22 Ottobre 2020

IL POPOLO DEL SAMBUCO

di Nicoletta Travaglini


Le popolazioni che vivevano nel centro Italia prima della dominazione romana, cioè nella Sabina, Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata, erano stanziati i Sabini, Peligni, Marruccini, Marsi Aequi, Vestini, Pretuzi, Frentani, Pentrini, Carracini, Sabelli, Sanniti e Umbri che venivano genericamente definiti, dall’etimo osco, “Safin” . I Frentani, invece, vivevano nella fascia costiera del Molise e la parte centrale litorale dell’attuale territorio chietino. Una popolazione simile ad essi occupava la destra del fiume Sangro ed era chiamata Lucani o Lucanati e risultavano culturalmente affini agli altri popoli del centro peninsulare erano definiti genericamente italici. Essi erano il risultato dell’unione tra pacifici agricoltori autoctoni e pastori guerrieri cercatori di metalli provenienti dalla zona egeo – anatolica, apportatori di tecniche superiori come la transumanza, praticamente sconosciuta presso i popoli neolitici. Alcuni parlavano di questi come di popoli pelasgici altri, invece della progenie di Atlantide o atlantidei. I lucanati avevano come albero sacro il Sambuco. Secondo http://www.verdeinsiemeweb.com/2013/04/sambuco-un-albero-magico-dalle-sette.html  la Dott.ssa Daniela Sauro :Esistono circa venti specie di Sambuco, nelle zone temperate dei vari continenti: qui si tratta del Sambuco nero, che troviamo spesso in prossimità di vecchie case coloniche o baite  montane. La credenza popolare consigliava di piantarlo perché ritenuto di buon augurio per la fertilità.

