21 Ottobre 2020

L’”EFFETTO SALAMANDRA”: IL DOMINIO SUL FUOCO?

Una tradizionale raffigurazione della mitica “Salamandra ignifuga”.

Un grande studioso della fenomenologia paranormale, Francesco Egidi – in uno dei tanti libri sul “paranormale”, posseduti da chi scrive – nel suo ‘Un grande medium: Daniel Douglas Home’, edito negli anni Cinquanta, ebbe così a scrivere

“… A. E. Fallace afferma che il più indiscutibile e il più straordinario dei fenomeni dovuti alla medianità di Home era quello che fu detto ‘la prova del fuoco’…”.

Il fisico e Premio Nobel William Crookes, il quale a lungo ebbe modo di indagare sulla medianità di questo singolare individuo dichiarò “… Ho visto più volte la prova del fuoco, in casa mia e in casa d’altri. Una volta mentre si avvicinava al fuoco, Home mi chiamò a sé e mi disse di osservare attentamente. Egli mise la mano nella brace e maneggiò i carboni ardenti in un modo che mi sarebbe stato impossibile imitare senza produrmi gravi ustioni. Una volta lo vidi avvicinarsi ad un fuoco di legna bene acceso e, prendendo una grossa brace ardente, metterla nel cavo di una mano, coprirla con l’altra e soffiare nell’improvvisato fornello finché la brace on divenne incandescente e le fiamme gli lambivano le dita. Nessun segno di bruciatura si poté vedere sulle sue mani, né allora né poi…”. Aggiungerei che a tali strane manifestazioni, insieme ad una vastissima serie di altri fenomeni indagati da un punto di vista meno, molto meno, ‘fideistico’ è dedicata una parte del mio libro intitolato, manco a dirlo, ‘Miracoli?’.

Daniel Douglas Home, ritenuto uno dei più grandi medium dell’Ottocento. Possedeva forse il dono dell’incombustibilità?
Uno dei libri su cui si è basata questa ricerca.

Autosuggestione? Frode del controverso medium Home? Qualche ingegnosissimo trucco ‘indiano’ come quelli riportati nel mio libro appena citato?

Non lo so, non potremo mai saperlo, ma si sa benissimo che Crookes era un fisico di chiara fama, anche se caratterialmente portato a ‘credere’ al ‘meraviglioso’, a tutto ciò che esulava dai normali schemi conoscitivi, dalla ‘banale’ realtà di tutti i giorni.

Ma ciò non è significativo in assoluto…

Già nell’antichità erano diffuse pratiche più o meno ‘magiche’ in cui il dono dell’incombustibilità – o qualcosa che molto gli assomigliava – avrebbe testimoniato a favore della supposta ‘protezione divina’ di chi si sottoponeva alla prova, o, viceversa, della colpevolezza dell’avversario politico o religioso che fosse.

Pietro Aldobrandini, nell’anno del Signore 1063, volle ad esempio provare l’eresia e la simonia del vescovo di Firenze attraversando a piedi nudi un rogo di due cataste di legna, lunghe alcuni metri e alte circa mezzo metro.

Forse non testimoniò contro l’esecrando vescovo, ma dopo tale palese e pubblica dimostrazione di possedere il dono delle ‘salamandre’ di occultistica memoria fu da tutti inevitabilmente chiamato ‘Petrus Igneus’. E pare che si meritasse tale appellativo!

Petrus Igneus in un cinquecentesco dipinto di Marco Palmezzano (1460 – 1539)

Nei primi decenni del Novecento questa strana possibilità di resistere alle alte temperature – apparentemente senza danno alcuno – fu studiata dal ricercatore Oliver Leroy, in particolare nell’ambito dell’agiografia cattolica.

Scrisse anche un libro dal titolo ‘Les hommes salamandres. Recherches et réflexions sur l’incombustibilité du corps humain’, pubblicato a Parigi nel 1931.

‘Les hommes salamandres. Recherches et réflexions sur l’incombustibilité du corps humain’, del 1931.

Il ben più recente libro «Miracoli?» di Roberto Volterri, in cui viene trattato anche il tema della presunta incombustibilità di alcuni ‘sadhu’ indiani.

Il ben più recente libro «Miracoli?» di Roberto Volterri, in cui viene trattato anche il tema della presunta incombustibilità di alcuni ‘sadhu’ indiani.

Immagini sopra e sotto: Due classiche raffigurazioni della salamandra, nelle leggende considerata immune dall’aggressione del fuoco.

