28 Settembre 2020

LA SCOPERTA DELL’ELETTRICITA’ NEL PASSATO

di Roberto Volterri

Durante l’Itinerario del Mistero dello scorso 12 agosto ad Alatri, si è affrontata anche la tematica relativa all’ipotesi che, in un lontano Passato, siano esistite Civiltà avanzate con un livello tecnologico e scientifico pari (se non superiore) al nostro. Ma è davvero possibile?  Esistito prove o indizi in tal senso?

Abbiamo chiesto di parlarcene al professor Roberto Volterri che è uno dei maggiori esperti al mondo di queste tecnologie, tanto da averle persino replicate.

Buona lettura.

(La Redazione)


Fu vera gloria? La scoperta dell’Elettricità nel passato…

“Fu vera gloria? Ai posteri / L’ardua sentenza…”

No, non intendo ripropormi e riproporvi il manzoniano interrogativo sul Grande Còrso, bene espresso nella celebre poesia “Il cinque Maggio”!

Intendo riferirmi all’altrettanto illustre Alessandro Volta e al non meno celebre Luigi Galvani, italici geni dell’elettricità, quando non era ancora ben chiaro cosa essa fosse in realtà. Lo scienziato comasco scoprì che quando due metalli diversi – ad esempio, Rame e Zinco – vengono immersi in una soluzione alcalina o acida, si genera una differenza di potenziale – una tensione elettrica – tra i metalli stessi e una corrente può scorrere in un conduttore che li unisce.

Volta intuì quindi che disponendo uno sopra l’altro dischetti di due metalli diversi, alternandoli e anteponendo un sottile strato di separazione costituito da carta inumidita con una soluzione acidula, si poteva ottenere una differenza di potenziale ben maggiore.

Era nata la ormai ben nota “Pila elettrica.

L’originale Pila elettrica ideata e costruita dal grande fisico comasco Alessandro Volta. Era il lontano 1799

Poco dopo – nel 1808 –  l’inglese Humphry Davy, in una dimostrazione pubblica presso la Royal Institution di Londra, usò una ‘Pila di Volta” per dimostrare che era possibile creare una potente e continua ‘scintilla’ tra due elettrodi di carbone: era nato il cosiddetto ‘arco elettrico’. La corrente elettrica generata da alcune ‘Pile di Volta, fluente tra i due elettrodi di carbone tenuti quasi in contatto, generava infatti un arco elettrico mentre l’intenso calore che ne derivava rendeva incandescente gli elettrodi stessi, illuminando ‘a giorno’ l’ambiente circostante.

“Arco elettrico” in un ottocentesco apparecchio da laboratorio

La geniale idea sarebbe stata sicuramente destinata all’oblio, dato il rapidissimo consumarsi degli elettrodi, se successive modifiche apportate prima dall’inglese W. E. Staite (nel 1846), successivamente – e in maniera definitiva – da Paul Jablochkoff, con la sua “candela elettrica”, realizzata con due elettrodi non più in linea, contrapposti, ma posti uno accanto all’altro, paralleli e separati da un isolante di caolino.

L’arco elettrico scendeva gradatamente man mano che gli elettrodi stessi si consumavano, dando vita così a vere e proprie lampade che ottennero un immediato successo, tanto da essere impiegate nel dicembre del 1878 nel Victoria Embankment, la prima strada inglese ad essere illuminata grazie alle ‘candele elettriche’.

Ma l’uso dell’elettricità, come noi oggi la conosciamo, nasce veramente solo nei primi anni dell’Ottocento?

Insomma… fu vera gloria?

Proseguiamo e poi vedremo di dare anche una ‘eretica’ risposta a questa domanda che insistentemente ci poniamo.

Gli studi del chimico inglese Humphry Davy, il ‘padre’ dell’arco elettrico’ che abbiamo prima incontrato, unitamente alla ricerche in campo elettrochimico effettuate da Michael Faraday nei primi anni del XIX secolo, condussero all’invenzione della ‘Galvanostegìa’, ciè allo sfruttamento dei fenomeni di elettrolisi per ricoprire un metallo con un sottile strato di un altro metallo, di solito ‘nobile’, Oro o Argento.

Un ufficiale d’artiglieria prussiano, Werner von Siemens, verso il 1842 perfezionò il processo di Galvanostegìa a fini industriali, tanto che la ’Elkingtons’ – fabbrica inglese di posate – acquistò il brevetto di von Siemens e già pochi anni dopo, nel 1860 mise in commercio oggetti d’uso comune realizzati in metalli ‘non nobili’ ‘placcati’ con argento.

Le Pile di Bagdad e la Galvanostegìa molto ante litteram

Nel 1869 si mise a punto il processo di Galvanostegìa utilizzante il Nickel (‘Nichelatura’) e nei primi decenni del ‘900 si diffuse anche la ‘Cromatura’.

