21 Ottobre 2020

I SEGRETI DELLE “PIETRE RUNICHE” E DELLE “VERE” RUNE – II^ parte

di Giancarlo Pavat


Il sito archeologico di Anundshög vicino a Västerås nel Västmanland.
Il cartello con il “Nodo runico” che in Svezia indica i siti di interesse archeologico, storico e artistico – foto G Pavat 2013.

LA VERA STORIA DELLE RUNE

Concluso il rapido elenco delle Pietre runiche più interessanti, antiche e famose, è venuto il momento di affrontare le altre inesattezze (uso sempre eufemismi!)) che si trovano in circolazione a proposito delle RUNE. Per approfondire l’argomento mi baserò soprattutto sui lavori divulgativi di Renato Gendre e G. Jones e su quelli accademici di M. Hammarstrom, di C.J.S. Marstrander, di H Pedersen, J. Brondsted e di altri autori.

Il sito dei petroglifi di Tanumshede nel Bohuslän, Svezia sud-occidentale – foto G Pavat 2011.

Secondo alcuni studiosi scandinavi (ma non tutti concordano) gli “antenati” delle “Pietre Runiche” sarebbero i “Petroglifi” (in svedese Hallristningar) incisi a partire dal 5000 a.C. sulle rocce levigate dai ghiacci negli attuali territori della Norvegia e della Svezia. I più antichi di cui si ha contezza sono quelli scoperti nella provincia settentrionale svedese dello Jämtland.

Più recenti sono quelle dello straordinario sito “Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco” (in svedese Världsarvsgräns) di Tanumshede, nel Bohuslän nella Svezia sud-occidentale, che ho avuto modo di visitare nell’ottobre del 2011.

Attorno ai 4000 anni fa, nelle regioni più meridionali della Svezia cominciò ad essere introdotta l’agricoltura e molte tribù divennero stanziali. E proprio a questo periodo della preistoria scandinava, gli archeologi hanno datato numerosi tumuli funerari. Con il passaggio alla cosiddetta “Età del Bronzo” (in Scandinavia dal XVIII al VI secolo a.C.) comparvero le prime ceramiche e, soprattutto, quelle che possiamo considerare delle vere e proprie istantanee dalla Preistoria; eternate su massi erratici e su pareti rocciose.

Dagli anni ’70 in poi, nel territorio di Tanum sono stati scoperti oltre 3000 petroglifi, ma altri ne stanno tornando alla luce in continuazione. Mano a mano che le rocce vengono liberate e ripulite dal sottile strato di terra e muschio. Tra l’altro, all’interno della striscia di circa 25 chilometri (circa 50 ettari, spiegano le guide svedesi), corrispondente all’antica linea costiera, in cui sono concentrate le incisioni (che molti hanno messo in relazione con quelle italiane della Val Camonica), si trova anche la più grande roccia incisa di tutta la Svezia.

All’interno di Tanumshede, il sito con i petroglifi più interessanti è quello di Vitlycke; trasformato in parco tematico con tanto di funzionale annesso museo ed addirittura con la ricostruzione in grandezza naturale di un villaggio dell’Età del Bronzo (“Vitlycke Museum”, “Rock Art Centre”). Per ammirare i petroglifi, è necessario inerpicarsi sulle colline del sito, tra conifere e caducifoglie.

L’autore di questo articolo mentre osserva i petroglifi nella foresta di Tanumshede nell’ottobre del 2011 -– foto Sonia Palombo 2011.

Le incisioni rappresentano scene di caccia e di pesca. Si ammirano soprattutto imbarcazioni (probabilmente dotate di bilancere, un po’ come quelle della Polinesia), ma pure scene di coltivazione dei campi con l’aratro trainato da bovini, di vita quotidiana e di riti e cerimonie che per noi rimangono un mistero insondabile. Sui massi sono molti gli animali raffigurati. Tutti tipici dell’Europa Settentrionale e ancora oggi esistenti, come cervi, renne, capodogli, alci. Altri sono ormai estinti, come l’uro; altri ancora costituiscono un vero e proprio inquietante enigma. Sopra una delle rocce erratiche immerse nella Taiga si nota la figurina di un uomo, evidentemente terrorizzato, che leva le braccia al cielo. Alla sua destra si vede il motivo del suo terrore. Un serpente che striscia verso di lui.