A parte il ben noto San Lorenzo – condannato ad flammas il 10 agosto del 258, durante le persecuzioni di Valeriano – che esortava il carnefice a… rivoltarlo dall’altra parte per meglio ‘abbrustolirlo’! – si sa che sia il mistico Giovanni Buono, fondatore dell’ordine degli eremiti di S. Agostino, sia San Francesco di Paola e Santa Caterina da Siena possedevano tale facoltà.

San Lorenzo, condannato “ad flammas”, in un affresco del VI secolo, presso la Catacomba di San Senatore, ad Albano laziale.

Si narra appunto che a Santa Caterina, mentre stava in contemplazione in ginocchio in una chiesa, cadde sulla testa un cero accese che non si spense se non dopo essersi interamente consumato, senza però recare alcun danno alla persona della santa e neppure al suo velo. Anche qui esagerazioni agiografiche motivate dalla necessità di ammantare di un alone di leggendaria santità gli individui particolarmente dediti alla contemplazione mistica?

Oppure, in ben determinate circostanze, l’epidermide umana appare veramente immune dai danni che ad essa potrebbero causare le altissime temperature?

Il “miracolo” della salamandra… a poco prezzo.

Per i tipi della Acacia Edizioni qualche anno fa ha ‘visto la luce’ un mio libro intitolato, come già accennato, ‘Miracoli?’ (poi ripubblicato dalle edizioni Il Cerchio della Luna), dedicato ad una miscellanea di eventi più o meno insoliti, più o meno al di là delle ‘normali’ leggi della Natura, più o meno ‘miracolosi’. Tra questi ho annoverato – ma non ci si dimentichi del ‘punto interrogativo’ che segue il titolo del libro! – anche il ‘miracolo’ dell’incombustibilità umana riportando anche alcuni gustosi esempi tratti da un libro settecentesco di Costantino Grimaldi.

In questo articolo per i lettori de Il Punto sul Mistero ne estrapolo alcuni brani…

Il Grimaldi fu filosofo, giurista, uomo politico e soprattutto anticurialista vissuto nel Settecento, epoca dei ‘Lumi’ per eccellenza. Nacque a Cava de’ Tirreni nel 1667 da una nobile famiglia del luogo ma proveniente da Genova. Compì studi di filosofia e giurisprudenza e fece parte dell’Accademia degli Investiganti. Scrisse alcuni trattati di varia natura, ma quello che più ci interessa ai fini di questo nostro curioso excursus tra ‘salamandre’ più o meno genuine, è il libro dal chilometrico titolo ‘Dissertazione in cui si investiga quali sieno le operazioni che dipendono dalla Magia diabolica e quali quelle che derivano dalle Magie artificiale e naturale e qual cautela si ha da usare nella malagevolezza di discernerle’, pubblicato a Roma nel 1751.

Il Grimaldi – tra mille altre ‘magie’ più o meno naturali, più o meno ‘diaboliche’ – si è infatti occupato anche della possibilità di resistere, senza apparenti danni, all’azione del fuoco.

Una pagina tratta dal libro del Grimaldi, in cui si accenna a discutibili tecniche per comportarsi come la mitica ‘salamandra’ che – secondo trattati ‘magici’ medievali – sarebbe stata inattaccabile dal fuoco…

Immagini sopra e sotto: il curioso libro di Costantino Grimaldi e l’altrettanto interessante libro sui “miracoli” del fakirismo indiano.

A parte “… un poco della sua urina, che l’ardore modera…” – olezzante metodo, questo, di cui non mi fiderei molto… – esistono altre tecniche per mostrare un apparente potere di ‘incombustibilità’…

Ad esempio, in un interessante libro dell’afgano Tahir Shah, intitolato ‘Viaggio nell’India magica’ (Piemme Pocket, 2002) vengono descritte le sue prodezze ai limiti dell’incredibilità o, se vogliamo, del ‘miracolo’, imparate dal giovane ‘mago’ indiano Hafiz Jan…

“ Poi, una pentola di olio di semi bollente venne tolta dal fornello e

posata di fronte a me. Senza esitare ci infilai il braccio sinistro.

Il pubblico trattenne a lungo il respiro, ingannato dalla semplice

illusione. Prima che l’olio venga riscaldato vi si aggiunge del

succo di limetta. Il succo bolle appena tiepido, mandando in

superficie una profusione di bollicine, e dando l’impressione che

sia l’olio a bollire.

