Mer. Ago 5th, 2020

DA QUALCHE VON BRAUN CON GLI “OCCHI A MANDORLA” ALLO SBARCO SULLA LUNA, E OLTRE…

di Roberto Volterri


Il terribile ‘fuoco greco’, una sorta di lanciafiamme ante litteram.

Verso la fine degli anni Cinquanta e la seconda metà del decennio successivo, dopo i successi di matrice russa, il celeberrimo Sputnik, e soprattutto dopo l’indimenticabile sbarco sulla Luna, nell’immaginario collettivo iniziò a farsi strada il desiderio di partecipare personalmente a qualche impresa spaziale.

Forse a tutto ciò contribuirono anche alcuni indimenticabili film come 2001: Odissea nello spazio in cui si evidenziava la possibilità dei viaggi spaziali interplanetari Passano gli anni, si affinano le tecniche  di lancio, nei primi anni Duemila, un accordo tra la Space Adventures e la compagnia sovietica Energiya Rocket and Space Complex consentono ad Anousheh Ansari, iraniana, di essere la prima turista spaziale mentre, un anno dopo, è la volta dell’ungherese Charles Simonyi ad entrare nell’esclusivissimo circolo degli Spaceflight Participant, ricchi e un po’ invidiati appassionati di una fantascienza che iniziava davvero a diventare scienza quasi alla portata di tutti!

Anousheh Ansari

Nelle due foto i due ricchissimi e fortunati primi “cittadini dello spazio”. Almeno per alcuni giorni…

Charles Simonyi

Ma facciamo “Il Punto sul Mistero”: cosa c’entrano i Cinesi con tutto ciò?

Forse un po’ a malincuore, ma dobbiamo ammetterlo: questa volta sono stati sul serio i primi!

Non possiamo contestare loro un primato: il primo ‘razzo’ della storia è nato in Cina e serve – ovviamente temporibus illis! –  per utilizzare la polvere da sparo a distanze relativamente grandi.

Dato per scontato che la polvere da sparo l’abbiano inventata per primi anche loro e non il povero Konstantin Anklitzen (1318- 1384), monaco di Friburgo, ‘in arte’ Bertold Schwarz, ovvero Bertoldo il Nero…

Konstantin Anklitzen, accreditato come il vero inventore della polvere da sparo, durante un suo pirotecnico esperimento.
Un guerriero musulmano mentre lancia un razzo incendiario sulle truppe dei Crociati.

L’antica cronaca cinese Huolongjin, pubblicata durante la dinastia Ming e scritta da Jao Yu e Liu Ji, parla infatti di diversi tipi di razzi e addirittura di una versione ‘multistadio’ denominata “ Huo long chu shui”, che si potrebbe tradurre con “il drago di fuoco che si alza dall’acqua”. Viene infatti lanciato partendo dalla superficie di specchi d’acqua (non ne conosco la precisa ragione…) parallelamente al terreno.

Appena il primo stadio ha terminato il combustibile, esso dà innesco al secondo stadio che così prosegue la corsa della micidiale arma. Non siamo ancora arrivati al ‘Saturn V’, ma ci si sta avvicinando!

Le ‘antiche cronache’ dell’antica Cina parlano inoltre di strane ‘frecce di fuoco’ riferendosi verosimilmente a razzi dalla punta ‘a freccia’. Quel che appare certo è che nella Cina del X secolo d.C. un cuoco, mentre è intento a mettere a punto la ricetta di qualche strano manicaretto, miscela vari ingredienti e provoca una piccola pioggia di scintille. Cosa sta mescolando questo involontario artificiere? Probabilmente zolfo, salnitro e carbone.

Strano chef sul serio, ma non dobbiamo dimenticare che il salnitro è, dal punto di vista chimico, il nitrato di Potassio e viene usato, nella cucina cinese dell’epoca, per dare sapore a cibi insipidi, lo Zolfo viene usato per dar maggior vigore al fuoco della cucina e il carbone è proprio il combustibile usato nei forni.