Sambuco in fioritura- fonte Wikipedia

Il termine Sambuco deriverebbe dal greco “sambyké”, nome di una specie di strumento a corde, di forma triangolare, costruito con i rami cavi dell’arbusto. È alto fino a nove metri; molti suoi fusti, che spuntano dal terreno, crescono eretti poi si inarcano curvandosi verso terra, conferendo all’arbusto l’aspetto caratteristico “a doccia”, che lo rende facilmente distinguibile anche durante il periodo invernale. I rami, inoltre, sono cosparsi di lenticelle e provvisti al centro di un midollo spugnoso. Il midollo dei rami più vecchi può degenerare, creando un canale interno: questi rami sono ricercati dai bambini per realizzare cerbottane e fischietti. Le foglie, composte da 5-7 foglioline di forma ellittica e dentellate lungo il margine emanano un odore sgradevole se strofinate. I fiori rilasciano un profumo dolciastro e compaiono in aprile-maggio; la corolla è formata da cinque petali bianco-giallastri, saldati inferiormente a formare una sorta di tubo. I frutti sono drupe nero-violacee lucenti. È un arbusto frequente lungo le siepi, nei fossi, nei giardini di campagna. Cresce in tutt’Italia, fino alla zona montana. Era già conosciuto dai popoli preistorici, i quali probabilmente preparavano, con le sue drupe, robuste bevande fermentate o tinture per tessuti, come testimoniano i grandi ammassi di semi trovati durante scavi archeologici, a testimonianza di insediamenti Neolitici in Italia e Svizzera. Al Sambuco venivano attribuite anche proprietà magiche, capaci di proteggere dagli spiriti maligni. Infatti, un arbusto di Sambuco non doveva mai essere tagliato con cattiveria o la sua legna bruciata, per evitare che si sprigionassero le forze maligne assorbite dalla pianta. Era considerato propiziatorio per gli sposi e le donne incinte. Si tratta di una pianta dal duplice simbolismo: nella tradizione cristiana veniva usato nei riti funerari, come viatico per il viaggio verso l’aldilà; nella tradizione pagana, invece, la si riteneva protettrice della casa e del bestiame. Questo suo duplice significato si ritrova anche nelle tradizioni antiche: in Germania era denominata “l’albero di Holda”. Holda era una fata del folklore germanico medievale, dai lunghi capelli d’oro, che abitava nei sambuchi situati vicino a laghi e corsi d’acqua. Talvolta Holda poteva apparire come una vecchia strega e in Inghilterra si sosteneva addirittura che il Sambuco non fosse un arbusto qualsiasi, ma addirittura una fattucchiera con le sembianze di una pianta. Tuttavia, nei suoi riguardi prevalevano le credenze positive, che ne esaltavano le proprietà magiche e benefiche, tanto che fino all’inizio del secolo ventesimo, i contadini tedeschi, quando  incontravano un Sambuco lungo il loro cammino, i levavano il cappello, come segno di grande rispetto. Era sempre presente vicino a monasteri e abitazioni, perché si diceva proteggesse da malìe. Le sue doti erano talmente conosciute che il famoso flauto magico delle leggende germaniche non era altro che un ramoscello di Sambuco, svuotato del suo midollo. Per esprimere i suoi poteri eccezionali doveva però essere tagliato in un luogo dove non fosse possibile udire il canto del gallo. Si riteneva che questa pianta proteggesse anche dal morso dei serpenti e che il suono di un flauto, ricavato da un ramo di Sambuco, potesse vanificare sortilegi, come nel “Flauto Magico” di Mozart. Sul tronco degli esemplari adulti cresce un fungo, chiamato “orecchio di Giuda”, (Auricula Judae), molto apprezzato nei paesi orientali. Questo nome sembra derivi da una credenza inglese: sarebbe stato un Sambuco l’albero a cui si impiccò Giuda, anche se risulta difficile immaginarselo, vista la flessibilità dei suoi rami.  Nel calendario celtico, il Sambuco, rappresentava il tredicesimo mese lunare: il tredici, secondo la loro mitologia arborea, significava passaggio, rigenerazione, rinnovamento. Al contrario, in altre culture, si credeva che annusare i suoi fiori avrebbe causato malesseri o, addirittura, morte. In Austria il Sambuco viene definito ancora oggi “la farmacia degli dei”, perché la tradizione lo riteneva benefico in tutte le sue parti e portatore di sette doni officinali: fiori, frutti, radici, midollo, legno, germogli, corteccia. Per questo motivo, prima di raccogliere qualcosa da questo albero, occorreva inchinarsi davanti a lui per sette volte. Gli attribuivano anche proprietà ginecologiche. Dioscoride distinse per primo il “Sambucus Nigra”, di cui si parla qui, da quello “Ebulus”, pur riconoscendo ad entrambi le stesse virtù medicamentose: fluidificare il catarro e ridurre l’idropisia. Per neutralizzare il morso di una vipera era sufficiente cuocere la radice nel vino. Infiammazioni, ulcere e scottature erano curate con le foglie più tenere. Una credenza magica consigliava di staccare la corteccia dall’alto verso il basso, se si usava per ottenere un effetto lassativo, mentre in senso contrario se si voleva procurare il vomito. Per circa quattordici secoli, le teorie di Dioscoride influenzarono il campo farmaceutico e medico. Anche Alberto Magno, maestro di Tommaso d’Aquino, onorato da Bacone, condivideva le sue teorie. I Cimbri lo piantavano attorno ai loro baiti, perché rendeva fertile la terra degli orti e l’odore delle sue foglie teneva lontani i parassiti dagli altri vegetali.

