa.

Per quanto se ne sa, questo strumento innovativo per la navigazione, compare nel Regno di Sicilia svevo-normanno dei secoli XII e XIII. Uno stato e un’epoca di grandi trasformazioni sociali, giuridiche e anche tecnologiche.

Di fatto, la “Pixidis Nautica” fu uno straordinario miglioramento delle rudimentali “bussole” di cui si è parlato poco fa, costituite da un semplice ago magnetizzato infilzato su un supporto galleggiante posto in una tinozza piena d’acqua.

Non bisogna essere esperti marinai per immaginare come, in caso di mare mosso (per non dire in tempesta) fosse praticamente impossibile mantenere la rotta.

La “Pixidis Nautica”, invece, era costituita da una scatola di legno (la “pisside”, appunto) al cui interno c’era un perno metallico (generalmente di bronzo) sul quale era infilato un ago magnetico di acciaio.

Sul coperto della “pisside” erano incise 360 tacche che corrispondevano agli altrettanti gradi goniometrici.

L’innovazione consisteva nel fatto che, essendo “a secco”, era facilmente maneggiabile, assolutamente stabile e permetteva pertanto di navigare anche con il mare mosso e quindi nella brutta stagione.

Federico II in un particolare del quadro di A.G. Ranberg (1819-1875)

Non sappiamo chi sia stato l’artefice della “Pixidis Nautica”. Forse ancora una volta qualche amalfitano? O forse qualche sapiente arabo o greco della rutilante Corte palermitana di Federico II di Svevia? O ancora, fu una novità introdotta dal Mediterraneo orientale o dal Vicino Oriente magari a seguito della incruenta “crociata” federiciana del 1228/29?

È probabile che questa ““Pixidis Nautica” sia stata tenuta segreta nell’ambito del Regno di Sicilia. Costituiva uno strumento tecnologico avanzatissimo per l’epoca. La flotta reale (sia militare che commerciale) che ne era in possesso, sopravanzava di molto quelle degli altri stati e repubbliche marinare.

L’Europa occidentale ne ebbe cognizione grazie a un ingegnere militare francese, tale Pierre Peregrine de Maricourt.

Costui era giunto nell’Italia meridionale al seguito dell’invasore Carlo d’Angiò.

In Puglia, durante l’assedio di Lucera, ultima fedelissima roccaforte sveva, de Maricourt rinvenne un esemplare di “Pixidis Nautica” e colpito dallo straordinario strumento, s risse addirittura un trattato in forma epistolare; il DE MAGNETE.

Il passo successivo, ovvero dalla “Pixidis Nautica” alla moderna Bussola, fu breve. Anche semanticamente.

Infatti, secondo diversi studiosi, nel XIV secolo, i soliti amalfitani (da tener presente che con questo termine erano indicati tutti gli abitanti dell’antico Ducato, che comprendeva anche Positano, Ravello e gli altri celebri e splendidi centri della Costiera) erano convinti che un particolare tipo di legno riuscisse a schermare l’ago magnetizzato dalle aberrazioni prodotte da rocce magnetiche lungo le coste. Quel legno era il bosso.

Perciò le “pissidi” cominciarono ad essere realizzate tutte in bordo (forse i veri motivi erano di ordine pratico,  vista la facilità di lavorazione di questo legno) e quindi presero il nome di BUSSOLE!

Palazzo dei Normanni a Palermo – foto G. Pavat 2017

In definitiva, a parte le leggende che fanno risalire alla protostoria cinese gran parte delle invenzioni realizzate in antico (dalla polvere da sparo ai razzi fino alla bussola) quel che c’è di sicuro è che la data di nascita “ufficiale”’ dell’invenzione di della “Bussola” oscilla, realisticamente, tra la Cina e l’Italia meridionale dell’XII secolo e l’Arabia e la Scandinavia del XIII secolo.

Ma le cose stanno proprio così?