Sarà stata la solita ‘Serendipity’ – un colpo di fortuna che consente di  arrivare a grandi scoperte per puro caso o di trovare una cosa non cercata mentre se ne stava cercando un’altra – che spesso accompagna il cammino dell’uomo, sarà stato il  caso, sarà stata l’accesa – è il caso di dirlo! – fantasia del cuoco, ma da allora i Cinesi scoprono che questi tre ingredienti possono essere usati con profitto anche al di fuori dei loro strani posti di ristoro poiché se vengono introdotti in una canna di bambù, vuota e ben chiusa ad una estremità, e si accendono tramite una miccia, la canna stessa parte letteralmente… a razzo verso l’alto con spettacolari effetti.

Insomma, la ‘freccia di fuoco’ scaccia gli spiriti maligni, rende più vivaci le cerimonie – soprattutto il Capodanno… – e impressiona moltissimo tutto il popolo con gli occhi a mandorla!

Narra qualche altra, forse apocrifa, antica cronaca che ad una sorta di Leonardo da Vinci dell’epoca, tale Wan-Hu, viene in mente di applicare un buon numero di ‘frecce di fuoco’ a due aquiloni appaiati, al centro dei quali egli ha sistemato il seggiolino del pilota. L’antica cronaca non scende in particolari, ma pare proprio che finito il count -down e accese le decine di ‘frecce di fuoco’ gli aquiloni, il seggiolino e il povero Wan-Hu siano scomparsi in una multicolore, bellissima pioggia di scintille…

Passa un po’ di tempo e, in Occidente, qualcuno si appropria dell’interessante know-how…

Nasce il terribile, inestinguibile ‘fuoco greco’!

In Occidente questo know-how arriva intorno al XII secolo e diviene appannaggio di truppe munite di una sorta di rudimentale ‘bazooka’ che semina il panico tra i nemici non dotati di tale innovativa arma, poi denominata ‘fuoco greco’.

La formula del ‘fuoco greco’ è, a quel tempo, segreto militare. Al massimo il vero know-how lo conosce l’Imperatore e quei pochissimi addetti alla preparazione dell’esplosiva arma. Sembra lo abbia inventato un greco di nome Callinico, cittadino di Elipolis (l’attuale Baalbek libanese). La composizione, per quel che oggi ne sappiamo, contempla l’uso di pece, salnitro, zolfo, forse carbone, nafta e calce viva.

La pericolosa mistura viene posta in un otre di pelle da cui fuoriesce un tubo metallico che serve a spruzzarla sulle imbarcazioni nemiche, oppure viene lanciata letteralmente tramite una sorta di rudimentali mortai.

Suggestiva ma poco attendibile ipotesi di come veniva lanciato il ‘fuoco greco’ al di là delle mura nemiche.

Cosa avrebbe di speciale questa rivoluzionaria arma che precede di secoli e secoli i missili ‘terra-aria’, le micidiali V2 e tutte le infernali macchine da guerra messe a punto durante la Seconda Guerra Mondiale da Wernher von Braun & Co.?

A causa della reazione della calce viva con l’acqua il ‘fuoco greco’ molto probabilmente non si spegne a contatto con quest’ultima nel caso di battaglie navali o anche nel caso in cui ‘pompieri’ dell’epoca corrano ai ripari spruzzando acqua sulle fiamme.

Un’invenzione – purtroppo destinata a seminare morte… – degna però di un meritatissimo “Eureka!”.

Prendendo mille e una precauzione – per una sperimentazione che riterrei riservata solo a chi sa maneggiare miscele esplosive e dintorni! – questa potrebbe essere la composizione del ‘fuoco greco’ realizzabile ai nostri giorni, tratta dal Liber ignium ad comburendos hostes di Marcus Graecus, manoscritto ben noto a chi in epoca medievale si occupa di alchimia. Viene pubblicato, in epoca moderna, nel 1840 da tale La Porte de Theil, il quale lo rinviene nella Biblioteca Nazionale di Parigi.

Una delle ricette riportate nel manoscritto è la seguente…

“… Recipe sandaracae purae libram I, armoniaci liquidi ana. Haec simul pista et in vase fictili vitreato et luto sapientiae diligenter obturato deinde donec liquescat, ignis supponatur. Liquoris vero istius haec sunt signa, ut ligno intromisso per foramen ad modum butyri videatur. Postea vero IV libras de alkitran graeco infundas. Haec autem sub tecto fieri prohibeantur, quum periculum immineret…” e via di questo passo

… che, nell’ottima traduzione dell’esperto di armi e tecnologie antiche Edoardo Mori, così suona…