Frutto del sambuco – fonte Wikipedia

Conservavano spesso un rametto di Sambuco in tasca, per allontanare i demoni. I Druidi, maghi erboristi celti, ricavavano dal Sambuco le proprie bacchette magiche. Tutti gli antichi medici hanno riconosciuto al Sambuco la ricchezza di proprietà benefiche soprattutto nei riguardi delle funzioni intestinali e renali. Per secoli – accanto alla camomilla – è stato uno dei principali rimedi della medicina popolare. I suoi principi attivi sono contenuti nei fiori, nelle bacche, nelle foglie e nella seconda corteccia. E’ riconosciuto che le bacche di Sambuco ed il loro succo, ricchi di vitamine A, B1 ,B2 , B6, e C, contengono anche un elevato tenore di selenio, lipidi, carboidrati, proteine, oligo elementi, sodio, potassio, fosforo e ferro. I fiori e lo sciroppo da essi ottenuto sono pregni di oli essenziali, vari zuccheri, potassio, calcio, enzimi, acidi della frutta, tannini, vitamina C, nonché tutto un complesso di flavonoidi.  Le infusioni di fiori hanno un effetto sudorifero e combattono i sintomi influenzali. In caso di tosse, favoriscono la fluidificazione del muco. Per questo uso, sono necessari circa venti grammi di fiori secchi, lasciati in infusione in acqua bollente per quindici minuti. Lo stesso infuso può essere utilizzato anche per curare la congiuntivite. Le foglie, insieme con i fiori freschi, sono utilizzate in poltiglia contro emorroidi e ascessi. I frutti, invece, sono utili in caso di reumatismi, mal di testa, dolori di origine nervosa e ipertensione. L’azione leggermente lassativa giustifica il loro uso in decotto, nel corso di cure dimagranti o per favorire la diuresi, data la presenza di potassio. Il decotto delle foglie viene bevuto per abbassare la glicemia, mentre quello dei giovani rami, preso a digiuno, serve contro il colesterolo. La seconda corteccia raschiata, aiuta la cicatrizzazione: viene posta direttamente sulle ferite oppure, unita alla mollica di pane, appoggiata su parti infiammate e coperta con un telo. Per tenere lontane le mosche, basta appendere sulle porte o sulle finestre dei rametti di Sambuco. In Danimarca era considerato protettore delle case, in Svezia favorevole alle donne incinte, in Russia ostile agli spiriti cattivi ed in Sicilia ai serpenti. Secondo Plinio, la flessibilità dei suoi rami lo rendeva adatto alla fabbricazione di scudi, perché offriva una buona resistenza al passaggio delle lame di ferro, rinsaldandosi subito dopo essere stato squarciato. Oltre alle numerose applicazioni terapeutiche, il Sambuco è utile in cucina: le ombrelle floreali, raccolte quando le corolle non sono ancora completamente schiuse, vengono immerse in pastella, salata o dolce, fritte e servite calde. I fiori e le bacche si utilizzano anche per minestre, tisane, sciroppi, confetture e vino o per conservare mele e pere, a strati alterni di frutta e fiori secchi. Lo sciroppo di Sambuco può essere aggiunto a cucchiaiate alle salse per insalata, alle macedonie di frutta, allo zabaione, a gelati, sorbetti, budini, apportando una nota fruttata. Dal Sambuco, inoltre, è possibile ricavare varie tinture: nera dalla corteccia, verde dalle foglie, blu o lilla dai fiori e rosso scuro dalle bacche, che venivano usate spesso per colorare il vino. Il legno che si ricava dal tronco, tenero e bianco – giallastro, può essere usato per costruire piccoli oggetti: giocattoli, pettini e cucchiai di legno.