Secondo l’indimenticato ingegner Mario Pincherle (1919-2012), già dal III secolo a.C. esistevano tutte le premesse scientifiche per far fronte a gran parte dei problemi della navigazione marittima mediante ausilî di natura tecnica, indipendentemente quindi da quelli basati sulle conoscenze astronomiche, già affrontati da Eratostene.

Probabilmente, però, tali invenzioni – forse attribuibili in primis ai Fenici – erano ‘emigrate’ verso l’estremo oriente e non avevano influenzato affatto – almeno sul piano pratico – la cultura greca che ne aveva serbato il ricordo solo sul piano iconografico.

In vasi attici, ma in moltissime altre raffigurazioni sia vascolari che parietali ritroviamo, ad esempio, il cosiddetto ‘Caduceo’.

Vediamo come collegare questo simbolo – emblema dell’armonia cosmica che nasce dall’equilibrio degli opposti – con le antiche tecnologie e con le re-invenzioni e le ri-scoperte.

L’origine del simbolo lo fa risalire al mito di Hermes (il dio Mercurio dei Romani), figlio di Zeus e della ninfa Maia, il quale, sul monte Citerone, si imbattè in due serpenti che combattevano tra di loro.

Quando Ermes, per porre fine alla lotta, gettò tra i due contendenti la verga d’oro regalatagli da Apollo i due rettili vi si attorcigliarono immobilizzandosi: era nato il Caduceo, successivamente ornato con le ali dei calzari del dio greco.

Statua di Hermes sul palazzo della regione in piazza Unità d’Italia a Trieste. Si nota il Caduceo con i due serpenti attorcigliati sulla verga d’oro – foto Giancarlo Pavat 2019
Il Caduceo assieme ad altri elementi simbolici dal profondo valore esoterico, nell’altorilievo sulla facciata del “Palazzo del Tergesteo” a Trieste – foto Francesco Pavat 2016.

Il simbolo sembra però essere molto antico, dato che lo troviamo in India su tavole di pietra chiamate nâgakals, utilizzate come ex-voto all’ingresso dei templi.

Lo troviamo anche tra le popolazioni che abitavano le rive del Nilo, associato al dio Anubis, come nella statua – datata al 30 a.C. – conservata nella sezione egizia dei Musei Vaticani

Alcuni autori, Erich Zimmer per esempio, lo ritengono invece originario della Mesopotamia, dato che viene ritrovato disegnato sulla coppa sacrificale del re Gudea di Lasgash, vissuto nel III millennio a.C.

Ma, al di là delle sue origini più o meno remote e più o meno certe, quel ci interessa è la possibile sua interpretazione come strumento di navigazione, come vera e propria bussola ante litteram.

la “Bussola-Caduceo” secondo Pincherle (vista in sezione). L’asse (A), il calamo, è tenuto sempre in posizione verticale – indipendentemente dal ‘rollìo’ e dal ‘beccheggio’ della nave – poiché esso è fissato al disco di cuoio (B), montato su un pozzetto praticato sulla tolda della nave ed è munito di un contrappeso indicato con (C). A sinistra in basso è illustrata la parte prodiera di una pentera di linea cartaginese del III secolo a.C. ove avrebbe potuto essere installata la ‘Bussola-Caduceo’.

In una stele di Cartagine, ad esempio, troviamo il Caduceo come vero e proprio strumento di navigazione montato a prua di una nave punica.

Dalla struttura della nave raffigurata sembra poter dedurre che essa è databile tra il V e il IV secolo a.C, avendo la prua ricurva in avanti e il ponte molto alto, come nelle navi di quel periodo. Il rostro posto davanti ai paramezzali farebbe poi pensare ad una vera e propria trireme da guerra.

Ma quel che più ci interessa è la strana ‘sfera’ sormontata da una sorta di ‘corna’ e munita di due ‘nastri ‘ fluttuanti al vento.