Immagini sopra e sotto: altri petroglifi di Tanumshede. Sopra si riconoscono imbarcazioni, un “bastone magico” e un uro. In mezzo, altre imbarcazioni e un capodoglio forse cacciato dagli antichi artefici dei petroglifi; e sotto, il misterioso grande serpente- foto Pavat 2011.

Se l’ignoto artefice ha rispettato le proporzioni tra l’uomo ed il rettile, allora l’animale era davvero enorme, un vero mostro. Che cosa significa il petroglifo? Oggi, tranne qualche innocua biscia d’acqua presente nelle paludi della parte più meridionale della Scandinavia, in Svezia non esistono serpenti. Forse in passato era diverso e da quelle parti si potevano incontrare rettili di grandi dimensioni?

Oppure il petroglifo non raffigura qualcosa di reale ma si rifà a tradizioni, miti, credenze delle popolazioni che vissero in quel territorio durante l’Età del Bronzo. Un po’ come i draghi e altre fantastiche creature afferenti i miti degli “Asi”, gli dei norreni, presenti sulle pietre runiche istoriate esposte al Museo di Visby sull’isola di Gotland nel Baltico e riprese dall’arte cristiana medievale.
Tornando ai petroglifi simbolici, in alcuni di questi gli archeologi hanno scorto dei segni grafici interpretati, appunto, come anticipatori delle rune.

Le 24 Rune – disegno di G. Pavat 2020
QUANDO INIZIÒ L’EPOCA DEI VICHINGHI, LE RUNE ESISTEVANO NEL NORD GIÀ DA MOLTI SECOLI NON STAREMO QUI A DISCUTERE LE NUMEROSE TEORIE SULLA LORO ORIGINE MA ACCENNEREMO SOLAMENTE A QUELLA PIÙ VEROSIMILE. ED È QUESTA: IL PIÙ ANTICO ALFABETO RUNICO GERMANICO COMPRENDENTE 24 SEGNI E DETTO OGGI FUÞARK, FU CREATO DAI POPOLI GERMANICI ATTORNO AL 200 D.C. O POCO DOPO, SU DIRETTA O INDIRETTA INFLUENZA ROMANA”.
(Johannes Brondsted)

Le “Rune” vere e proprie sono una serie di segni formati da tratti obliqui e verticali utilizztai con funzioni quasi esclusivamente epigrafiche nella “Scrittura runica” di tipo alfabetico
Gli specialisti la chiamano Fuþark, dalle prime sei lettere di questo alfabeto. Che ne conta 24 nella cosiddetta “versione lunga” e 16 in quella “corta” utilizzata dai Vichinghi.
Il termine “Runa” divenne di uso comune e si diffuse in area scandinava: Rune in danese e norvegese, Runa in svedese, Rùn in islandese, in seguito alla pubblicazione nel 1636 dell’opera “Runir seu Danica literatura antiquissima” (ovvero “Le rune, la più antica letteratura danese”) del danese Ole Worm (latinizzato Olaus Wormius, nato ad Århus il 13 maggio 1588 e morto a København il 31 agosto 1654), celebre medico, biologo e filologo e precursore degli studi e ricerche archeologiche in Scandinavia.

“Pietre runiche in Scandia” da Olaus Wormius (1640) – elaborazione di G. Pavat 2016.

