Mer. Ago 5th, 2020

MILLE VOLTE DONNA

di Nicoletta Travaglini


Da alcuni anni a questa parte, dopo l’uscita del mio ultimo libro “Dee, fate, streghe dall’Abruzzo intorno al mondo”, mi è stato chiesto in più occasioni di tenere una serie di conferenze sulla condizione delle donne nella storia; purtroppo a causa di una serie di sfortunati eventi, per citare un famoso film, non mi è stato possibile farlo, perciò ne ho approfittato sia per riflettere e sia per raccogliere ulteriori contributi ed idee su questo tema. Scrivo nell’introduzione del mio libro Dee, fate, streghe dall’Abruzzo intorno al mondo: “Fin dagli albori della storia l’uomo ha sentito il bisogno di attribuire i fenomeni naturali al potere di entità sovrannaturali. Il lasso di tempo che va dal 6500 al 4300 a.C., conosciuto anche come “rivoluzione neolitica”, fu caratterizzato dalla coltivazione regolare dei campi e dall’allevamento degli animali. Questa società, probabilmente matriarcale, nel culto, nelle arti e nella tecnica aveva come divinità di riferimento la Grande Madre Terra. Nelle religioni naturalistiche e arcaiche infatti, al pari della luce e dell’acqua, elemento imprescindibile è la terra poiché dal suo fecondo grembo nasce ogni essere vivente. D’altro lato essa rappresenta anche il sepolcro dei suoi “prodotti”, in quanto ricopre, con il suo manto tutto ciò che ha creato: si nasce da essa per tornare ad essa. Sempre, nel suo grembo, vanno, in inverno a ritemprarsi le energie, che poi in primavera tornano a riaffiorare. È ovvio, quindi, che lo scorrere del tempo e il volgere delle stagioni sembrassero agli antichi opere divine, compiute da una o più divinità legate alla terra. Così come la nascita e la morte, eventi celebrati in maniera tanto appassionata da degenerare spesso in riti orgiastici o sacrifici anche umani. Nelle società matriarcali la Madre Terra era considerata l’unica e sola divinità, ma con il passare del tempo e con l’avvento del patriarcato le fu equiparata una divinità maschile che crebbe a tal punto d’importanza da mettere in ombra la sua egemonia, fino a sostituirla del tutto: si pensi ad esempio, a Zeus, Giove o al Dio cristiano, che potrebbero essere il suo correlativo maschile. La Terra era ritenuta una benigna dispensatrice di messi presso le genti stanziate lungo i corsi d’acqua, rappresentazione di entità divine maschili che rendevano fertili il suolo; al contrario, essa diveniva una madre cattiva, sterile e avida quando gli uomini erano costretti con il duro lavoro a strappare dalle sue viscere i suoi frutti, e in questi casi era chiamata “Mater Dolorosa”. 1 In un certo periodo della storia dell’uomo, quindi, si passa da una società matriarcale a una patriarcale come si suggerisce in una recensione, non molto benevola, fatta al mio libro nella quale si dice: “…fonti forse meno usuali ma assai più profonde e ricche che non si limitano a restituire una lettura superficiale ma scendono in profondità fornendo una visione più ampia di Dee e Streghe e Fate che il patriarcato ha fin troppo destituito di importanza, ridicolizzato e messo in secondo ordine.” 2 La donna, in generale, nella storia, è stata sempre considerata una comprimaria nei casi in cui non è stata considerata inutile, trasparente e dannosa come ad esempio nei periodi oscuri della Santa Inquisizione o della caccia alle streghe in cui l’unica colpa era quella di essere donna e di ragionare con la propria testa e per dirla alla Amelia Ledesma della telenovela spagnola “Amar es para siempre” nella quale si definisce “ una donna libera e padrona del suo destino” e quindi sostiene con forza r determinazione di non avere padroni come ribadisce più e più volte a suo padre, che durante gli anni bui del franchismo e della transizione, pretendeva di essere signore e padrone delle sue donne: della moglie, ridotta quasi in schiavitù, e della figlia, da cui esigeva obbedienza assoluta in qualità di padre e di uomo della famiglia. Il personaggio di Amelia, interpretata magistralmente da Carol Rovira, ci rimanda alla figura di donna passionale e passionaria, stereotipo della donna spagnola e delle nostre donne del Mezzogiorno italiano, passando per le intrepide brigantesse che popolavano il Sud Italia tra l’otto e novecento che erano intrepide, appassionate e passionarie. Meno teatrali di Amélia ma con un forte spessore caratteriale sono le altre donne di “amar es para siempre” come: la ostinata, deliziosa, a volte avventata Maria Luisa Gómez o Luisita, interpretata dalla bravissima Paula Usero.
Luisita è:

Itzia Miranda Manola di Amar es para siempre


1 “Dee, fate, streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini – EditoreTabula Fati, 2017. Pagine 9 e 10
2 https://pensieriparoleopereerecensioni.blogfree.net/?t=6100071

“Hija de Luisa e Ignacio, familiares de los Gómez, Luisita nació mientras sus padres se escondían como maquis en el monte Cerro Moreno. Tras este trágico suceso, Manolita emprendió una incansable búsqueda de su sobrina y, finalmente, consiguió traerla de vuelta a casa. Los Asturianos la criaron como a una hija más. Luisita siempre fue una niña feliz y plenamente consciente de sus orígenes. Manolita se ocupó de contarle la historia de sus padres. Luisita, por tanto, asumió desde siempre con total normalidad esta dualidad, entendiendo desde bien pequeña que poseía unos progenitores que estaban en el cielo y que sus otros padres eran Marcelino (Manu Baquerio) y Manolita (Itziar Miranda). Luisita, destaca por ser una persona alegre, optimista, luchadora y ciertamente inocente. Resalta también su inquietud y su personalidad marcadamente curiosa, que la lleva a estar siempre a la caza de nuevas metas que alcanzar. De hecho, sus ganas de crecer profesional y personalmente la llevarán, a sus dieciocho años, a marcharse a Barcelona con su hermana y con sus tíos a estudiar secretariado para labrarse un futuro. Sus padres accederán por fin a dejarla volar del nido para vivir con su hermana Lola. Una vez en Barcelona, Luisita dejará de lado sus estudios, sin avisar a sus padres. Pero los Gómez no tardarán en descubrir la verdad…”3 Manolita Sanabria, matrigna di Luisita interpretata in maniera magistrale da Itzíar Miranda che viene definita come: “Mujer valiente que afronta adversidades, se adapta a las circunstancias, su mirada es bondadosa, sus abrazos reconfortan, sus manos ayudan, dan calor y sus palabras alientan, ella es hogar. Así es Manolita Sanabria, el alma de ‘Amar es para siempre’. Un personaje que representa un amplio abanico de cualidades y es el vivo reflejo de situaciones en las que, cada mujer puede sentirse identificada…una mujer que ama sin límites..”4 …. e che incarna la natura delle donne forti, intrepide, coraggiose, appassionate e passionarie del nostro Mezzogiorno. La bellezza di questa telenovela spagnola risiede, senza dubbio, nell’affresco storico ottimamente ricostruito che ricorda in maniera abbastanza marcata, da testimone oculare, la


3 https://diagonaltv.es/noticia/nuevas-incorporaciones-en-amar-es-para-siempre/
4https://www.antena3.com/series/amar/noticias/video-gracias-manolita-por-ensenarnos-amar-sinlimites_
201903065c80fab80cf2e6d4ecc004e9.html


vita di quel periodo nel Meridione d’Italia, sia culturalmente che nell’aspetto sociale, come anche nell’abbigliamento e nell’arredamento delle case. Ma chi è Amelia?
“Vedette, actriz, emprendedora, lesbiana. Luchadora. Así es Amelia Ledesma, una mujer acostumbrada a los tropiezos pero que no deja de levantarse una y otra vez para seguir con la lucha. Amelia es hija de un matrimonio muy conservador. Su padre, militar y radicalmente tradicional, es quien lleva la voz cantante en su casa, mientras que su madre queda irremediablemente en un segundo plano de inferioridad y sumisión. Es triste ver hablar a Amelia de ellos, no solo porque su padre la rechace cuando se entera de su sexualidad y de que quiere ser actriz y cantante, sino porque su madre decide quedarse con él en vez de huir con ella. A pesar de esta ruptura forzosa con su familia, Amelia viaja de Zaragoza a Madrid para seguir luchando por sus sueños y rodearse de gente que la acepte y la quiera tal y como es. Conocemos a Amelia Ledesma cuando llega a la Plaza de los Frutos en el año 1975.