“… Prendere una libbra di sandracca pura e altrettanto liquido ammoniacale ( forse una soluzione dl cloruro di ammonio. N.d.A.)  . Fatene una pasta che scalderete in un vaso di terra cotta vetrificato e chiuso ermeticamente con luto di saggezza ( sabbia, calce e bianco d’uovo. N.d.A.). tenendolo sul fuoco fino a che si scioglie. La consistenza giusta si ha quando introducendo una bacchetta di legno attraverso un buco, il liquido appare come il burro. Dopo di ciò aggiungere 4 libbre di pece liquida. Si eviti di fare ciò entro una casa perché è cosa pericolosa. Se si vuole fare ciò in mare, si prenda un otre di pelle di capra e si riempia con due libbre di questo olio. Se il nemico è vicino, mettine meno, se è lontano di più. Poi si  lega l’otre  ad uno spiedo di ferro infilato in una robusta tavola di legno. Il legno va unto in fondo con grasso che poi viene acceso e che viene posto sotto l’otre. Allora l’olio che gocciola sul ferro e sul legno infiammati si accende e brucia tutto ciò che incontra...”.

Non bisogna provarci ma… crederci!

’Missilistica’ nostrana in epoca medievale…

Nel nostro Bel Paese, all’epoca non unito e funestato da innumerevoli guerre e guerricciole, nel 1397 questa sorta di razzi vengono usati dalle truppe padovane in lotta contro quelle della città di Mestre. Ma poco dopo anche le truppe veneziane ne sono dotate – i soliti Servizi Segreti ‘deviati’… – e con essi minacciano le mura di Chioggia. Poi il know-how si diffonde a macchia d’olio e anche i bolognesi ne fanno largo uso alla fine del XIV secolo. Corre voce che tali missili ante litteram fossero denominati ‘rochetta’ e da tale denominazione il passo verso il termine inglese rocket è stato brevissimo…

Ovviamente questi trisavoli dei razzi sono particolarmente imprecisi nonostante alcuni miglioramenti tecnici introdotti nel 1630 da tale Lorrain Hanzelet il quale ha la bella idea di armare questa curiosa invenzione con delle granate. Non sappiamo se sopravvisse al nuovo know-how

Uno dei primissimi manuali di una missilistica molto ante litteram

Qualche decennio prima, anche un italiano, Luigi Collado ha suggerito di applicare dei petardi a questa specie di missili in erba.

La storia non ci dice come finì l’esperimento e del Collado si sono perse per sempre le terrene tracce…

Visti gli insuccessi, visto che non si riesce a regolare la gittata e tanto meno a centrare i bersagli, questi aspiranti razzi sono ben presto riposti nel magazzino delle cose inutili. In attesa di tempi migliori.

Tempi migliori che i soliti Cinesi e gli altrettanto lungimiranti abitanti dell’India già vivono poiché li stanno perfezionando.

Nella battaglia di Seringapatam, del 1799, anche le truppe inglesi usano con successo degli antenati dei moderni razzi e ottengono risultati così soddisfacenti che tale William Congreve, capitano della Compagnia delle Indie, presente alla battaglia, appena torna in patria inizia degli esperimenti per apportare migliorie tecniche e coinvolge le autorità per avere finanziamenti.

William Congreve (1772 – 1828) , fautore dello studio di una missilistica in nuce.

È tanto convincente che nel 1804 – quasi novello Wernher von Braun a Peenemunde! – ha la soddisfazione di assistere ai primi pratici esperimenti con i suoi razzi nell’arsenale di Woolwich. Inglesi a parte, anche nel resto d’Europa qualcuno si è messo in testa di perfezionare i razzi come mezzo d’offesa e non di certo per l’esplorazione dello spazio. A questo bastavano le fandonie dell’immaginifico ‘Barone di Münchausen’!

Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen (1720 – 1797) in una illustrazione del libro che racconta le sue inverosimili avventure, quali un viaggio sulla Luna e un viaggio a cavallo di una palla di cannone

Congreve è una ‘testa dura’ poiché porta avanti i suoi esperimenti e anche la ricerca di finanziamenti, fino ad impiegare l’innovativa arma anche nella battaglia di Boulogne ottenendo però un bel flop! Ma la sua testardaggine lo premia un anno più tardi quando con i suoi razzi le truppe della Perfida Albione riescono ad impadronirsi della stessa città in pochissime ore…

Un paio di anni dopo l’Ammiragliato britannico assedia Copenaghen e lancia contro la città ben 25.000 razzi da apposite navi poste al largo. Nel 1813 ancora una volta le truppe inglesi attrezzate con gli antenati dei missili hanno la meglio sull’armata napoleonica nella battaglia di Lipsia.