Questa scrittura era utilizzata dalle popolazioni di etnia germanica (e quindi non fu inventata dai Vichinghi, come si legge ancora da qualche parte) prima della diffusione ed affermazione dell’alfabeto latino a seguito della cristianizzazione delle regioni più settentrionali del nostro continente.
Ogni Runa può essere usata sia con valore fonetico che ideografico. In pratica dall’iniziale del nome che ognuna possiede (anche se per questo le testimonianze certe non sono precedenti al IX secolo d.C.) si ottiene il primo. Con l’unica eccezione della Runa “Algiz (che in alcuni poemi anglosassoni significa “alce” mentre in alcune iscrizioni è presente con il significato di “difesa”, “protezione”) per la quale si è utilizzata l’ultima lettera del nome e non la prima.
Dal punto di vista dei significati simbolici ed allegorici, “Algiz” riveste una valenza positiva. Spiritualmente ha funzioni di scudo durante il percorso iniziatico di elevazione verso più alti stati di coscienza.

La runa “Algiz” – disegno di G. Pavat 2020

Graficamente la runa “Algiz” è assimilabile al simbolo della “Zampa d’Oca”. Che ricorda pure il “Tridente”, quindi un simbolo “ternario“ o “trinitario” che, per prima cosa, rimanda ai vari percorsi di pellegrinaggio che si snodavano (e si snodano) in lungo ed in largo attraverso l’Europa. In particolare quello più famoso; il “Cammino di Santiago de Compostela” nella penisola Iberica. Lentamente, la “Zampa d’Oca” si trasformerà nella “Conchiglia di San Giacomo”, il “Pecten”, la “Conchiglia di Venere”, con la quale, secondo la tradizione Gesù sarebbe stato battezzato nel Giordano.
Ma per “oca” non sempre va inteso l’animale che conosciamo con questo nome, ma in senso lato un “palmipede”. Quindi anche il Cigno, con tutti significati allegorici di cui è rivestito. Molte volte appare come la personificazione maschile dell’oca simbolica. Come nella mitologia greco-romana, dove Zeus-cigno si unisce alla bellissima regina di Sparta, Leda. Questa partorisce quattro uova, da cui, una volta schiuse, fuoriescono i divini gemelli, Castore Polluce ovvero i Dioscuri; cioè la forza e l’intelligenza, e le sorelle Elena e Clitemnestra, mogli rispettivamente di Menelao e Agamennone, ovvero la bellezza per antonomasia, sebbene decisamente fatale.

Il Cigno è comunque anche simbolo dell’”Androgino”. Il suo lungo collo, simbolo fallico, rappresenta l’essenza maschile. Mentre le sue candide e sinuose forme rotondeggianti rappresentano quella femminile. In questo modo unisce in se le due Nature.
Ma l’Oca può rappresentare anche il Pellicano. Molto diffusa nelle chiese europee (e soprattutto nel nostro Paese) l’immagine del pellicano che si squarcia il corpo per nutrire la propria covata. Si tratta di una rappresentazione allegorica di Gesù Cristo che si sacrifica sulla Croce per la salvezza di tutti gli Uomini. Questa simbologia si ispira anche al “Adoro te devote”, un canto eucaristico, attribuito a San Tommaso d’Aquino, che intona;
“Pie pellicane, Jesu Domine, me immundum munda tuo sanguine; cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere”.
Immagine ripresa anche da Dante Alighieri nella “Divina Commedia”, dove, descrivendo l’incontro con San Giovanni Evangelista, rievoca la scena dell’Ultima Cena, quando l’Apostolo chinò il capo sul petto di Gesù.

