21 Ottobre 2020

4 ottobre, S. Francesco d’Assisi Patrono d’Italia – LA STRANA “ISTANTANEA FOTOGRAFICA” DEL “POVERELLO” A SUBIACO

di Roberto Volterri

Basilica inferiore di Assisi. Il celeberrimo affresco di Cimabue con il presunto ritratto di San Francesco.

“…..Sendo una volta Santo Francesco gravemente infermo  degli occhi, messer Ugolino, Cardinale protettore dell’Ordine, per grande tenerezza ch’avea di lui, si’ gli scrisse ch’egli andasse a lui a Rieti dov’erano ottimi medici d’occhi […] San. Francesco, quindi, su sollecitazione dei confratelli e del cardinale Ugolino Conte di Segni (futuro papa Gregorio IX) fu convinto a sottoporsi a una terribile operazione nella speranza di poter guarire dalla malattia. Fatto giungere appositamente a Fonte Colombo, il medico sottopose San Francesco alla cauterizzazione, utilizzando un ferro rovente,  delle vene dall’orecchio al sopracciglio, credendo di interrompere in tal modo il flusso degli umori che si riversava dagli occhi del Santo…”

….così si narra nel Capitolo XIX dei Fioretti di San Francesco. Florilegio sul Sanuovo e i suoi discepoli, attribuito a frate Giovanni de’ Marignoli.

Ebbene,  cosa c’è di strano in una difficile operazione di una chirurgia che forse ancora così non si chiama? Operazione a cui frate ELia l’ha convinto a sottoporsi per curare una malattia agli occhi da Francesco contratta in Terra Santa.

Cosa c’è di strano nel verificare che otto secoli fa, per spiegare la genesi delle varie malattie, si crede ancora nell’improbabilissimo “flusso degli umori” ipotizzato da Ippocrate di Coo (460-377 a.C. ), poi elaborato anche da Empedocle (V secolo a.C.) e basato sull’idea del “Fuoco” caldo e secco, dell’”Acqua” fredda e umida, della “Terra” fredda e secca, e infine dell’”Aria” calda e umida?  

Forse di veramente “strano” non c’è  nulla, ma non possiamo non considerare quasi miracolosa la reazione del futuro “Patrono d’Italia” nei confronti dei terrorizzati confratelli, di fronte alla comprensibile titubanza del cerusico, il chirurgo  di quei tempi andati che così veniva chiamato, armato di un preoccupante “ferro rovente”. Come,  forse,  è prossimo al miracolo, il comportamento di Francesco che si limita a pregare e a chiedere a “fratello foco”  di non esercitare tutta la sua potenza, di essere gentile e comprensivo nei suoi confronti! E così “fratello foco“, con infinito stupore del “cerusico” e dei  poveri confratelli che, terrorizzati, fuggono dalla stanza, lo ascolta e rende sopportabile il terribile dolore causato dalla cauterizzazione, dalla bruciatura del volto di Francesco “…dall’orecchio al sopracciglio...”. Operazione, questa, che lascia nel Futuro Santo un’anomala, diversa, dimensione dei bulbi oculari degli occhi. Come ben si nota osservando l’affresco conservato nel Monastero Benedettino di Subiaco nella Cappella di San Gregorio. Affresco realizzato “dal vivo” (per tale motivo lo potremmo definire “istantanea fotografica”) da un fraticello che vede il “Poverello d’Assisi” appena giunto nel Monastero.  Fraticello che, quindi, lo ritrae con tutte le cicatrici derivate dalla recente operazione agli occhi.  

Affresco che, forse più di ogni altra testimonianza,  ci riporta a quei lontani giorni in cui Francesco è ancora vivo. Non ha, di conseguenza,  l’aureola e non ha ancora ricevute le stimmate che risalgono al 1224.

Frate Francesco in quella che, con un po’ di fantasia, potremmo definire una sua “istantanea fotografica” . Infatti l’affresco venne eseguito da un ignoto confratello non appena Giovanni di Pietro Bernardino  (il vero nome del futuro Santo e Patrono d’Italia) era arrivato al Monastero di Subiaco.
Particolare degli occhi di Francesco dopo la terribile operazione subita tramite cauterizzazione con ferro rovente.  Appare abbastanza evidente come gli occhi abbiano dimensioni differenti.

L’operazione chirurgica è avvenuta nella provincia di Rieti, a Fonte Colombo…“ Il monte della Regola, monte Ranierio che è stato riempito dal Signore di divina dolcezza… Un altro monte Carmelo, dove l’anima di Francesco si intratteneva e conversava con il Signore. Fonte Colombo è il monte che dobbiamo salire a piedi scalzi, perché è un luogo veramente santo…” come si afferma con veemenza nell’Actus Beati Francisci in Valle Reatina, di un Anonimo Reatino.