Anche nel Nuovo Mondo, in America, i razzi fanno la loro comparsa in occasione di eventi bellici. Durante la battaglia di Baltimora la flotta inglese ‘punisce’ i ribelli con una pioggia di razzi che mettono a ferro e fuoco l’intera città. Seguono anni di oblio anche per la nuova arma…

Così un disegnatore di fine Ottocento vedeva la struttura di un missile, forse a più stadi. Tutto sommato non era andato molto lontano…
La preistoria dell’astronautica e qualche geniale “Eureka!”… spaziale

Qualche anno dopo la fine del primo conflitto mondiale – per l’esattezza è il  16 marzo 1926 – ad Auburn, uno sperduto villaggio di contadini del Massachussets, un giovanotto dall’aria meditabonda si aggira attorno ad uno strano oggetto.

 Un trabiccolo sembra sorreggere una specie di tubo che termina a punta, proprio come i razzi che ormai anche gli inglesi hanno riposto in cantina. La scena è strana, perché all’improvviso il giovin signore si precipita dietro una specie di muretto e preme un pulsante. Chi assiste da dietro qualche finestra o appollaiato su un albero ha così l’onore di vedere decollare uno dei primissimi razzi della storia dei un’astronautica ancora molto in erba. Ben si sa che nei piccoli villaggi le notizie circolano in un attimo e il giornale che pubblica la notizia la descrive con poche, lapidarie parole “Il primo volo di un razzo a propellente liquido è stato fatto ieri al podere della zia Effie“.

Il tubo – pardon! – il missile, battezzato “Nell“, dopo qualche iniziale e comprensibile tentennamento si innalza – di ‘ben’ quindici metri… – verso lo spazio infinito e la spettacolare impresa dura circa un secondo. È (quasi) l’inizio dell’Era spaziale!

Robert H. Goddard e a destra lo scienziato accanto ad un piccolo missile a propellente liquido.

Il giovanotto risponde al nome di Robert Goddard, fresco di laurea in fisica e con l’idea fissa di esplorare lo spazio fin dall’età adolescenziale quando ha cominciato a terrorizzare i vicini di casa con i suoi ‘diabolici’ esperimenti.

Robert Goddard nasce a Worcester, nel Massachusetts il 5 ottobre 1882 e, infatti, inizia ad interessarsi allo spazio molto prima di iniziare i suoi studi alla Clark University. La sua passione ha inizio a sedici anni, quando legge il classico della fantascienza La guerra dei mondi di H.G. Wells. Nel 1907 pubblica un suo studio sui missili, suggerendo anche l’uso di propellenti nucleari. Ovviamente la comunità scientifica si fa beffe di lui e delle sue balzane idee, ma il giovane scienziato fa decollare sul serio un razzo da lui progettato e costruito, a propellente liquido. E farà ancora molto parlare di se negli anni a venire…

Nel 1914, progetta dei motori per razzi, grazie a finanziamenti della Smithsonian Institution e nel 1919 scrive testi sulla  possibilità di viaggi sulla Luna. Ma per lo storico evento dovrà passare ancora mezzo secolo…

Purtroppo alcuni validissimi personaggi del mondo scientifico – forse anche per la loro ‘asocialità’ o per qualche stranezza comportamentale – hanno da sempre suscitato qualche moto di insofferenza, incredulità, antipatia e derisione nei colleghi.

Ne abbiamo trattato ad abundantiam nel libro “Gli stregoni della scienza” (Eremon Edizioni).

Goddard non fa eccezione a questa aurea regola poiché nel 1929, dopo un suo riuscitissimo lancio, un quotidiano di Worcester commenta l’evento con malcelata ironia “Razzo lunare manca l’obbiettivo di appena 238.799 miglia e mezzo!”.

Ma le giornalistiche castronerie non sono finite, poiché il più autorevole The New York Times – evidentemente scritto da un redattore a corto di nozioni scientifiche sul principio di ‘azione e reazione’ – intitola “Un metodo per raggiungere estreme altitudini” un articolo sugli esperimenti di Goddard sostenendo che “… ognuno sa che un razzo non può viaggiare nel vuoto dello spazio, poiché non c’è nulla da cui trarre spinta.”