“Questi è colui che giacque sopra il petto/ del nostro pellicano, e questi fue/ di su la croce al grande officio eletto”.
(Paradiso; Canto XXV, vv. 112-114).
Persino nell’Antico Egitto ritroviamo la simbologia dell’oca. Il geroglifico di Geb, l’erede al trono di Horus, è un’oca e una zampa. Le oche erano ritenute messaggeri tra il Cielo e la Terra, in quanto era il primo animale uscito dall’Uovo primordiale e rappresentava il Sole. Siccome il Faraone era identificato con l’Astro solare, ecco che le oche rappresentavano anche l’anima del Sovrano.
Ma quella identica alla runa “Algiz” è solo la versione più diffusa del simbolo della “Zampa d’Oca”. Ne esistono almeno altri tre. A volte si riduce a tre segmenti divergenti o volti o verso il basso o verso l’alto. Quest’ultimo caso si ritrova scolpito sugli stipiti o sui modiglioni dei portali delle chiese. Queste due versioni si possono trovare sovrapposti ed uniti a formare una “stella a sei punte”. Ovvero una delle versioni del “Crismon”.
Il controverso scrittore Louis Charpentier (1905-1979) riteneva che persino il celebre “Giglio” di Francia derivasse dal simbolo della “Zampa d’Oca”.
Infine, e sono in pochi a notarlo, in tantissime chiese, soprattutto italiane, si vedono Crocifissi a guisa di “Zampa d’Oca” o runa “Algiz”.
In particolare ricordo di averne visto uno nella chiesa di Santa Maria del Castello a Genova e sarebbe stato portato nella “Città di San Giorgio” da alcuni Crociati genovesi. Quindi dovrebbe provenire dalla Terrasanta. Alla luce di tutto quanto si è detto sinora in merito alla runa “Algiz” ed ai simboli ad essa similari, riesce difficile, ritenere che quella particolare forma del Crocifisso sia una mera casualità.
“Zampa d’oca” o la runa “Algiz” scoperta da Giancarlo Pavat nel febbraio del 2016 nel Castello dei Conti di Ceccano (FR) – foto di G. Pavat 2016.

Naturalmente tutte queste analogie potrebbero essere semplici somiglianze grafiche. E la runa “Algiz” potrebbe essere aliena da tutte queste valenze simboliche. Parimenti la stessa “Zampa d’Oca” potrebbe non avere nulla a che fare con “Algiz” e con gli altri simboli. Ma se così non fosse (e personalmente dopo anni di studi sulle simbologie, propendo per quest’ultima ipotesi), allora tutte queste connessioni tra civiltà, culture e religioni distanti tra loro, sembrerebbero far riferimento ad un unico significato archetipico, antico quanto l’Umanità stessa.
Ovviamente la scelta di una determinata parola per indicare una Runa, tra tutte quelle che iniziavano con la stessa lettera non fu assolutamente casuale. Tutto dipese dall’importanza che quella parola e l’oggetto che essa indicava, rivestiva presso le antiche popolazioni dell’Europa settentrionale.
Infatti i nomi delle Rune si riferiscono soprattutto a divinità, a piante e animali sacri o comunque importanti per la vita stessa di quelle comunità, e a fenomeni atmosferici.
Quanto alla reale origine delle “Rune”, con buonapace degli studiosi romantici tedeschi del XIX secolo e degli esoteristi come Guido von List o Karl Maria Wiligut, molti confluiti o presi ad esempio dal Nazismo, queste NON SONO UN PRODOTTO DEL “GENIO” GERMANICO.

Ormai tutti gli studiosi sono concordi nel considerare il Fuþark come una derivazione diretta ed indiretta da uno di questi alfabeti: latino, greco ed uno dei tanti diffusi al di qua e al di là delle Alpi nordorientali di provenienza etrusca” (Renato Gendre e altri, “Alfabeti” Demetra 2000).