Sul Monte Rainiero Francesco dimora insieme a frate Bonizio da Bologna, fra’ Leone e altri confratelli e lì, nel cosiddetto Sacro Speco, nel 1223 dà corpo alla Regola che i suoi frati dovranno seguire. Regola poi approvata da papa Onorio II e ancora in vigore.

Il Sacro Speco sul Monte Rainiero, a Fonte Colombo, dove Francesco compone la “Regola” che i suoi frati dovranno seguire, “Regola” poi approvata da papa Onorio II e ancora in vigore.
La suggestiva Cappella detta della Maddalena, luogo in cui San Francesco si rifugiava in preghiera.

Nel reatino Francesco inizialmente è ospite dei pii monaci dell’Abbazia di Farfa, ma poi dimora a Fonte Colombo dove ancora esiste una piccola Cappella detta della Maddalena e in cui egli si ritira in preghiera.

Ma come si era ammalato Giovanni di Pietro Bernardone, il futuro San Francesco?

Narrano le antiche cronache che, pochi anni prima della tremenda operazione agli occhi, nel 1219, egli si reca nelle terre d’Oltremare e “… Per lungo tempo e fino alla morte Francesco soffrì malattie di fegato, di milza e di stomaco, e dal tempo in cui si recò oltremare per predicare al Soldano di Babilonia e d’Egitto contrasse una gravissima malattia agli occhi, in seguito al molto lavoro causato dalle fatiche del viaggio, poiché all’andata e al ritorno dovette sopportare una grande calura. Non volle tuttavia avere alcuna sollecitudine per farsi curare da nessuna di queste malattie, per quanto ne fosse pregato dai suoi fratelli e da molti che ne sentivano pietà e compassione: e ciò per il fervore di spirito che dall’inizio della conversione egli portava a Cristo…”

Pur minato nel corpo ma non nello spirito, Francesco affronta stoicamente le febbri malariche che lo colpiscono ogni tanto e anche la tortura dell’operazione agli occhi da cui, miracolosamente, esce vittorioso…

“La sua carità si estendeva, con cuore di fratello, non solo agli uomini provati dal bisogno, ma anche agli animali senza favella, ai rettili, agli uccelli, a tutte le creature sensibili e insensibili. Aveva però una tenerezza particolare per gli agnelli, perché nella Scrittura Gesù Cristo è paragonato, spesso e a ragione, per la sua umiltà al mansueto agnello. Per lo stesso motivo, il suo amore e la sua simpatia si volgevano in modo particolare a tutte quelle cose che potevano meglio raffigurare o riflettere l’immagine di Dio”

(Tommaso da Celano, Vita prima 77)

San Francesco ammansì  “Fratello Lupo” o… un brigante?

“…Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio, nel contado d’Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini; in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere, e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo…”

Dunque, ci racconta il Capitolo XXI dei “Fioretti di San Francesco” che ad Agobbio, oggi Gubbio, nel lontano 1220 gli abitanti vivono nella perenne paura delle aggressioni di un ferocissimo lupo poiché “…nessuno era ardito d’uscire fuori della terra…”.

Gli abitanti di Gubbio conoscono il carisma dell’umile frate che poi verrà chiamato “Poverello di Assisi” e a lui rivolgono la preghiera di liberarli da quell’incubo.

Francesco non può certamente non accogliere la richiesta di quegli umili e impauriti cittadini e allora “… volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co’suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio…”.

La chiesa della Vittorina legata all’episodio dell’incontro di S. Francesco con un lupo, narrato nel XXI racconto dei Fioretti.

Appena uscito dalla città, nei pressi della chiesa della Vittorina “… ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano vmali poiché “… il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre; e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere…”.

Non pago, Fratel Francesco, desiderando che questa prima sua vittoria sulla Natura, sugli animali, possa avere un seguito, rivolge ancora il suo sguardo e le sue suadenti parole a quello che poi chiamerà “Fratel Lupo”, “…Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino (il popolo di Gubbio. N.d.A.) ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più…”.

Vogliono ancora quelle antiche cronache che i “Fioretti  di San Francesco” – florilegio sul Santo e sui suoi confratelli, attribuito, con qualche perplessità, al frate Giovanni dei Marignoli ma forse derivato dagli Actus beati Francisci et sociorum eius, di ignoto autore – che “… il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare…”.