  Il Sambuco, infine, compare anche nel cinema: (le dolci vecchiette assassine di “Arsenico e vecchi merletti” avvelenano le loro vittime con un casalingo vino di Sambuco); e nella letteratura: Giovanni Verga, nella novella “La cavalleria rusticana”, lo nomina raccontando: “….Così, verso il tramonto quando il pastore si metteva a suonare collo zufolo di Sambuco, la cavalla mora si accostava masticando il trifoglio…” . Si trova cantato anche in un sirventese del secolo XII°, composto dal trovatore Marcabru “Verso la fine della cruda stagione/ quando nel ramo sale la linfa/ per cui rivive ginestra ed erica/ e fioriscono i peschi/ e la rana canta nello stagno/ e germogliano il salice e il Sambuco, / contro la stagione che è secca/ mi propongo di fare un verso.>> Sempre su questo argomento si dice che il 25 novembre è il giorno del Sambuco. Si legge nell’articolo de “Il Calendario festività Pagane” che: << Il 25 Novembre si festeggia il Giorno del Sambuco, pianta molto importante in ambito magico e per gli antichi celti.
Il sambuco è un bellissimo arbusto, dai fiori piccoli e bianchi che si uniscono come a formare delle micelle profumate. Questa pianta, che può raggiungere anche i 10 metri di altezza. Era conosciuta nell’antichità come “il flauto magico”; si nascondono infatti fra i suoi rami tantissime leggende, una di queste lo considera il legno da cui fu’ creato il flauto magico della favola. In altre storie invece, il sambuco è considerato un albero magico, molto amato dalle streghe (bravissime erboriste del medioevo), che infatti proclamano il 25 Novembre come la festa del sambuco. Per i Celti era un albero sacro, importante perché dedicato agli esseri dell’altro mondo; piantato per propiziarne i favori e non suscitare le ire degli spiriti. Simbolo di morte e di sventura, non se ne bruciava e neanche ci si fabbricavano culle, per evitare che fate cattive pizzicassero i ragazzi. I druidi usavano la linfa per entrare in contatto con i Sidhe e anticamente ci si curavano le malattie della pelle. Si diceva infatti che il Sambuco avesse proprietà magiche particolari, come quella di proteggere duranti i lunghi viaggi, ed era usanza, quando se ne incontrava un albero, inchinarsi sette volte, sette come i doni che questo ci faceva: I sette doni del Sambuco. 1) la resina per le lussazioni

2)il decotto di radice per guarire dalla gotta

3)la corteccia per l’intestino

4) le foglie per la pelle

5) i frutti per le bronchiti e i mali da raffreddamento

6) l’infuso dei fiori come depurante

7) il decotto dei germogli per il mal di testa

Il sambuco è una pianta caratterizzata da molte proprietà terapeutiche ed il suo impiego a tal fine risale a tempi molto antichi; della pianta si utilizzano principalmente i fiori, le bacche, le foglie e la corteccia.
L’infuso ottenuto con i fiori di sambuco ha proprietà sudorifere ed il loro impiego è consigliato nel trattamento delle malattie legate all’apparato respiratorio; la tisana fatta con fiori di sambuco si utilizza per curare raffreddore, tosse, asma ed anche i reumatismi. Sempre i fiori, grazie alla presenza di flavoni, producono benefici alle vene e all’apparato circolatorio in generale.

Le bacche di sambuco invece hanno proprietà principalmente lassative e purgative mentre la corteccia è principalmente impiegata a scopo diuretico e nella cura delle nevralgie e delle cisti.

Pare che il decotto ottenuto con fiori e bacche di sambuco insieme abbia proprietà curative e preventive nei confronti dell’arteriosclerosi; per la preparazione fare bollire 100 gr. di fiori e bacche in due litri d’acqua per 20 minuti circa. Una volta raffreddato e filtrato berne per tre volte al giorno un bicchiere per tre settimane. Anche in caso di ascesso ai denti il sambuco può rivelarsi utile con le sue proprietà: è sufficiente pestare in un mortaio una manciata di foglie fresche in unione con un cucchiaio di aceto ed un pizzico di sale e, tramite una garza, applicare il tutto sull’ascesso per un paio di ore. Il sambuco ci può venire in aiuto anche in caso di altre patologie come gotta, tachicardia ed emorroidi, ecco come: per la tachicardia procurarsi 200 grammi di seconda corteccia secca ( quella che si trova sotto la parte grigia esterna del fusto) di sambuco e metterla a macerare per un paio di giorni in un litro di vino rosso ( possibilmente di qualità non scadente ); dopo aver filtrato il tutto lasciate a riposo per altri due giorni e bevetene poi due, tre bicchieri al giorno per regolarizzare il battito cardiaco. Un decotto di sambuco, ottenuto con la seconda corteccia, è invece indicato nella cura della gotta, nella misura di due bicchieri al giorno. Per le emorroidi è invece sufficiente tritare delle foglie fresche ed applicarle nella parte interessata per almeno 15 minuti.