 Il processo di ‘doratura’ – ad esempio –  consiste, in estrema sintesi, nel far scorrere una corrente elettrica, di una certa intensità, attraverso una ‘cella’ costituita da un recipiente contenente come ‘elettrolita’ una soluzione chimica di un sale del metallo con cui si vuole ricoprire un oggetto buon conduttore di elettricità e utilizzando come elettrodo negativo (il catodo) l’oggetto stesso.

Al polo positivo (l’anodo) viene collegato un elettrodo costituito da un piccola lastra del metallo, l’Oro, destinato ad essere ‘placcato’ su un metallo di minor pregio. Il flusso di corrente ‘scioglie’ l’Oro dell’anodo, Oro che si deposita allo stato puro sul catodo, ricoprendolo in modo uniforme con uno strato sottilissimo del ‘nobile’ metallo.

Quella di Volta, di Galvani,  di Davy e di von Siemens “fu vera gloria?”

Forse no. Forse qualcuno molto, molto tempo prima aveva avuto le stesse geniali intuizioni?

Forse la produzione, anche se con metodi rudimentali, di energia elettrica a bassa tensione potrebbe essere retrodatata di circa venti secoli?

Vediamo alcune possibili risposte alla domanda che ci siamo fino ad ora poste.

Khuyut Rabbou’a (Bagdad), 1936.

Durante gli scavi nell’area archeologica presso questa località dell’Iraq, abitata – tra il II secolo a.C e il II d.C. –  dai Parti, fu rinvenuto uno strano oggetto costituito da un’anfora ovoidale di terracotta, alta quindici centimetri, impermeabilizzata internamente con bitume e munita di strani “accessori”.

Nell’imboccatura della piccola anfora, bloccato da un tappo di bitume, c’era infatti un cilindro di Rame, molto corroso, lungo circa nove centimetri e con un diametro di due centimetri e mezzo circa, con all’interno una piccola, molto ossidata, barretta di Ferro.

La cosiddetta Pila di Bagdad Khuyut Rabbou’a (Bagdad), rinvenuta in scavi archeologici nel 1936. Sulla destra dell’immagine, si vede il cilindro di rame (polo positivo) e l’asticciola di ferro (polo negativo)

Dapprima classificato, ovviamente, come ‘oggetto di culto’, lo strano reperto fu poi identificato da uno degli scopritori, il tedesco König, per quello che – molto verosimilmente – avrebbe potuto essere:un elemento di una batteria elettrica.

Con l’aggiunta di un acido debole, come ad esempio l’acido citrico contenuto nel succo di limone, un dispositivo del genere è in grado di generare una differenza di potenziale di circa un volt.

Esperimenti condotti da chi scrive mediante alcune ‘Pile di Bagdad, realizzate in base alle descrizioni del reperto mesopotamico, hanno confermato la possibilità di generare senza troppe difficoltà tensioni di 6-8 volt mediante il collegamento in serie di più elementi.

Un collegamento serie-parallelo di molte ‘Pile di Bagdad avrebbe consentito, verosimilmente, di praticare artigianalmente rudimentali processi di doratura che potrebbero spiegare come in antico si riuscisse a deporre una sottilissima ‘foglia’ di pochi micron di spessore (15 – 30 millesimi di millimetro al massimo!) su monili prodotti oltre venti secoli prima che l’idea stessa di ‘corrente elettrica’ facesse parte del bagaglio di conoscenze scientifiche dell’umanità.

Ma allora è verosimile che in antico fosse nota la possibilità di produrre energia elettrica a bassa tensione con le Pile di Bagdad? Ben prima dei pur geniali Galvani e Volta!

Ma allora è possibile che alcuni reperti archeologici costituiti da un substrato metallico ricoperto da un sottilissimo strato d’oro siano stati ‘placcati’ mediante un rudimentale processo di Galvanostegìa ante litteram?

“Ho realizzato una Pila di Baghdad…e funziona!

Poiché sembra che Confucio abbia giustamente affermato che “un’immagine vale più di mille parole”, nelle poche immagini che seguono ho sintetizzato il semplice metodo in base a cui la “Pila di Bagdad” avrebbe potuto generare elettricità a bassa tensione.

L’autore di questo articolo ha realizzato alcune “Pile di Bagdad” rifacendosi alla struttura di quella rinvenuta nel 1936. Poste in serie generano una differenza di potenziale, tensione, di circa 7 Volt, con una corrente erogabile di una trentina di milliampere. Con esse ha sperimentato il processo di galvanostegia “placcando” con Argento e anche Piombo piccoli lingotti di bronzo…
Alcune fasi della sperimentazione in laboratorio di semplici “Pile di Bagdad” realizzate da Roberto Volterri. A sinistra, si versa del comune aceto (l’elettrolita) nella piccola anfora di terracotta; a destra, si inseriscono i due elettrodi (Rame e Ferro) fissati al tappo dell’anforetta.
Dettaglio di due piccole anfore utilizzate per l’esperimento. Sulla sinistra dell’immagine c’è il grosso becher contenente l’elettrolita delle Pile, ovvero… del comunissimo Aceto!