Per L.F.A. Wimmer la scrittura runica trova il proprio modello nella Romanità del periodo imperiale. Nascerebbe, quindi, tra la fine del II e gli inizi del III secolo, in un’area occupata da tribù germaniche in contatto con la Gallia ormai romanizzata. Comunque, due sono i punti cardine ormai acquisiti con certezza dalla moderna ricerca.
Il primo che il Fuþark trova, appunto, la propria fonte primaria negli alfabeti di derivazione etrusca dell’Italia Nordorientale e quella secondaria in quello latino.
Il secondo che, tra quei vari alfabeti, quello più verosimile è il “Venetico”.
Renato Gendre spiega che lo iato cronologico tra le ultime attestazioni di scrittura venetica, databili al I secolo a.C. e le più antiche iscrizioni runiche, grossomodo al II secolo d.C., che ad una prima analisi potrebbe consigliare di scartare l’ipotesi di derivazione dal “Venetico”, si risolve con il fatto che gran parte delle iscrizioni furono realizzate su supporti di materiale deperibile, soprattutto legno e corteccia.
Quindi non si ha la più pallida idea di ciò che si è perso per sempre, e che magari sarebbe stato in grado di colmare il vuoto temporale.
Per quanto riguarda poi l’aspetto “magico” di cui sono ammantate le Rune (per la tradizione norrena erano una “invenzione”, ma nel senso latino di “scoperta” e non di “creazione”, di Odino, padre degli Asi), si deve tener presente che tutte le forme di scrittura ed anche di linguaggio hanno, nel corso della loro storia, avuto queste valenze.
La parola e la scrittura sono sacre, sono magiche. In tutte le culture troviamo divinità (si pensi al dio Thot egizio) che hanno donato agli Uomini la Scrittura.
Per Olaus Magnus erano addirittura attribuibili a:
“tempi antichissimi, quando nelle terre settentrionali c’erano i giganti. Cioè molto prima che fossero create le lettere latine, i regni del Nord ebbero la loro scrittura. Di ciò sono indizio le pietre di eccezionale grandezza poste sui sepolcri degli antichi e nelle caverne”.
Altresì, non vi è dubbio che le Rune sono state per davvero utilizzate anche per riti magici o divinatori. Come è dimostrato da alcune iscrizioni.
In un mondo di analfabeti (ovviamente non solo quello norreno) è ovvio che vedere individui che sapevano trarre suoni, parole, informazioni da quei strani segni spigolosi, non poteva che intimorire e, come ha brillantemente scritto Johannes Brondsted (“I Vichinghi”, Einaudi 1966), suscitare un fascino arcano.
Anche perché si era convinti che quei poteri (che si intuivano e temevano) non fossero affatto insufflati dagli intagliatori materiali di quei segni ma che esistessero già nelle Rune stesse. Discorso che può valere per qualsiasi altro simbolo.
Il simbolo ha una valenza, un potere, una energia che prescinde il significato ed il valore attribuito ad esso dall’Uomo.
Ma qual’era il potere delle Rune?
Spada vichinga conservata al Museo di Oslo – disegno G. Pavat 2013

Su una spada vichinga le Rune ci hanno tramandato questo messaggio:

“Che Marr possa non risparmiare nessuno”.

In pratica le Rune avrebbero conferito invincibilità, tramite i propri magici poteri, alla spada “Marr” e a colui che l’avrebbe impugnata. Qualcosa di molto simile a Spade ben più famose come l’Excalibur di Re Artù. 

Iscrizioni runiche simili a qiella Spada Marr sono state rinvenute anche su altri generi di oggetti, come gioielli muliebri.
Semplice magia, scongiuri, o malefici a seconda delle circostanze e degli individui o qualcos’altro, qualcosa di più profondo?

Yggdrasill, il Sacro Frassino della mitologia norrena – disegno G. Pavat 2020

Si è già detto come le Rune, secondo i miti, vengano scoperte da Odino e donate agli Uomini. Per apprenderle il Padre degli Asi si fa crocifiggere per giorni a testa in giù all’Sacro Frassino Yggdrasill, l’albero primordiale da cui è stato creato l’intero Universo.
Vero e proprio Axis Mundi. Che resisterà e sopravvivrà a Ragnarok e tra le cui fronde troveranno rifugio un uomo e una donna che, quando tutto sarà finito, daranno vita ad una nuova e migliore Umanità.
Quindi il dono delle Rune agli uomini è preceduto da un sacrificio. Un gesto d’amore verso un’Umanità barbara che vagava nel buio anche metaforico. Quindi i veri, più grandi, poteri delle Rune sarebbero la compassione ed altruismo verso il genere umano (come Prometeo che si sacrifica per donare il Fuoco) e, soprattutto, il dono della Conoscenza.
Questo sono realmente le Rune.
Nate con valenze pratiche hanno poi trovato (in un secondo momento o comunque contemporaneamente, non prima) un utilizzo esoterico, che tanto è piaciuto (e piace) ai tardi epigoni del XIX, XX e XXI secolo.