E, non contento di avere fatto sfoggio di cotanta ‘asineria’, il ‘dotto’ giornalista aggiunge “Goddard sembra non avere nemmeno le conoscenze di base delle scuole superiori”. Anche allora – per la Scienza – è valida la ciceroniana esclamazione… “O tempora! O mores!”.

Ma c’è sempre tempo per ‘redimersi’ e lo stesso quotidiano, nel 1969 – circa mezzo secolo dopo l’uscita dell’improvvida affermazione e pochi giorni prima dello storico allunaggio dell’Apollo 11 sul nostro satellite – fa inevitabilmente ammenda pubblicando un articolo in cui scrive “Gli ulteriori esperimenti e ricerche hanno confermato i risultati di Isaac Newton nel XVII secolo, dimostrando definitivamente che un razzo può muoversi nel vuoto così come nell’atmosfera. Il Times si rammarica dell’errore“. Meglio tardi che mai!

Goddard si trasferisce in Nuovo Messico a Roswell – proprio la Roswell dei notissimi eventi ufologici! – dove lavora e sperimenta praticamente da solo poiché l’esercito USA non è così lungimirante da capire la portata dei suoi studi.

I militari prendono in considerazione solo il ‘bazooka’ che lo scienziato presenta appena prima  della Grande Guerra.

Robert Goddard, durante la sua intensa e produttiva carriera scientifica, brevetta ben 214 invenzioni in ambito missilistico e nel 1945 ‘vola’ definitivamente nel ‘suo’ spazio infinito. Il Goddard Space Flight Center, costituito nel 1959, è stato chiamato così in suo onore.

     
Un ‘Archimede’ dello spazio, Hermann Oberth.

Lasciamo un attimo da solo Goddard e spostiamoci rapidamente in Germania, dove un accreditato studioso, il professor Hermann Julius Oberth (1894 – 1989), pubblica un avveniristico progetto per effettuare viaggi spaziali e, nel 1927, viene creata l’associazione “Verein fur Raumschiffahrt” che assume ben presto carattere internazionale e viene naturalmente diretta dal professor Oberth.

Il professor Hermann Julius Oberth, uno dei ‘padri dell’astronautica’.

Oberth nasce in Romania, a Sibiu, ma alla fine dell’Ottocento tale bella cittadina si chiama ancora Hermannstadt e fa parte dell’impero Austro-Ungarico.

Il nostro Hermann legge, imparandoli quasi a memoria, i libri di Jules Verne che anche noi tutti abbiamo letto, “Dalla terra alla luna” e “Intorno alla luna” e, appena quattordicenne, costruisce il suo primo razzo monostadio, intuendo che aggiungendo altri stadi il missile può raggiungere altezze ben maggiori. Ma i suoi mezzi economici non vanno di pari passo con le sue avveniristiche idee.

Iscrittosi nel 1912 alla facoltà di medicina, partecipa alla Grande Guerra e ne rimane talmente sconvolto da orientarsi verso la fisica al termine del conflitto.

Nel 1922 presenta una sua tesi di laurea sulla missilistica intitolata Die Rakete zu den Planetenraumen (Sui razzi nello spazio interplanetario) ma, come c’era da aspettarsi, essa viene definita utopistica e rifiutata dalla commissione esaminatrice.

Allora Oberth la pubblica privatamente nella versione di 92 pagine, diventate 429 sette anni più tardi con il titolo Wege zur Raumschiffahrt (Verso i voli spaziali).

Si iscrive alla neonata Verein für Raumschiffahrt di cui viene eletto presidente. Partecipa come consulente scientifico alla realizzazione del primo film sull’astronautica, Frau im Mond (La donna sulla Luna) diretto da Fritz Lang ma durante un esperimento che possa rendere più realistiche alcune scene, perde l’uso di un occhio.