Ebbene, secondo l’interessante ipotesi avanzata dall’amico Pincherle, la ‘sfera’ rappresentava, in realtà, un sensibilissimo ‘giunto girevole’ che permetteva la rotazione dell’elemento magnetico della bussola, una vera e propria ‘calamita’, le cui ‘espansioni polari’ erano raffigurate appunto come ‘corna’.

E i ‘nastri’, quale funzione avevano?

La sfera munita dell’elemento sensibile al campo magnetico terrestre poteva, sotto l’effetto del vento, trascinare in deriva di qualche grado la bussola ma veniva riportata nella corretta posizione proprio grazie ai due nastri avvolti a spirale sul calamo, l’asse meccanico della bussola, che agivano come molla di ritorno.

È molto probabile che al loro lunghezza dovesse essere tarata a seconda delle specifiche esigenze e della forza del vento: quel che è fuor di dubbio è che essi, mossi dalla brezza marina, dovevano sembrare due serpentelli attorcigliati.

Ecco, quindi, la classica raffigurazione del Caduceo!

Bussola Caduceo ricostruita da Roberto Volterri alcuni anni fa. Senza avventurarsi… sugli oceani ha potuto verificare che il principio di funzionamento e corretto e che in effetti il meccanismo, se bene realizzato ed equilibrato, riesce ad indicare il Nord magnetico anche subendo (lievi) inclinazioni del piano di appoggio.
Bussola Caduceo ricostruita da Roberto Volterri alcuni anni fa. Senza avventurarsi… sugli oceani ha potuto verificare che il principio di funzionamento e corretto e che in effetti il meccanismo, se bene realizzato ed equilibrato, riesce ad indicare il Nord magnetico anche subendo (lievi) inclinazioni del piano di appoggio.

Ma gli ‘anacronismi’ relativi all’antica invenzione della ‘bussola’ non finiscono qui: essa era in grado di operare anche sotto l’effetto del ‘rollio’ e del ‘beccheggio’ della nave.

Secondo Pincherle, sulla tolda delle navi c’era infatti una specie di pozzetto ricoperto da un disco di cuoio che supportava il calamo, cioè l’albero munito di contrappeso che aveva il compito di mantenere sempre verticale la bussola.

Era una sorta di ‘giunto cardanico ante litteram, grazie al quale la bussola poteva funzionare perfettamente anche con il piano di coperta della nave inclinato!

Il simbolo di Tanit – disegno G. Pavat.

Poi – come tanti altri frutti dell’umano ingegno – la ‘Busssola-Caduceo’ scomparve,

forse anche dalla memoria storica, proprio con l’incendio di Cartagine del 146 a.C, o forse – ipotizza Pincherle – la durata delle guerre puniche, dal 264 al 146 a.C., circa ottanta anni, non fu sufficiente a far conoscere ed apprezzare alla marineria romana questo geniale strumento tecnico indispensabile alla navigazione marittima.

Quindi al buon Flavio Gioia – italiano di Amalfi, ma della cui esistenza reale qualcuno dubita – dobbiamo al massimo la re-invenzione della bussola o, più verosimilmente, l’introduzione del suo uso in area tirrenica.

E tutto ciò soltanto nel 1302 (secondo altri nel 1309), ben diciassette secoli dopo i geniali inventori e navigatori Fenici!

Per completare il panorama delle (quasi) impossibili invenzioni fenicio-puniche non si può non ricordare l’Alidada.

Precursore dell’attuale sestante – una re-invenzione, quindi? – l’alidada (al-‘idada) è raffigurata nella cosiddetta ‘Stele di Lilibeo’ (III secolo a.C.), conservata presso il Museo Nazionale di Palermo, ove è raffigurata anche la ‘bussola-caduceo’.