Ma questo articolo non avrebbe potuto dirsi completo senza rammentare che le testimonianze runiche non le troviamo soltanto nelle regioni di origine delle popolazioni norrene o comunque stabilmente abitante o colonizzate o in quei territori da loro semplicemente attraversati (magari durante qualche scorreria), dalla Groenlandia alle pianure dell’Ucraina. Ma pure dove meno ce lo si potrebbe aspettare.

Il “Leone del Pireo” oggi davanti all’Arsenale a Venezia – Fonte Wikipedia.
IL LEONE RUNICO DI VENEZIA

Se si parla di Leoni a Venezia, il pensiero vola al simbolo stesso della Serenissima, ovvero il LEONE MARCIANO, uno dei Quattro esseri del TETRAMORFO della Visione di Ezechiele e dell’Apocalisse Giovannea e poi diventato attributo iconografico dell’Evangelista Marco, patrono della città lagunare.

Ma stavolta trattasi di un altro Leone sempre presente a Venezia. Un Leone che reca incisa una epigrafe runica, praticamente unica nel suo genere, ma purtroppo quasi del tutto cancellata dalle intemperie e quindi illeggibile.

La Serenissima è una città che nella sua bimillenaria storia non ha mai avuto a che fare con i Vichinghi o comunque con la cultura norrena. Ecco perché la poco nota (per non dire del tutto sconosciuta) storia della presenza nella città lagunare di queste rune vichinghe merita di essere raccontata.

L’ambientazione è quella del secolare conflitto che nel Mediterraneo oppose la Serenissima (ed altri stati cristiani) all’avanzata della Mezzaluna dell’Impero Ottomano che voleva conquistare e convertire all’Islam l’intera Europa.

La flotta veneziana, comandata da Francesco Morosini (1619-1694) stava operando nell’Egeo davanti alle coste dell’Attica che, come la sua capitale Atene e tutto il resto dell’Ellade, da secoli era caduta sotto il tallone turco.
Scopo dei Veneziani e degli alleati (tra cui una squadra navale svedese!) era quello di espugnare il Pireo e liberare Atene.

Ma i Turchi resistevano e, tra l’altro, avevano trasformato il Partenone (il capolavoro assoluto della Civiltà Classica e pietra miliare della Cultura occidentale, che all’epoca era bene o male ancora intatto) in un deposito munizioni (in precedenza era stato convertito anche in moschea).
I Veneziani di concerto con gli alleati, decisero di fiaccare la resistenza del nemico con un intenso bombardamento navale.
Il 26 settembre 1687, mentre i Veneziani assediavano il Pireo, una cannonata partita “dalla nave alleata svedese del Conte di Koenigsmark colpì il Partenone che naturalmente saltò in aria”.

Il Pireo cadde e Atene venne poi liberata dai Turchi. La vittoria, unita alla riconquista della Morea (così nel Medio Evo veniva chiamato il Peloponneso) e di altre località greche, valse al Morosini il soprannome di “Peloponnesiaco” e l’anno successivo l’elezione a Doge. Ma pure gli insulti, le ingiurie e l’odio nei secoli a venire di “archeologi, patrioti ellenici, compilatori di guide turistiche e ciceroni di piazza” ha sottolineato con ironia lo scrittore veneziano Alvise Zorzi, ricordando “a difesa del Peloponnesiaco, che peraltro fu quanto mai amareggiato dell’accaduto, come non c’è traccia nella storia, anche contemporanea, di un obiettivo militare (quale era senza alcun dubbio, una polveriera) risparmiato in nome delle esigenze della cultura e dell’arte” (da “I Dogi. Storia e segreti” di Claudio Rendina, Newton Compton, 1993).