Frau im Mond (La donna sulla Luna) diretto da Fritz Lang

Nel 1929 lancia il suo primo razzo a combustibile liquido, il Kegeldüse, aiutato da alcuni studenti dell’Università di Berlino, tra i quali Wernher von Braun…

Dopo alterne vicende che lo vedono lavorare per un certo tempo con un von Braun già abbastanza affermato nell’ambiente della missilistica, dopo una lunga pausa lavorativa in Italia, a La Spezia, per la marina Militare Italiana, sperimentando missili con combustibile a base di nitrato d’ammonio, torna in Germania e dà alle stampe il libro Menschen im Weltraum (Uomo nello spazio), dove espone i suoi progetti per un telescopio spaziale, per moduli per navigare nello spazio e per tute d’astronauta.

Lavora ancora con von Braun a Huntsville, in Alabama (USA), dove progetta anche veicoli per l’esplorazione della Luna. Nel 1960 lavora come consulente per la Convair e poi va in pensione, a 68 anni, nel 1962.

Il 28 dicembre 1989 ‘decolla’ anch’egli, definitivamente, per lo spazio infinito…

“Eureka!”, ho trovato come andare sulla Luna!

Un altro bell’ingegno che abbiamo incontrato in qualche pagina precedente, laureatosi in fisica presso l’Università di Berlino, per ordine del Führer si rifugia con altri ricercatori e tecnici nella località di Peenemunde sul Mar Baltico. E l’ingegner Wernher von Braun…

Wernher von Braun, all’apice della sua carriera, uno dei ‘padri dell’astronautica’.

Il barone tedesco Wernher von Braun nasce a Wirsitz, oggi in Polonia ma all’epoca facente parte dell’impero prussiano. Trasferitosi con la famiglia in Germina, a Berlino, studente non bravissimo né in fisica né in matematica, dà una svolta decisiva alla sua vita dopo aver letto il libro di Hermann Oberth “Die Rakete zu den Planetenräumen” (Il missile nello spazio interplanetario).

Come spesso accade in questi casi, nel suo cervello si accende la classica ‘lampadina’, i neuroni assumono un assetto diverso, le sinapsi si ‘mettono in riga’ e il quasi indolente Wernher diviene il primo della classe soprattutto per quanto riguarda le materie scientifiche, matematica in primis.

Tutto ciò non è affatto strano: chi scrive ha avuto come compagno di scuola l’amico Luciano Tubaro, difficilmente – come gran parte di noi! – definibile ‘studente modello’ almeno fino ai primissimi anni delle scuole superiori, ma decisamente un vero genio matematico da quel momento in poi. Talmente versato in questi difficilissimi studi da diventare, anni fa, Direttore del Dipartimento di Matematica dell’Università di Trento! Succede…

Quasi come Robert Goddard, von Braun si dedica presto a strani esperimenti fino ad essere preso in custodia dalla polizia per avere fatto esplodere una sorta di vagone in miniatura carico di fuochi d’artificio. Ha solo dodici anni, ma promette bene…

Diplomatosi presso l’istituto di tecnologia di Berlino, si iscrive all’Università, si dedica a sperimentazione in ambito militare su razzi a combustibile solido, consegue un PhD in fisica e diviene Direttore Tecnico di un’industria missilistica a Peenemunde, sul Mar Baltico.

Si dice che lo abbia fatto obtorto collo, ma nel 1937 entra  far parte del Partito Nazista e tre anni più tardi diviene ufficiale delle famigerate SS, facendo una discreta carriera.  Dirige i progetti per la costruzione delle V2 a Mittelbau-Dora – dove almeno 20.000 prigionieri schiavizzati passano a miglior vita per le condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare per costruire i terribili razzi – e, alla fine del conflitto, dice di aver provato vergogna per tutto questo. Ma solo alla fine del conflitto…

Wernher von Braun, al centro in abiti civili, insieme ad ufficiali nazisti.

Nella primavera del 1945 l’Armata Rossa giunge a soli 160 chilometri da Peenemunde, la fine del Terzo Reich è vicinissima e con esso anche la possibile fine di von Braun e dei moltissimi suoi collaboratori.

Al termine di una riunione per decidere sul da farsi nel caso siano arrestati in massa, il nostro ‘padre della missilistica’ con documenti falsi e altri cinquecento esperti ingegneri sale su un treno che li porterà in mano agli americani.

Sembra quasi di sentire sul serio i furbissimi yankees mente gridano il loro “Eureka!” per aver messo le mani su una così grande quantità di ‘cervelli in fuga’, su del preziosissimo materiale e aver splendidamente trovato la strada che di lì a non molti anni li condurrà di filato sulla Luna…

Ma anche i russi non rimangono indietro e qualche esperto tedesco, dodici anni più tardi, darà un inestimabile contributo al lancio dello Sputnik 1.