Dall’archeologia ‘ufficiale’, l’alidada – o, meglio, il suo simbolo – viene interpretata a volte come ‘incensiere’ (A.M. Bisi, La cultura artistica di Lilibeo, Oriens Antiquus 1968) o, più spesso, come ‘segno di Tanit’ e intesa come ”…sviluppo del segno egiziano della vita, l’ankh…”, ma anche come “…combinazione del betilo o pilastro sacro e del simbolo solare, divisi eventualmente da una falce…” (E.Acquaro, Cartagine: un impero nel Mediterraneo, 1979).

Visto con occhio più… tecnologico il simbolo ci ricondurrebbe ad uno strumento costituito da un cono girevole, imperniato su un asse solidale con un disco fisso ‘azimutale’, graduato. Sul vertice del cono era imperniata un’asticciola orientabile a mano, munita, verosimilmente, di due fessure traguardabili. Non ci sono, naturalmente, arrivate indicazioni su come veniva esattamente utilizzato lo strumento, ma è probabile che l’impiego potesse essere abbastanza simile a quello del moderno sestante.

Pavimento in cocciopesto e tessere di marmo a Kerkouane (Capo Bon-Africa settentrionale). Appare ben chiaro, sul mosaico, il ‘segno di Tanit’, interpretabile anche come simbolo dell’Alidada, strumento di navigazione installato sulle navi fenicio-puniche. In alto a sinistra è rappresentata la ricostruzione di come avrebbe potuto essere realizzata l’Alidada. La struttura conica (A) era imperniata sull’asse (B) fissato alla base graduata (C). Traguardando attraverso la struttura ad ‘U’, indicata con (D) si effettuavano, verosimilmente, le osservazioni sulla posizione della nave, similmente a quanto, molti secoli dopo, si fece con il Sestante

Alcuni anni fa, basandomi su alcuni disegni pubblicati da B.Frau del G.A.R. negli anni ’80, ho tentato di ricostruire l’Alidada, che appare indubbiamente molto simile al ‘simbolo di Tanit ‘, e ho rielaborato anche alcune interessanti ricostruzioni dell’amico Pincherle, in particolare la Bussola- Caduceo

Dobbiamo quindi rileggere, con occhio più attento, più disincantato e ‘tecnologico’ molte raffigurazioni del passato, forse troppo spesso interpretate in chiave unicamente artistica o religiosa?

E per terminare il breve viaggio, non dimentichiamo la Bussola degli Olmechi…

Anche gli Olmechi, con grande probabilità possedevano delle bussole rudimentali. Frammenti metallici trovati in alcuni tumuli olmechi nei pressi di Vera Cruz, in Messico, presentano caratteristiche magnetiche.

Si ipotizza che fungessero da bussola, galleggiando sull’acqua o sul mercurio, ottenuto scaldando il cinabro.

Una volta in grado di funzionare essi forse puntavano verso il Nord magnetico.

La presenza di questa tecnologia rudimentale anticipa di ben 1000 anni le scoperte cinesi ed è forse contemporanea delle strumentazioni fenicie illustrate in quest’articolo…

(Roberto Volterri e Giancarlo Pavat)

Sarebbe ben arduo sperare di rintracciare in qualche Museo alcuni dei reperti descritti in questo libro. Perché? Ma è semplice: perché… non esistono o non sono mai esistiti. Almeno ‘ufficialmente’… Questo lavoro vorrebbe, quindi, colmare tale lacuna e dovrebbe essere inteso come un vero e proprio manuale di “Archeologia eretica”, indispensabile a tutti quei ricercatori dell’ignoto che vogliono affrontare uno studio sperimentale sulle “possibili tecnologie antiche”, con l’indispensabile apertura mentale necessaria ad intraprendere una strada irta di ostacoli, ma soprattutto nel pieno rispetto dell’ortodossia scientifica. Pila di Baghdad? Arca dell’Alleanza? Lumi eterni? Bussola Caduceo? Specchi ustori? Urim e Tummin? Lente di Layard? Sono degli oggetti “impossibili… ma non per tutti e, seguendo le indicazioni fornite in questo libro, anche voi riuscirete a realizzarli facilmente!

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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