Nel trionfo della vittoria, i Veneziani portarono a casa un ingente bottino di guerra. Soprattutto d’opere d’arte antica che ancora abbondavano in Grecia (d’altronde i Veneziani avevano una lunga tradizione in tal senso, basti pensare ai “souvenir” che giunsero in Laguna dopo la conquista di Costantinopoli durante la cosiddetta “Quarta crociata“ del 1204), tra cui due splendidi leoni di marmo che ornavano il porto del Pireo e che da allora, assieme ad un’altra copia di felini, fanno buona guardia davanti all’ingresso dell’antico Arsenale, in Riva degli Schiavoni.
Il più grosso è un magnifico animale, alto 12 piedi, scolpito nel marmo bianco da un artista greco di millesettecento anni fa” scrive “Là esso siede sui fianchi snelli, gravemente riguardando, le zampe anteriori erette, e sulle spalle mostra una consunta e semicancellata iscrizione runica”.
(Gwyn Jones da “I Vichinghi” edizione italiana Newton Compton, 1995)

L’iscrizione runica venne certamente incisa dai guerrieri Variaghi, ovvero i Vichinghi svedesi, arruolati come mercenari dai Bizantini nel XI secolo. “Ma non abbastanza profondamente, non si può leggere e questo, come dice Brondsted, è un vero peccato” conclude Jones “Sarebbe stato interessante sapere che cosa volesse confidare un vichingo svedese ad un leone greco”.

In realtà, le Rune, identificate per quello che erano già nel XVIII secolo da Johan David Åkerblad (1763–1819), inventore del metodo comparativo che servì a Jean-François Champollion per decifrare la “Stele di Rosetta” nonché diplomatico svedese a Venezia, vennero tradotte già nella prima metà del XIX secolo dallo storico danese Carl Christian Rafn (1795–1864). In quell’epoca l’iscrizione era ancora abbastanza leggibile anche se diverse rune erano scomparse e Rafn dovette, di fatto, ipotizzarle. Queste le traduzioni delle due frasi che sarebbero state incise sui fianchi del leone;
Asmund ha inciso queste rune con Asgeir e Thorleif, Thord e Ivar, su richiesta di Harold l’Alto”
Questo Harold l’Alto è stato identificato, ma non è unanimemente accettato, con Harald Hardråde morto nella battaglia di Stamford Bridge, in Inghilterra, il 25 settembre 1066),
nonostante i greci riflettendoci lo vietino”.
“Hakon con Ulf e Asmund e Örn conquistarono questo porto. Questi uomini e Harold l’Alto imposero una forte tassa a causa della rivolta dei greci. Dalk è tenuto prigioniero in terre lontane. Egil è andato in missione con Ragnar in Romania e in Armenia”.
L’iscrizione runica a forma di “Lindwurm” incisa sul “Leone del Pireo” a Venezia – disegno G. Pavat 2020.

Comunque, se vi trovate a Venezia, passate davanti all’Arsenale a salutare i quattro leoni e accarezzate la criniera del più grande, quello con la scritta runica. Dicono che porti fortuna.

(Giancarlo Pavat)

Tumuli preistorici a Tanumshede – foto G. Pavat 2011.
Giancarlo Pavat a Ledbergs kulle – foto Sonia Palombo 2013.
PER SAPERNE DI PIÙ;

Brondsted, Johannes, I Vichinghi – Einaudi 1966;

Consolandi, Pascucci,  Pavat, Gotland.  Viaggio alle radici del Labirinto – Youcanpint 2013;

Elliott, Ralph Warren Victor, Rune: An Introduction – Manchester University Press 1980;

Gendre, Renato e altri, Alfabeti – Demetra 2000;

.Gwyn, Jones, I Vichinghi – edizione italiana Newton Compton, 1995;

Looijenga, Tineke, Testi e contesti della più antica iscrizioni runiche – Leiden Brill 2004;

Pavat, Giancarlo, Nel Segno di Valcento – edizioni Belvedere 2010;

Pedersen, Hans, L’origine des runes in Memories de la Societe royale des antiquaries du Nord – 1920;

Rendina, Claudio, I Dogi. Storia e segreti – Newton Compton, 1993;

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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