Rituali per questo giorno: Per questo giorno non sono consigliati grandi festeggiamenti: si può semplicemente accendere una candela, e meditare su cosa abbiamo avuto dal mese appena trascorso. Chi ha la fortuna di vivere in posti dove cresce il sambuco (che si trova anche in città, lungo le strade di periferia e nei giardini pubblici) può raccogliere qualche rametto o un grappolo di bacche e porle sull’altare. Miti e usi magici del Sambuco Il sambuco è un albero molto amato dalle fate e dalle luminose entità che abitano il Sidhe, un magico mondo al di là del velo del visibile.
In molti paesi e culture, soprattutto celtiche e nordiche, esso era considerato una delle maggiori rappresentazioni della Grande Madre perché si diceva che il suo divino potere femminile scorresse nelle dure vene legnose della pianta, e la rendesse quasi un essere animato che incuteva non poco timore.
I suoi colori mostravano soprattutto la Dea nel suo triplice volto, in cui i fiorellini delicati, profumati e bianchi rappresentavano la Fanciulla Vergine, il verde dei rametti e delle foglie la Madre rigogliosa e le bacche nero violacee la Strega oscura. Ma nonostante questo, secondo le tradizioni, era l’aspetto più potente e incontrollato della Strega a prevalere nel sambuco, a tal punto che si credeva che l’albero non fosse realmente un albero, ma una strega trasformata in albero, o un qualche simile essere inquietante e pericoloso.
Per questo il sambuco era associato all’oscurità, alla magia, alla divinazione, ma anche al viaggio verso le profondità della terra bruna e, in particolar modo, alla morte.
Il profumo dei fiori si diceva che portasse nell’Altro mondo, e dormire sotto le sue fronte poteva voler dire non svegliarsi mai più: l’anima sarebbe stata rapita dalle creature fatate e non sarebbe più tornata ad abitare il corpo, abbandonato al sonno eterno.
Il sambuco era considerato, quindi, una Porta di Morte, ma anche di rigenerazione e nutrimento, dato che ogni sua parte recava aiuto all’uomo contro malesseri e malattie, e le sue bacche erano fonte di cibo per gli antichi.
Nel calendario arboricolo celtico (del quale però non esiste al cuna prova d’esistenza), il sambuco è l’albero del tredicesimo mese, l’ultimo del ciclo, il cui apice corrispondeva al Solstizio d’Inverno e quindi al buio peggiore, alla sterilità e al freddo, portati dall’orrenda Megera dal volto mortifero.
Lo stesso numero tredici simboleggia la fine di un ciclo, la morte, ma anche l’Iniziazione e la rigenerazione.
Tutti poteri insiti nello spirito del sambuco e connessi alla sua natura oscura.

