21 Ottobre 2020

… nell’Emissario del Lago di Nemi.

Dentro l’Emissario…
Giancarlo Pavat indica sulla cartina al professor Volterri e a Gaetano Colella, alcuni punti notevoli del Condotto di Nemi – foto Bruno Ferrante

V.I.T.R.I.O.L.

… nell’Emissario del Lago di Nemi

 di Roberto Volterri

Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem

Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta


E noi del neonato “Gruppo Nemorensis”, creato da Giancarlo Pavat, in una bella mattinata del 25 Luglio u.s., abbiamo visitato “l’interno della terra” lungo l’emissario del Lago di Nemi e, come recita ancora la traduzione dell’acrostico che ho citato come incipit di questo articolo per “Il Punto sul Mistero”, abbiamo proseguito “operando con rettitudine”, nel senso che il gruppo è partito equipaggiato a dovere, come raccomandato dal Capo della ctonia spedizione: con l’eccezione proprio di chi scrive e dell’amico Bruno Ferrante che hanno camminato per tre ore immersi fino quasi alle ginocchia in una rinfrescante acqua (13°C) che proviene dall’interno della montagna!

Procedendo stoicamente e affascinati dal suggestivo ambiente, abbiamo poi trovata non l’alchemica “pietra nascosta”, ma ben 1653 metri di un lungo cunicolo di pietra visibilissima e particolarmente presente –soprattutto se di durissimo basalto! – nei tratti in cui procedevamo quasi carponi, cunicolo a volte percorribile con facilità – chi scrive ha il culto delle perifrasi: insomma si procedeva quasi… a testa alta – a volte cercando di evitare traumi cranici, nonostante un provvidenziale caschetto fornitoci proprio dal più che previdente, efficiente ed esperto Giancarlo il quale per la decima volta attraversava il cunicolo che ci “… avea mostrato per lo suo forame”, direbbe l’Alighieri nel XXXIII Canto dell’Inferno.

Insomma, mentre avanzavo nel lungo cunicolo, pur abituato a ricerche archeologiche – in Messico, soprattutto – in situazioni non del tutto agevoli, ripetevo iterativamente, tra me e me – quasi un Mantra! – la parola che costituisce l’insolito titolo di questo articolo, parola originata dalle prime lettere di un noto motto dei Rosacrocei comparso la prima volta nell’opera dell’alchimista Basilio Valentino, intitolata“Azoth”, pubblicata in lingua latina nel 1613.

Vitriol con l’indicazione dei sette procedimenti alchemici, tratta dal testo Azoth di Basilio Valentino, pubblicata nel 1613.
Una edizione moderna del Trattato. 

A parte le facezie con le quali ho voluto iniziare queste brevi note sull’interessante esperienza speleologica in compagnia di altri appassionati ai “misteri” storico-archeologici della complessa realtà che ci circonda – facezie con le quali la concluderò quando son tornato “a rivedere le stelle – la nostra avventura è iniziata entrando dall’ingresso dell’Emissario del Lago di Nemi, ingresso chiuso, ma non troppo, da un’inquietante cancello di ferro.

“Per me si va ne la città dolente…  per me si va tra la perduta gente” ha iniziato a recitare i danteschi versi proprio il “Capocordata”! Ma poi tutto si è svolto come immaginavamo: più che bene!

Questo magnifico, gigantesco e secolare fico accoglie chi si avventura nell’Emissario di Nemi. – foto Bruno Ferrante.
Preparativi prima dell’inizio dell’escursione – foto Marco Mele.
Roberto Volterri (a sinistra) e Giancarlo Pavat (a destra) subito dopo l’inizio del…  “viaggio al centro della terra” – foto Bruno Ferrante.

Il “Gruppo Nemorensis” del Mistery Team de IlPuntosulMistero  all’ingresso del cunicolo: in alto si vedono i tre fori circolari del cosiddetto “filtro” in pietra, azionabile a seconda delle necessità di dover filtrare o meno le acque provenienti dal lago – foto Bruno Ferrante.

Il professor Roberto Volterri in un punto fortemente concrezionato da Carbonato di Calcio nella sezione centrale dell’Emissario – foto G Pavat.

Viaggio al centro della terra…

Sicuramente citare Jules Verne per questa istruttiva e divertente occasione appare un po’ eccessivo!