Mentre ripulivo il braccio dall’olio, Hafiz Jan tirò fuori dal

forno un attizzatoio incandescente, e si diede a leccarlo. Quando la

lingua incontrò il ferro, un allarmante sfrigolio e la fragranza

di carne alla griglia sommersero il pubblico a ondate. Pochi minuti

prima Hafiz Jan si era sciacquato la bocca con storace liquido, che

assorbe il calore.”

Da questo brano del libro emergono due interessanti spunti di ricerca: l’utilizzo del succo di ‘limetta’ per simulare l’ebollizione dell’olio – trucco… di bassa lega, a dire il  vero! – e l’utilizzo dello ‘storace’, associato al fenomeno della ‘calefazione’ che incontreremo tra breve, per diminuire l’azione ustionante del ferro rovente sulla sensibile superficie della lingua.

La ‘miracolosa’ ‘Limetta’ è in pratica il Citrus aurantifolia – conosciuto anche come ‘Lime’.

Il Citrus aurantifolia, conosciuto anche come ‘Lime’, utilizzato per simulare alcuni ‘miracoli’ di incombustibilità…

Appartiene alla famiglia delle Rutacee ed è forse un ibrido tra cedro e limone.

È molto diffusa in climi tropicali, in Malaysia, in India, in Messico e in quasi tutta l’America latina. La varietà Citrus limetta – molto simile al limone – è molto diffusa anche in Italia ed è reperibile in quasi ogni Supermercato. La ‘Limetta’ è utilizzata per la produzione di un olio essenziale ricavato dalla buccia, è utilizzata nell’industria dei profumi e dei detersivi, ma anche in ambito alimentare per la produzione di bibite analcoliche. Non sarà quindi reperirla per simulare – con estrema attenzione! – il ‘miracoloso’… ‘ignobile’ trucco dell’ineffabile, simpaticissimo Tahir Shah! Lo ‘Storace’ è invece una resina ricavata dall’omonimo albero e utilizzata come incenso. Il suo nome scientifico è Styrax benzoin, della famiglia delle Styracacee, ed è conosciuto anche come Benzoino. Penso sia facilmente reperibile presso qualsiasi negozio di erboristeria ben fornito. Vi si potrebbe trovare anche l’olio di ‘Limetta’.

Styrax benzoin, utilizzato anche per produrre falsi “miracoli” di incombustibilità umana.

Passeggiare sul fuoco?

Da questi semplici – si fa per dire, ovviamente! – esperimenti con il fuoco e con il calore, alla cosiddetta ‘Pirobazia’ il passo è breve. La ‘Pirobazia’ – dal greco ‘pyro’, cioè ‘fuoco’ e ‘bàinenin’, ovvero ’camminare’ indica appunto quello strano ‘rito di passaggio’ – di origine molto antica – in uso, forse ancor oggi, nelle isole Fiji, che consiste nel camminare su uno strato di carboni ardenti senza, apparentemente, sentire alcun disagio e senza subire ustione alcuna.

Ai nostri giorni credo comunque sia possibile constatare de visu e forse anche… toccare con mano, la realtà di tale curioso fenomeno.

In Grecia e più precisamente nei villaggi macedoni di Langadhà, Sant’Elena, Kertini e Mavrolefki verso l’ultima decade di Maggio veniva – e forse avviene viene ancora – svolto il rito della cosiddetta ‘Pirobazia’ o danza sacra sul fuoco.

‘Ufficiale’ spiegazione di questa apparente ‘incombustibilità’ umana consisterebbe nella scarsa ‘conducibilità’ e ‘capacità’ termica delle braci, accompagnate da una sapiente passeggiata… a passo svelto e dalla presenza – in minima parte – del cosiddetto ‘stato sferoidale’.

 Per ‘capacità termica’ si intende la capacità di un corpo di immagazzinare energia sotto forma di calore, mentre la ‘conducibilità termica’ è la capacità, più o meno accentuata, di un corpo nel trasferire calore. Ora le braci di legna, solitamente, mostrano bassi valori di questi due parametri, per cui la parte veramente a contatto con la pianta dei piedi degli intrepidi aspiranti ‘fakiri’ non riesce a trasferire alla pelle ingenti quantità di calore.

Per la gioia dei turisti, una ‘passeggiata sul fuoco, nelle Isole Fiji…

Inoltre, molto influisce il tempo di contatto tra braci e pianta del piede: esso di solito si aggira sul mezzo secondo per ogni passo. Anche meno se il ‘pirobate’… ha fretta di uscire da questa sorta di anticamera dell’Inferno!