I nomi con cui veniva chiamato rispecchiano tutti l’amore e il rispetto reverenziale che si provava nei confronti di questo splendido essere vegetale.
“Nostra Signora” o “Madre Sambuco”, tra i celti, e “Albero di Holle” (holun tar) tra i germani.
Quest’ultimo epiteto richiamava la leggenda nordica secondo cui una magnifica fanciulla dai capelli color dell’oro abitasse l’albero di sambuco. Ella amava questo albero soprattutto se cresceva vicino a sorgenti e fiumi, cascatelle e ruscelletti, in cui poteva bagnarsi come una ninfa dei boschi.
La misteriosa fanciulla non era altri che Holle (Holda/Holla), la Regina delle Fate e Dea nordica, la quale poteva apparire in queste vesti affascinanti, ma poteva anche mostrarsi nella guisa di una strega terribile, con lunghe e pericolose zanne e lineamenti alquanto selvatici. Ella, infatti, era sì la splendente e luminosa Madre, ma era anche Signora del regno sotterraneo ed infero, ed era quindi legata al potere ctonico e alla Morte.
Nell’aspetto di una bizzarra donnina con lunghe e pericolose zanne, Holle appare nella dolcissima fiaba Frau Holle (Signora Holle), trascritta dai fratelli Grimm, in cui ella (chiaramente più simile ad una strega che ad una fata) rappresenta la madrina nutrice e la Maestra che aiuta le fanciulle meritevoli nel loro cammino iniziatico verso la conoscenza dei mondi sottili.
Ma non solo la bellissima Regina delle Fate abitava il sambuco…
Miriadi di elfi e coboldi si nascondevano al suo interno, e mentre i primi prediligevano i suoi cespugli, i secondi preferivano di gran lunga accoccolarsi nel tenero midollo dei suoi ramoscelli.
Nella bella festa di Mezz’Estate, tra gli abitanti degli antichi paeselli pagani, si usava andare alla ricerca dello spirito del sambuco, danzando intorno alla pianta con coroncine fatte con i suoi fiori tra i capelli, e si può presumere che le fate stesse si divertissero a danzare insieme alle donne e agli uomini, in una splendida gioia condivisa.
In Svezia si diceva addirittura che, durante questa magica festa, se ci si fosse nascosti sotto ad un sambuco, si sarebbe potuto assistere alla processione fatata del Re degli Elfi e della sua corte.
Inoltre si credeva che il succo verde interno alla corteccia di questa magica pianta, se usato esternamente, avrebbe donato la Vista (o seconda vista), potere ottenibile anche soltanto cingendosi la fronte con le sue foglie e la sua corteccia.
I contadini tedeschi, che nutrivano infinito rispetto per il sambuco, quando avevano bisogno di tagliarne un pezzetto si inginocchiavano davanti al suo fusto con le mani giunte in preghiera e invocavano: “Signora Sambuco, dammi un po’ del tuo legno e io te ne darò un po’ del mio, quando crescerà nella foresta”.
Essi credevano anche che lo Spirito materno dell’albero avrebbe lenito i loro dolori, e quando avevano un fastidioso ascesso, si recavano al sambuco per invocare l’aiuto della Signora e per prelevare una scheggia dalla corteccia dell’albero. Tornati a casa, si incidevano le gengive con questa e la sporcavano di sangue. Poi tornavano al sambuco, camminando all’indietro, e riponevano la scheggia laddove l’avevano presa. In questo modo la Fata li avrebbe guariti.