E il 4 ottobre del 1957 e la corsa allo Spazio ha avuto inizio!

Il famosissimo satellite sovietico Sputnik 1. É il 4 ottobre del 1957 e chi scrive ricorda benissimo quel giorno…

Nel 1958 nasce la NASA, l’Ente spaziale americano, e nel 1960 von Braun ne diventa il primo Direttore Tecnico e rimarrà in tale carica per dieci anni.

Alla NASA von Braun apporta tutte le conoscenze tecniche che in tempo di guerra gli hanno permesso di costruire le temibili V2 che hanno terrorizzato Londra e dintorni, Nasce così il progetto per il razzo Saturn che dovrà portare sulla Luna i primi uomini. von Braun ci riesce il 16 luglio del 1969 con il Saturn V e con la navicella per l’allunaggio denominata Apollo 11.

Nel 1972, per una serie di divergenze su quelli che avrebbero dovuto essere i futuri programmi spaziali, lo scienziato rassegna le dimissioni e diviene vicepresidente della grande industria elettronica Fairchild, nel Maryland.

Dopo varie altre attività dirigenziali in industrie coinvolte indirettamente nella ricerca spaziale, Wernher von Braun viene colpito dal cosiddetto ‘male inguaribile’ e, nonostante intense cure, anche lui raggiunge Goddard e Oberth.

Ha 65 anni e viene sepolto all’Ivy Hillside cemetery di Alexandria (Virginia).

“Eureka!” , oppure “Я нашёл!” ,abbiamo scoperto anche noi la via dello spazio!

“La Terra è la culla dell’umanità, ma chi passa tutta la sua vita in una culla? “ si chiede alla fine dell’Ottocento Konstantin Ėduardovič Tsiolkovsky (1857 – 1935), il più grande scienziato russo che si sia mai interessato all’astronautica.

Konstantin Ėduardovič Tsiolkovsky, padre della scienza missilistica russa.

Tsiolkovsky nasce a Iževskoe, in Russia, da una famiglia della media borghesia. Teorizza molti aspetti del volo spaziale e della propulsione missilistica e viene considerato il padre del volo spaziale umano.

Il suo lavoro più famoso “L’esplorazione dello Spazio cosmico per mezzo di motori a reazione“, che pubblica nel 1903,  può a ragione essere considerato il primo vero e proprio trattato sulla missilistica dedicata allo spazio.

Il solito Nemo propheta in patria vale anche per lui e così le sue idee, in Russia, vengono prese in considerazione solo molto tardi, ma tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo sono gli americani a studiare a fondo i suoi progetti che hanno consentito nel 1957 il lancio del primo satellite artificiale della storia umana, il celebre Sputnik.

Nel 1924 viene nominato Primo professore presso l’Accademia Militare dell’Aria e a lui viene intitolata un’equazione fondamentale per lo studio della propulsione spaziale.

Tsiolkovsky… ‘raggiunge’ gli altri studiosi dello spazio nel 1935 e la Russia gli dedica un intero museo, a Kaluga, dove sono raccolte tutte le testimonianze tecniche e scientifica della ‘folle corsa’ verso i corpi celesti intorno a questo piccolo pianeta…

(Roberto Volterri)

  • Le immagini sono state fornite dal professor Roberto Volterri.
Yuri Gagarin, il primo astronauta russo che suscitò comprensibilissimi moti di ‘rabbia’ negli scienziati spaziali USA!
“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità!”

Gli scienziati eretici, le loro opere, i loro errori, il loro contributo e molti loro esperimenti

Nikola Tesla, Giuseppe Calligaris, Ferdinando Cazzamalli, Raffaele Bendandi, Marco Todeschini, Guido Cremonese, Pierluigi IghinaFranco Marconi e vari altri ‘eccentrici’ ricercatori. Cosa hanno in comune questi personaggi? Essi, senza dubbio alcuno, potrebbero essere considerati degli ‘stregoni’ della Scienza, forse degli eretici ‘geni incompresi’, in bilico tra la tecnologia e la scienza di stretta osservanza e quegli affascinanti territori di confine dove una creativa ‘follia’ si sposa – spesso con incredibili risultati! – con ciò che già sappiamo dell’Universo che ci circonda.

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Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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