Però, percorrere due volte – andata e ritorno! – il lungo cunicolo artificiale realizzato (stando all’Archeologia ufficiale) dalle popolazioni preromane che abitavano la zona. gli Aricini, nel IV secolo a.C. – per controllare il livello delle acque del lago, ma anche per poter irrigare i terreni situati al di là del cono vulcanico – è stato come immergersi veramente nelle viscere della terra e attraversare, nel buio rischiarato solo da lampade per speleologia, un lungo percorso all’interno della montagna generata da esplosioni vulcaniche  del cosiddetto “Complesso vulcanico Albano”.

Più esattamente, nella IV Fase delle esplosioni, definita “Idromagmatica” – tra i 204.000 e i 36.000 anni fa – si formarono  i vulcani di Albano  e di Nemi che successivamente si sono riempiti di acque prevalentemente d’origine pluviale e oggi sono noti come lago di Castelgandolfo e lago di Nemi, il più piccolo, il più recente (150.000 anni fa, mese più, mese meno) e anche il meno profondo (circa 33 metri). Nulla al confronto dei 168 metri di profondità di quello di Castelgandolfo. 

L’Emissario nemorense è lungo oltre un chilometro e mezzo ed è largo circa 80 cm. Ma non sempre!

Chi attraversa il cunicolo stesso se ne accorge più e più volte anche a causa delle presenza di una tubatura metallica con un  diametro di circa venti centimetri posta in opera nel 1928 per portare l’acqua del lago verso Ariccia, tubatura forse mai utilizzata ma mai rimossa. E chi ne fa oggi le spese sono i poveri speleologi –  o aspiranti tali! – che spesso debbono fare acrobazie per proseguire verso l’uscita situata nella zona di Ariccia, dopo essere letteralmente passati sotto l’abitato di Genzano!

Il lago di Nemi, matita e acquarello, opera di John Robert Cozens, 1777 circa.

In nessuna fonte storica, per quanto antica, è citata la realizzazione dell’emissario del lago di Nemi.

Forse perché opera non realizzata dai Romani? I quali, però, citarono la loro impresa riguardante il Lago di Alban (o di Castelgandolfo ), il cui emissario fu realizzato nel 398 a.C., più o meno al tempo delle guerre contro i Veienti.

Come ha spiegsto Giancarlo Pavat nel suo articolo, sulle rive del Lago di Nemi era stato edificato un tempio dedicato al culto della dea Diana, forse derivato dal culto della Dea Madre e poi trasformatosi nel culto dedicato proprio a Diana Nemorensis.

Per preservarlo da possibili inondazioni causate dall’innalzarsi del livello delle acque, due distinti gruppi di scavatori hanno iniziato i lavori con una squadra che partiva da Vallericcia – dove c’è quella che consideriamo l’uscita del cunicolo – e l’altra squadra che era partita da un punto non troppo lontano dalla rive del lago, ma alcuni metri distante dalla massa d’acqua vera e propria.

Saltando a piè pari la tecnica della cultellatio con cui gli operai avrebbero potuto conoscere – nelle viscere della terra! – la precisa direzione da mantenere, dedicherei due parole al metodo che avrebbero utilizzato per incontrarsi una volta che i due cunicoli fossero stati realizzati.

E qui dobbiamo spostarci nel Mare Egeo, nell’isola di Samo, dove operò un geniale architetto dell’antichità, giunto a noi con il nome di Eupalino.

Eupalino di Megara, altro che GPS!

Eupalino fu un ingegnere e architetto, figlio di tale Naustrofo, nato a Megara agli inizi del VI secolo a.C e passato tra i più dopo il 550 a.C.

Il tiranno della città di Samo, Policrate, lo ingaggiò per la realizzazione di un acquedotto di cui doveva far parte un tunnel lungo 1036 metri scavato nella roccia

“… E a proposito dei Sami ho parlato più a lungo, perché hanno tre opere che sono superiori a quelle di tutte le altre fatte da Greci: prima un passaggio che inizia dal basso e aperto alle due estremità, scavato in una montagna per non meno di un centinaio e cinquanta orgyie in altezza; la lunghezza del passaggio è di sette stadi e l’altezza e la larghezza sono entrambe di otto piedi, e attraverso l’intera galleria è stato scavato un altro passaggio di venti cubiti in profondità e tre piedi in larghezza, attraverso il quale passa l’acqua e arriva con tubazioni nella città, presa da un’abbondante fonte: il progettista di quest’opera era di Megara, Eupalino, figlio di Naustrofo…”

… scrive infatti Erodoto, il più noto storico dell’antichità, nelle sue Storie, 3, 60.