 I ‘pirobati’ più esperti suggeriscono però di non ‘correre’ sulle braci – ma nemmeno di attardarcisi! – poiché nel correre la parte a contatto delle braci ardenti è prevalentemente costituita dalla punta delle dita, più sottile e dotata di uno strato corneo molto meno ‘protettivo’ dei talloni o del resto del piede.

Alcuni ‘sacri testi’ sull’argomento suggeriscono, a tale proposito, di camminare scalzi per alcuni giorni o addirittura settimane prima di gettarsi (si fa per dire!) sui carboni ardenti, perché così facendo si riesce a creare un sottile strato corneo sulla pelle delle estremità inferiori, strato che non ingentilisce affatto le stesse ma le preserva da ‘abbrustolimenti’ indesiderati…

 E lo ‘stato sferoidale’? Consiste in pratica nel fenomeno della ‘calefazione’, studiato per la prima volta da Heller nel 1746, che si manifesta nel formarsi di un sottile strato di vapore sotto le minuscole gocce di un liquido che sia stato versato su una superficie piana portata ad alta temperatura.

 Alcuni ‘pirobati’ hanno allora pensato di inumidirsi le piante dei piedi prima di scendere… in campo, non sapendo però che, così facendo, parti della cenere a discreta temperatura potrebbero aderire alla pelle causando inevitabili piccole ustioni. Meglio allora tenere i piedi bene asciutti!

Vittorio Beonio Brocchieri, giornalista, viaggiatore e scrittore, pubblicò un gustosissimo libro dal titolo ‘Camminare sul fuoco e altre magie’ (Longanesi 1974) in cui descrive riti analoghi, una sorta di ‘riti di passaggio’ che consentirebbero all’individuo di superare le innate paure davanti a di carboni ardenti e di conseguenza essere in grado di superare , o almeno cercare di farlo, gli innumerevoli timori, incertezze che costellano la vita dell’Uomo, sia esso aborigeno australiano o manager di successo.

Immagini sopra e sotto: un vecchio libro in cui vengono descritti anche rituali di “pirobazia”. Il libro del professor Salvadori riguardo ai suoi strani esperimenti sulla fotografia all’infrarosso.

Ma l’ipotesi più, diciamo così, ‘strana’ che ho incontrato nel raccogliere il materiale per queste brevi note è stata quella formulata a metà degli anni Quaranta dall’ingegner Riccardo Salvadori, valente studioso della fenomenologia ESP e membro della Società Italiana di Parapsicologia, che le espose in un interessante volumetto intitolato ‘Le passeggiate sul fuoco’ (Edizioni Bocca, 1946).

Sotto gli sguardi sbalorditi di gentildonne e gentiluomini di un’Europa degli anni Trenta, il ‘fakiro’ Kuda Bux si esibisce in una ‘passeggiata’ sui carboni ardenti.

Dal ‘nero’ al ‘bianco’ ?

Il Salvatori, dopo avere esaminato alcuni tra i più noti casi di apparente ‘incombustibilità’ – tra cui quello mostrato dall’allora famoso ‘fakiro’ Kuda Bux) propose una sua curiosa ipotesi che ora vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori.

Ecco ora il fatto più interessante per la mia tesi. Fatta la fotografia all’infrarosso ad un nero nel suo Paese, esso appare di pelle bianca (acquista l’aspetto di un mongolo), il che prova che la sua pelle riflette i raggi calorifici, sebbene non rifletta quelli luminosi giacché ci appare nera…”.

L’esperimento – definiamolo per ora così – appare interessante e meritevole di ulteriori prove del fatto che all’infrarosso la pelle di una persona la cui epidermide sia molto ricca di melanina possa apparire praticamente ‘bianca’ nel luogo di origine della persona e normalmente ‘scura’ altrove…

“… Anche questo fatto è provvidenziale, perché i neri debbono vivere in luoghi dove il Sole prodiga con eccessiva abbondanza raggi calorifici che sono deleteri per i bianchi. Evidentemente questo non deve accadere per gli animali del Polo (orsi bianchi specialmente), i quali a loro Paese dovrebbero risultare neri nelle foto all’infrarosso perché è bene che non riflettano (cioè è ben che assorbano) il calore solare. Ma io ho fatto la foto all’infrarosso ad un nero che era da molti anni a Roma e, contrariamente a quello che vi aspettereste, è risultato nero nella positiva ed ho ripreso gli orsi bianchi al nostro Giardino Zoologico e mi sono risultati bianchi…”.