Proprie del sambuco erano anche alcune proprietà divinatorie. Se in estate i suoi fiori fossero stati di un bel colore giallo, o meglio ancora, ruggine, sarebbe arrivato un bimbo; se avesse mostrato, invece, fiori piccoli e sottili, il raccolto sarebbe stato povero, ma se i fiori erano corposi e forti il raccolto sarebbe stato ottimo.
Con i ramoscelli svuotati dal midollo si costruivano i famosi flauti magici, al cui suono, che probabilmente richiamava l’attenzione degli spiriti silvestri, tutte le malie sarebbero scomparse, insieme alla sfortuna, alle negatività e alla tristezza. La devozione nei confronti del sambuco era dimostrata anche dai molti doni che venivano posti ai suoi piedi.
In Scozia si portavano dolci e latte all’ombra del sambuco e anche in altri paesi nordici si usava portare il latte, ma anche pane e birra. Tra i celti il sambuco veniva piantato vicino a case, stalle e castelli, perché avrebbe protetto la famiglia da malefici e serpenti velenosi. Le fate che lo abitavano avrebbero mostrato benevolenza se fossero state coccolate con amore e cure costanti, ma se fosse capitato il contrario avrebbero portato sfortuna e incidenti. La cura inoltre doveva procedere di generazione in generazione, come una tradizione tramandata di madre in figlia, di padre in figlio, a cui tutti dovevano partecipare attivamente.
Naturalmente era vietato sradicare o tagliare la pianta, e bruciare la stessa avrebbe recato una grave offesa alla Dea, che tra tutti gli alberi desiderava che questo fosse preservato dal fuoco.
Un’altra precauzione nei confronti del sambuco consisteva nell’evitare che i bimbi piccoli dormissero in culle fatte con il suo legno. Avrebbero, infatti, patito i dispetti delle fate, che potevano prenderli a morsetti e pizzicotti fino a far loro uscire il sangue.
Con l’avvento del cristianesimo, poi, il sambuco seguì il destino della Signora che lo abitava e delle donne che lo adoravano. Se prima esse erano guaritrici e conoscitrici di erbe e cure mediche, e il sambuco era rispettato come Madre di vita e di morte, con il sopraggiungere della nuova religione le une e l’altro furono deprivati del loro potere e della loro sacralità, e la conoscenza delle erbarie fu scacciata.  Il sambuco divenne un albero legato solamente alla morte in senso fisico, al dolore e alla malattia, e si iniziò ad usarlo nei riti di sepoltura.
Il becchino poneva, infatti, una corona di foglie e corteccia sul capo del defunto, perché così, si diceva, sarebbe stato aiutato nel suo viaggio verso l’aldilà. In Tirolo si portava invece una croce di sambuco davanti alla bara fino al luogo di sepoltura e poi la si conficcava sulla terra, laddove il corpo era stato interrato. Molte tradizioni e leggende furono (com’è risaputo) rigirate e rivisitate dai primi cristiani che, non riuscendo ad estirparle non potevano far altro che appropriarsene, manipolandole a proprio vantaggio. Così, se prima il succo del sambuco aiutava ad acquisire la Vista dei popoli fatati, ora si diceva che spalmandolo sugli occhi (o usandolo come collirio) si sarebbero potute vedere le streghe, per scovarle ed ucciderle; se prima bruciarne il legno avrebbe offeso la Dea, ora bruciarlo avrebbe portato il Diavolo in casa.
Chiare manipolazioni delle antiche leggende per sostituire i vecchi “idoli” con quelli nuovi, almeno laddove era possibile. Ma dove non era possibile gli adoratori del Cristo cercavano in tutti i modi di vietare e proibire, anche con la forza, il persistere delle antiche memorie.
Così, ancora nel XIII secolo, in Francia, un monaco lamentava il perdurare, nonostante i divieti, dell’usanza secondo cui le donne portavano i loro bambini ai piedi del magico sambuco per recarvi doni e offerte, mentre le fanciulle incinte continuavano a baciarne la corteccia per ottenere un parto facile. E nonostante tutti i tentativi, ciò che si voleva eliminare continuò a vivere, giungendo fino a noi. Interessantissima, infine, è la leggenda russa legata al sambuco, secondo la quale tutte le malattie mortali si credeva fossero personificate dalle Dodici Vergini (ma a volte erano Nove). Queste giungevano dall’oceano come spiriti e salivano la montagna sacra fino a giungere dai Tre Sambuchi Anziani, dai quali ottenevano la conferma che ogni essere vivente che appartenesse alla terra era soggetto alla morte.
Questa storia veniva raccontata dalle donne quando i loro villaggi erano minacciati da epidemie e malattie mortali, e mentre raccontavano tracciavano con l’aratro un profondo solco intorno al loro abitato, perché così, dicevano, sarebbe stato il più possibile protetto dalla sciagura e dagli spiriti del male Si legge nell’articolo “Sambuco, un albero magico dalle sette virtù curative”Il sambuco comune o Sambucus nigra è un arbusto o più spesso un albero di media grandezza, presente in tutto il continente euroasiatico fino a circa 1400 metri di quota. La specie, appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae, predilige luoghi soleggiati ed incolti ma è anche presente in prossimità di corsi d’acqua e zone umide; ha foglie decidue, composte, imparipennate, formate da 5-7 foglioline di forma ovata e margine seghettato che emettono un odore sgradevole, se strofinate. I fiori sono bianchi, stellati, lievemente profumati e riuniti in ombrelle terminali a cui seguono frutti prima rossi poi neri a maturità, globosi e commestibili; la corteccia è di colore grigio chiaro.Tutte le parti della pianta sono fortemente velenose per la presenza di cianuro e vari altri alcaloidi; fanno eccezione i fiori, usati nella tradizione dei popoli nordici per preparare frittelle o pani aromatizzati (usati anche in alcuni paesi della Sicilia come Troina) e le bacche mature, raccolte in autunno, dal sapore aspro e intenso che vengono utilizzate per  aromatizzare liquori come il rosolio di sambuco o, come avviene in Abruzzo, per produrre “Sambuca”, un liquore a base di anice ma con estratti ottenuti dal fiore di sambuco.