Ciò che egli realizzò viene ancor oggi portato ad esempio come uno dei capolavori dell’ingegneria antica in campo idraulico.

Per evitare  che i due gruppi di scavatori facessero perdere il punto di incontro delle due squadre sia in senso verticale che orizzontale e calcolando che la sezione della perforazione era di circa un metro e ottanta centimetri – ed egli non poteva rovinarsi la reputazione sbagliando di circa due metri! –, ordinò ai capisquadra – quando fossero stati in condizione di percepire attraverso la roccia il rumore degli altri scavatori – di effettuare una deviazione verso destra: per una delle due squadre tale deviazione sarebbe però apparsa come “verso sinistra” e avrebbe consentito di valutare con una certa esattezza se ci si stava allontanando dall’asse dei due scavi (il diminuire dell’intensità dei suoni)  oppure se si era “in asse”.

Ebbene, con tale metodo – applicato anche in senso verticale, variando in modo opportuno l’altezza del soffitto di una e dell’alta galleria – alla fine dei lavori lo scarto in orizzontale è apparso di soli 16 centimetri e in verticale è di appena 4 centimetri. Altro che GPS!

Purtroppo mentre a Samo lo scarto tra i due cunicoli è veramente minimo, a Nemi, pur utilizzando (forse) lo stesso metodo, lo scarto in verticale è di circa due metri e mezzo e un po’ meno in orizzontale.
Uno scorcio del cunicolo fatto realizzare da Eupalino a Samo, Utilizzato per secoli come acquedotto, è ora diventato un’importante attrazione turistica.

Foto sopra e sotto: Proprio nel punto in cui i due cunicoli si incontrano con un certo dislivello – il punto peggiore dell’intero tragitto – il Gruppo Nemorensis è stato costretto a fermarsi a causa di un altro numerosissimo gruppo che proveniva dal punto di uscita. A destra, un’altra sosta più o meno forzata…

A Nemi, come hanno effettuato lo scavo?

Molti punti relativi alla tecnica di scavo dell’Emissario di Nemi sono ancora un po’ oscuri.

C’è chi sostiene l’uso della cosiddetta “Dolabella”, un piccolo piccone, mentre da alcune parti di avanza ‘ipotesi dell’uso si un non meglio identificato macchinario realizzato con un asse su cui sarebbero state fissate delle lame rotanti che avrebbero eroso la roccia avanzando di circa 3 centimetri ogni dieci giri della macchina.

Poiché il fronte lavoro era in grado di tenere occupata una sola persona, con un simile macchinario – ammesso che sia esistito – per percorrere tutti i 1653 metri sarebbe stato necessario un tempo inimmaginabile. Sempre ammettendo l’esistenza di tale paleotecnica, forse essa sarebbe stata usata in alcuni punti dove ancor oggi sono ben visibili le cosiddette “unghiate”, tracce circolari parallele, molto ben marcate. Una volta che i due gruppi di scavatori si fossero incontrati, l’ultima parte del lavoro consisteva di scavare il diaframma di roccia che li separava dalle acque del Lago. Evitando di farsi travolgere dalle stesse……… 

Bruno Ferrante illumina meglio le cosiddette “unghiate”, le strane tracce circolari, parallele, distanti circa 3 – 4 cm una dall’altra, visibili in alcuni punti del cunicolo.
Un particolare delle “unghiate”.
Consultare la carte anche nel cunicolo è sempre utile! Giancarlo Pavat, a destra, mostra a Roberto Volterri qualche particolare da tener presente…

E quindi uscimmo a riveder le stelle…

Immagini sopra e sotto: E quindi uscimmo a riveder le stelle… – foto Giancarlo Pavat

Alla fine del cunicolo, bisogna percorrere gli ultimi metri con la tecnica del “Passo del giaguaro”, ovvero  strisciando quasi del tutto per raggiungere l’uscita. Però è questa la parte più facile del percorso!

Subito chi scrive ha subito abbandonato l’ormai stantio Mantra del VITRIOL e la mente è corsa alla dantesca “natural burella” che unisce l’Inferno con la spiaggia dell’Antipurgatorio dove Dante e Virgilio finalmente contemplano il cielo stellato dell’altro emisfero…

E noi… il più familiare cielo di Ariccia!

(Roberto Volterri)

Il “Gruppo Nemorensis” nel Cratere dei Ariccia all’uscita dall’Emissario – foto G. Pavat
  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono state fornite dal professor Roberto Volterri. 

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Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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