È indubbiamente curioso il risultato che l’ottimo ingegner Salvadori afferma di avere ottenuto. Non avendo a disposizione l’apparecchiatura necessaria, chi scrive non è stato in grado di ripetere l’esperimento ma si augura che qualcuno tra i lettori possa farlo…

Queste due foto – ovviamente dello stesso soggetto – secondo il parapsicologo ingegner Riccardo Salvatori evidenzierebbero la presenza, nell’epidermide, di due differenti tipi pigmenti: uno destinato a riflettere le radiazioni termiche (foto all’infrarosso, a sinistra) e uno destinato a riflettere le radiazioni luminose, a frequenza ben più elevata (foto a destra, in cui il soggetto appare nero a causa, sostiene il Salvatori, delle radiazioni luminose non riflesse). Sarà veramente così?

In due casi – riprende l’ingegnoso parapsicologo – non sono in contraddizione con quanto prima era accaduto, perché tanto il nero quanto l’orso erano acclimatati e non avevano più, al nostro clima, bisogno di respingere e avevano invece bisogno di assorbire calore in quantità. Da questi fatti sembra evidente – a chi scrive un po’ meno. N.d.A. – che la pelle degli animali – qui l’ingegner Salvadori pare ‘generalizzare’ un po’ troppo, accomunando il nero sottopostosi all’esperimento all’orso dello Zoo! N.d.A. – possa avere almeno due pigmenti: uno destinato a riflettere il calore e l’altro influenzato dalla luce.”.

Sarà veramente così? Lascio la risposta a qualcuno tra i lettori particolarmente esperto nel campo della fisica dell’infrarosso ma contemporaneamente versato in campo dermatologico…

Quest’ultimo – ovvero l’ipotizzato pigmento ‘ottico’ per distinguerlo da quello, diciamo così, ‘termico’, continua il Salvadori – è quello che fa vedere ( che riflette i raggi luminosi) la pelle delle diverse razze di diverso colore. L’altro che non si manifesta col colore e che serve da regolatore per l’assorbimento del calore, non si vede… Concludendo anche questa parte della mia ricerca posso dunque dire che l’epidermide delle piante e degli animali può assorbire o respingere il calore in grado vario a seconda dei bisogni, e negli animali questa funzione può essere riflessa, ma anche volontaria…”.

Interessante davvero l’ipotesi del Salvadori, ma a chi scrive non risulta che né allora né ai nostri giorni siano state effettuate approfondite indagini relativamente alla possibilità che esista un altro pigmento, diverso dalla ben nota melanina, in grado di isolare termicamente – riflettendo gran parte delle radiazioni infrarosse – il piede degli avventurosi ’pirobati’ dal tremendo calore sprigionatesi dalle braci ardenti.

Anche perché, analizzando l’ipotesi dal punto di vista prettamente fisico la differenza tra radiazioni infrarosse e radiazioni luminose consiste unicamente nella lunghezza d’onda della radiazione elettromagnetica associata all’una o all’altra sorgente.

Da tale punto di vista, l’infrarosso parte da 1mm e termina a 700 nanometri, mentre il ‘visibile’ parte da circa 700 nanometri e termina verso i 400 nanometri. Dopo inizia l’ultravioletto, fino ai 10 nanometri.

Riguardo alle ‘passeggiate sul fuoco’ il Salvatori fa comunque giustamente osservare “… che il piede rimane in contatto (con i carboni) per un tempo piccolissimo. Infatti, supposto che la velocità di cammino sia quella normale di 3500 metri per ora e che il passo isa normale di 75 centimetri, ogni passo durerà circa 8/10 di secondo, ma di questo tempo buona parte sarà assorbita dalloé il contatto con il fuoco durerà forse meno di mezzo secondo. Sebbene il contatto tra piede e braci possa essere il migliore pensabile, perché tutto il peso del corpo gravita su quel piede, la quantità di calore che potrebbe passare attraverso la pelle sarebbe normalmente troppo piccola, anche perché  il  coefficiente di trasmissione della carne è ben mille volte più piccolo di quello dell’argento”.

Tutto ciò è abbastanza aderente alla realtà e, almeno per la Pirobazia, non è certamente il caso di scomodare la paranormalità…

(Roberto Volterri)

  • Tutte le immagini sono state fornite dall’autore.

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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