A questo albero si attribuivano nell’antichità poteri magici legati ai riti funebri ed era, presso i pagani, utilizzata come pianta capace di proteggere da demoni e streghe, ecco perché un albero di sambuco era sempre presente presso le case contadine o i monasteri.

Le proprietà curative del sambuco erano così apprezzate nel passato che in Austria questo piccolo albero veniva chiamato “Farmacia degli Dei” e la tradizione contadina imponeva di inchinarsi 7 volte al cospetto di una pianta di sambuco perché da sette sue parti si potevano estrarre potenti medicamenti: fiori, con funzione depurante, frutti utilizzati contro bronchite e mali da raffreddamento, foglie con impacchi per la pelle, corteccia come riequilibrante intestinale, radici sotto forma di decotto contro la gotta, resina contro le lussazioni ed infine germogli contro le nevralgie.

Dal legno soffice dei giovani rami svuotati del midollo si ottenevano fischietti o flauti ai quali si attribuivano poteri magici capaci di proteggere da sortilegi e magie. Perché il suono dello flauto fosse veramente “magico” come quello della celebre opera di Mozart il ramo doveva essere tagliato in un luogo silenzioso lontano dal canto del gallo che avrebbe reso roco il suono dello strumento.  

Il sambuco è una pianta molto popolare nella tradizione dei paesi scandinavi; una favola di Hans Christian Andersen ha per titolo “Madre Sambuco” ed in essa, al di la della storia, si ribadisce la tradizione di utilizzare the ai fiori di sambuco contro le malattie da raffreddamento.
Il sambuco ha un ruolo da protagonista anche in una delle migliori commedie nere del cinema americano “Arsenico e vecchi merletti” diretto da Frank Capra; vino avvelenato aromatizzato al sambuco veniva somministrato dalle zie  del protagonista Cary Grant, Abby e Martha, ai propri inquilini per avvelenarli con “un sorriso sulle labbra” prima di seppellirli in cantina (Canale di Panama).

L’Orecchio di Giuda (Auricula judae) è un fungo saprofita dal colore bruno sfumato e dalla forma inconfondibile, molto apprezzato dalla cucina orientale, che cresce su legno morto preferibilmente di sambuco.

Fonti:
http://blog.libero.it/
http://ilpentacolo.forumfree.it
www.tempiodellaninfa.net

http://www.verdeinsiemeweb.com/2013/04/sambuco-un-albero-magico-dalle-sette.html
http://antrodellamagia.forumfree.it/?t=62190400

Fonti letterarie:

Lo spirito degli alberi, Fred Hageneder, Ed. Crisalide
Il Vischio e la Quercia, Riccardo Taraglio, Ed. L’Età dell’Acquario
Le erbe officinali, antica medicina dei celti, Plinio il Vecchio, Diancecht, Ed. Keltia
The Healing Power of Celtic Plants, Angela Paine
Segreti e Virtù delle piante medicinali, Selezione dal Riders Digest
Florario, Alfredo Cattabiani, Ed. Oscar Saggi Mondadori
Il grande libro delle piante magiche, Laura Rangoni, Ed. Xenia
La farmacia di Gaia, Demetra Edizioni


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