Il milliamperometro – per l’occasione modificato in Voltmetro con 1 Volt fondo scala – mostra immediatamente il generarsi di una piccola tensione (poco più di 1 Volt). Con alcune di queste Pile collegate in serie si è “placcato” con Argento un piccolo lingotto di bronzo…

L’autore dell’articolo, in anni passati, ha avuto modo di analizzare strumentalmente alcuni stupendi monili provenienti dalla necropoli fenicio-punica di Puig des Molins (Ibiza). I monili, leggerissimi (uno o due grammi al massimo) sembrano di Oro ma in realtà questo prezioso metallo ricopre un substrato cavo di bronzo, Rame o altri metalli “non nobili”.
Scorcio della necropoli fenicio-punica di Puig des Molins (Ibiza), VII a.C.
Roberto Volterri davanti al Microscopio Elettronico a Scansione (SEM) con cui fece le analisi sui gioielli fenico-punici di Puig des Molins.
Le cosiddette “Lampade di Dendera”, dibattutissimo argomento sull’elettricità nell’antichità. Ma ci torneremo in un prossimo articolo…

“Eretici dubbi”… sulle “eretiche” Pile di Bagdad

Ovviamente, anche riguardo alla Pila di Bagdad l’onnipresente “Novacula Occami”, ovvero il ‘Rasoio di Occam’che possiamo interpretare con “è futile fare con più mezzi ciò che si può fare con meno”, deve però indurci a procedere con cautela, ipotizzando anche soluzioni alternative poiché in tutti i campi dell’umano scibile spesso affiora anche il diffuso “Principio della Reciproca Diffidenza” che più o meno suona così:” Io non credo a ciò che tu affermi di avere scoperto o sperimentato fino a che anche io non sia in grado di fare altrettanto”.

Profonda riflessione che nell’ambito di una improbabile Filosofia della Scienza potrebbe fare il paio con la “Dimostrazione matematica per alzata di mano”!

Facezie a parte, già dal 1839, ad esempio, sembra fosse noto un processo di doratura che non richiedeva l’impiego di una sorgente di energia elettrica.

L’oggetto da dorare veniva immerso in una soluzione di un sale dell’Oro, a base di Cianuro Au(Cn)2, contenuta in un’anfora di terracotta porosa. Quest’ultima era contenuta a sua volta in un recipiente di più ampie dimensioni nel quale veniva versata una soluzione acquosa di Acido solforico, H2SO4, o Cloruro di Sodio, NaCl, nella quale era immersa una lamina di Zinco collegata all’oggetto da dorare.

Lo Zinco si ossidava, all’anodo, passando in soluzione come ione e al catodo l’Oro metallico si depositava in un sottilissimo strato sull’oggetto.

È anche ipotizzabile, quindi, che tecniche chimiche non contemplanti necessariamente l’impiego dell’energia elettrica – ‘ufficialmente’ sconosciuta prima della fine del XVIII secolo – siano state impiegate anche secoli prima, all’epoca dei Parti, per la doratura di monili e di altri oggetti ornamentali di piccole dimensioni.  

Come è capitato a chi scrive analizzando bellissimi gioielli fenicio-punici provenienti dalla necropoli di Puig des Molins, a Ibiza: erano pendenti di orecchini appartenuti ad una gentile signora dell’epoca, leggerissimi (uno, o al massimo due grammi) apparentemente in Oro ma in realtà cavi all’interno costituito a volte da leggerissimo bronzo…

(Roberto Volterri)

Disegno che riproduce i bassorilievi con le “famigerate” “Lampade di Dendera”.
  • Le immagini sono state fornite dal professor Roberto Volterri.

Sarebbe ben arduo sperare di rintracciare in qualche Museo alcuni dei reperti descritti in questo libro.

Perché? Ma è semplice: perché… non esistono o non sono mai esistiti. Almeno ‘ufficialmente’… Questo lavoro vorrebbe, quindi, colmare tale lacuna e dovrebbe essere inteso come un vero e proprio manuale di“Archeologia eretica”, indispensabile a tutti quei ricercatori dell’ignoto che vogliono affrontare uno studio sperimentale sulle “possibili tecnologie antiche”, con l’indispensabile apertura mentale necessaria ad intraprendere una strada irta di ostacoli, ma soprattutto nel pieno rispetto dell’ortodossia scientifica.

L’Autore, pur occupandosi in ambito universitario degli aspetti più concreti della ricerca archeologica, ha tentato di ricostruire impossibili oggetti, basandosi in alcuni casi su testi biblici, in altri su testimonianze storiche e in qualche caso facendo “atto di fede” nei confronti di qualche studioso del passato che ha sostenuto di averli visti o di averli realizzati egli stesso. Pile di Bagdad? Arca dell’Alleanza? Lumi eterni? Bussola Caduceo? Specchi ustori? Urim e Tummin? Lente di Layard?

Sono degli oggetti “impossibili”… ma non per tutti e, seguendo le indicazioni fornite in questo libro, anche voi riuscirete a realizzarli facilmente!

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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