Affresco che ricorda il notissimo episodio di San Francesco che ammansisce il lupo e lo trasforma in un animale amico degli uomini. Ma c’è anche un’altra, ben diversa, lettura della vicenda…

Fratel Francesco ha così miracolosamente vinto l’indole selvaggia del lupo, ha miracolosamente stravolto le leggi di  Madre Natura che, di solito, inducono il Canis lupus – canide che ha una lunghissima storia di conflittuale convivenza con gli esseri umani, perseguitato da tutte le comunità pastorali – ad accettare il suo messaggio di pace e a convincerlo a socializzare con gli abitanti della città di Gubbio.

Ma il “Poverello di Assisi” non può evitare che “… dopo due anni, frate lupo si morì di vecchiaia. Di che i cittadini molto si dolsero; imperò che, veggendolo andare così mansueto per la città, si ricordavano meglio della virtù e della santità di santo Francesco…”.

A Gubbio, nella chiesa di San Francesco della Pace – così chiamata dal 1584 quando vi fu trasferita la pietra su cui Fratel Francesco tenne un suo discorso dopo aver ammansito il lupo, o lupa – sarebbe sepolto il vecchio animale coprotagonista di questa agiografica vicenda.

Nel 1873, durante lavori di restauro, a breve distanza dalla chiesa, viene trovata una strana e piccola tomba contenente lo scheletro identificato dal veterinario Antonio Spinaci come quello di un canide…

Il cosiddetto “Sarcofago del Lupo” nella chiesa di San Francesco della Pace, a Gubbio.

Fino a questo punto la vicenda narrata nei “Fioretti” che descrivono agiograficamente alcuni anni della vita del Santo.

Ma c’è anche una diversa “lettura” di qual lontano, edificante, episodio…

Il feroce “Brigante Lupo”

Nel XIII secolo, l’Umbria della foresta della Verna è non solo terra di Santi, ma anche terra di briganti.

Uno, particolarmente temuto, è chiamato “Brigante Lupo”, forse proprio per la sua aggressività verso i suoi simili.

Fratel Francesco lo avrebbe incontrato e, con le sue parole, con le sue preghiere, lo avrebbe convinto a scendere a patti con gli abitanti di Gubbio, a non compiere più le sue continue razzie, a rispettare i dettami della fede cristiana. Grati, gli Eugubini gli avrebbero assicurato alloggio e vitto. “Brigante Lupo” sarebbe poi diventato “Fratel Lupo” o, secondo altre versioni, “Fratel Agnello”.

L’affresco di Braccio Maria Bracci nel Santuario di Chiusi di La Verna

All’interno del Santuario di Chiusi di La Verna c’è un corridoio realizzato tra il 1578 ed il 1582 in cui è ben visibile un affresco realizzato dal pittore Baccio Maria Bacci (1888 – 1974) che illustra la possibile diversa lettura dell’agiografico, miracoloso, episodio in cui Fratel Francesco convince il “Brigante Lupo” ad abbandonare la sua vita di razzie e violenze e a collaborare pacificamente con gli abitanti di Gubbio.

Una diversa, forse meno apologetica, interpretazione del più noto e lontano episodio che, però, nulla toglie alla Santità del “Poverello di Assisi”.

Anzi, lo rende ancor più vicino agli abitanti di questo nostro travagliato mondo, ai loro difetti, alla loro umanità…

(Roberto Volterri)

  • Le immagini sono state fornite dal professor Roberto Volterri.

info@eremonedizioni.it

In questo libro – quasi una sorta di spin-off del fortunatissimo Archeologia dell’Impossibile – l’aspetto della Biologia che più ci interessa, oltre ad alcuni strani temi legati alla dimensione del sacro, è la Teratologia, ovvero lo studio delle molteplici anomalie morfologiche che riguardano, in particolare, l’ostetricia, l’anatomia patologica e alcuni campi della zoologia e della botanica. Vi avventurerete nei meandri di una strana villa, al confine con la Liguria, in cui operò un geniale (o folle?) medico di origine russa alla perenne ricerca di qualcosa che potesse avvicinare l’Uomo all’eternità. L’insondabile mistero dell’evanescente confine tra la vita e la morte, insieme agli esperimenti ai quali si dedicarono Luigi Galvani e Giovanni Aldini nel tentativo di correlare le attività biologiche con i nascenti studi sull’elettricità, di certo vi coinvolgerà totalmente. In conclusione, non è certamente intenzione dell’Autore di questo libro sostenere il pensiero di Francisco Goya, ovvero che “il sonno della ragione genera mostri”, in quanto, ciò che anima le pagine che leggerete non è il sonno ma il desiderio di dar vita all’innata curiosità umana verso la ragione, verso gli infiniti, e a volte stranissimi, aspetti della Conoscenza.

Fonte: Il Punto sul MIstero.it

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