Amelia

Aunque empieza siendo una de las camareras del Hotel La Estrella, pronto descubrimos que esta jóven es mucho más. Derrochando talento por los cuatro costados debuta en el King’s como vedette… conociendo a Luisita por el camino a historia de Amelia es imposible de contar sin hablar de Luisita. Y no porque su sexualidad sea lo más importante de este personaje, sino porque es a partir de su relación con la hija de los Gómez, primero de amistad y luego de mucho más, que la conocemos a ella, a su pasado y a su familia. Amelia es una mujer que sabe lo que quiere y está dispuesta a pelear todo lo que haga falta para conseguirlo. Segura de sí misma, en cada actuación se desnuda para ofrecerse al público de la manera más pura, convirtiéndose en lo que siempre ha soñado ser. Y en paralelo, poco a poco se va desnudando también emocionalmente cuando se acerca a Luisita y al resto de los personajes del barrio. Descubrimos así a una Amelia que, aunque valiente, también tiene inseguridades, que ha tenido una vida difícil por ser una artista lesbiana para la que la sociedad de los 70 quizás no esté preparada aún. Sin embargo, ella defiende una y otra vez sus actuaciones, su libertad para expresarse y ser ella misma encima del escenario sin necesidad de justificarse, y en eso Luisita es una gran aliada. Luisita hace que vuelva a enamorarse después de varias aventuras con mujeres y un prometido plantado en el altar. Es su apoyo incondicional, en las buenas y en las malas… y malas en ‘Amar en para siempre’ hay muchas. Después de luchar por hacer entender a los Gómez su relación con Luisita, llega un palo de los gordos. Amelia tiene que pasar por el hospital y su padre aprovecha la ocasión para internarla e intentar “curar su homosexualidad” con electroshock. Cuando los Gómez y compañía consiguen rescatarla de la terapia, Amelia tiene que volver a levantarse y reencontrarse a sí misma para permitirse volver a querer a Luisita y recuperar su pasión por el escenario. Pero no lo hace sola. orque Luisita es también una familia. En Marcelino encuentra la figura paterna que siempre le ha faltado, ese amor incondicional que lo puede todo, que acepta lo que le toque. Los Gómez se convierten en su familia. Aunque Luisita y ella se separan durante un tiempo, sus caminos vuelven a cruzarse, y cuando Amelia vuelve definitivamente a Madrid después de su aventura parisina, lo hace para abrir una librería en la que compartir historias prohibidas. Una vez más no se deja intimidar, y entre amenazas y avisos en clave de sabotaje vemos otra vez a una Amelia convencida que se levanta y lucha. Y en la versión actualizada del personaje al 2020 que vemos de en ‘#Luimelia’ la esencia de Amelia Ledesma sigue intacta. Aunque con algo de ayuda de una Luisita siempre más pasional, Amelia sigue guerrera, poniendo a la gente que no la respeta en su sitio y entregándose al amor.”5 Abbiamo detto che “Su padre, militar y radicalmente tradicional” soprattutto radicalmente tradizionalista che è lo spirito che pervade la società ispanica come anche le sue colonie del Sud d’Italia o meglio, ex Regno delle due Sicilie. A tal proposito un altro contributo ci viene da Laura Esquivel che nel suo libro “Como Agua para Chocolate” ci racconta che:
“Dicen que al buen entendedor pocas palabras, así que después de escuchar
esta frase todas sabían qué era lo que tenían que hacer. Primero recogían la
mesa y después se repartían las labores: una metía a las gallinas, otra sacaba agua del pozo y la dejaba lista para utilizarla en el desayuno y otra se encargaba de la leña para la estufa. Ese día ni se planchaba ni se bordaba ni se cosía ropa. Después todas se iban a sus recámaras a leer, rezar y dormir. Una de esas tardes, antes de que Mamá Elena dijera que ya se podían levantar de la mesa, Tita, que entonces contaba con quince años, le anunció con voz temblorosa que Pedro Muzquiz quería venir a hablar con ella… ¿Y de qué me tiene que venir a hablar ese señor? Dijo Mamá Elena luego de un silencio interminable que encogió el alma de Tita. Con voz apenas perceptible respondió: — Yo no sé. Mamá Elena le lanzó una mirada que para Tita encerraba todos los años de represión que habían flotado sobre la familia y dijo: — Pues más vale que le informes que si es para pedir tu mano, no lo haga. Perdería su tiempo y me haría perder el mío. Sabes muy bien que por ser la más chica de las mujeres a ti te corresponde cuidarme hasta el día de mi muerte. Dicho esto, Mamá Elena se puso lentamente de pie, guardó sus lentes dentro del delantal y a manera de orden final repitió. — ¡Por hoy, hemos terminado con esto! Tita sabía que dentro de las normas de comunicación de la casa no estaba incluido el diálogo, pero aun así, por primera vez en su vida intentó protestar a un mandato de su madre. — Pero es que yo opino que… — ¡Tú no opinas nada
y se acabó! Nunca, por generaciones, nadie en mi familia ha protestado ante esta costumbre y no va a ser una de mis hijas quien lo haga. Tita bajó la cabeza y con la misma fuerza con que sus lágrimas cayeron sobre la mesa, así cayó sobre ella su destino. Y desde ese momento supieron ella y la mesa que no podían modificar ni tantito la dirección de estas fuerzas desconocidas que las obligaban, a la una, a compartir con Tita su sino, recibiendo sus amargas lágrimas desde el momento en que nació, y a la otra a asumir esta absurda determinación. 6 Poiché “Como Agua para Chocolate” significa estar en punto de ebullición, hirviendo, como debe estar el agua para hacer el chocolate:


5 https://mewmagazine.es/amelia-ledesma-una-luchadora-como-pocas/

6 http://www.gavilan.edu/spanish/gaspar/html/3_08.html

“Tita estaba como agua para chocolate, porque hervía de rabia, se sentía mal y enojada con Rosaura, porque ésta quería que su hija la cuidara hasta que ella muriera. Tita no podía creer que su hermana obligara hacer a su hija, lo mismo que le hicieron a ella, arruinándole la vida. Por eso ella quería vivir hasta lo suficiente, para tratar de impedir que su hermana siguiera llevando a cabo esa tradición familiar, la que la había hecho a ella sufrir durante toda su vida. También Tita estaba perturbada por el comportamiento de Pedro que estaba celoso al saber que ella se casaría con John, andaba con un humor alterado.”[1]

La tradizione descritta con grande perizia nell’opera della Esquivel era molto costumata tra otto e novecento in molte zone interne dell’Abruzzo enon solo! Le famiglie abruzzesi di quel periodo erano molto numerosi in quanto le donne erano fertili dai 13/15 ai 30 anni circa e avevano frequenti gravidanze durante questo arco di tempo, quindi, non era raro avere una media di 15/20 figli per ogni nucleo famigliare. Molti di questi figli però non sopravvivevano o andavano a cercar fortuna all’estero e per questo motivo si sacrificava la figlia minore che non si sposava per poter accudire i genitori nella loro senescenza. I rapporti genitori figli erano molto freddi o inesistenti poiché c’era il padre padrone e la madre succube della famiglia del marito. Essi vivevano in case molto piccole e in stanze anguste e sovraffollate in cui l’incesto era pratica “normale” o perlomeno   tollerata in quanto era sempre e comunque “colpa” della donna per tutto ciò che le capitava. In alcuni casi “il figlio della colpa” veniva ucciso o dall’autore della violenza o dai genitori e, in molti casi, si dava la colpa alla vittima che finiva in prigione, dove, dopo diversi e ripetuti abusi, moriva nell’indifferenza generale. Molte bambine nelle famiglie numerose venivano uccise dalla madre e in molti casi si usava ammazzarle lasciandole una notte al freddo in una tinozza di acqua gelida e se il giorno dopo sopravviveva, ella, la bimba era salva e aveva “l’onore di fare da badante ai propri genitori!”. Le donne avevano, con i propri figli, un rapporto molto distaccato poiché sapevano che, in questa società così poco attenta ai bisogni dei fanciulli, essi non sarebbero sopravvissuti a lungo e, così, ci si preparavano a un eventuale lutto attraverso riti della quaresima e della Settimana Santa con la cerimonia della vestizione delle Madonne o “Conocchie” in Spagna le “Macarene”. Questo rituale della vestizione consisteva nel cucire i vestiti per queste statue sia a grandezza naturale che piccole, poiché ogni casa possedeva una “Conocchia” o statua della Madonna che veniva vestite con un rituale ben preciso e a cui ci si rivolgeva per essere confortate, poiché la Madonna conosceva il dolore per la perdita di un figlio.

Macarena

Per questo motivo, il Venerdì Santo, le donne consolavano la Madonna in maniera tale che essa avrebbe potuto fare altrettanto con loro nel momento della perdita di un figlio. Abbiamo parlato di donne coraggiose, temerarie, passionarie e appassionate come ad esempio lo erano le brigantesse come scrivo in un articolo dedicato a una di loro: “Nell’ottocento le donne erano “le regine del focolare domestico”, le signore dell’alta società erano considerate, invece, alla stregua di merce di scambio per combinare vantaggiose alleanze. Le aristocratiche avevano come vezzo quello di svenire, le popolane, invece, abituate al duro lavoro dei campi, non disdegnavano grandi sacrifici. Non desta meraviglia, quindi, che il gentil sesso abbia avuto un ruolo attivo durante il brigantaggio, condividendo con i loro colleghi maschi pericoli, rocambolesche fughe, oltre che ai lavori forzati, per sottacere le torture e i plotoni d’esecuzioni. Queste donne non erano solo e semplici “mantenungole”, cioè collaborazioniste, “drude” o “ganze”, termine denigratorio per indicare fidanzate, amanti, compagne o mogli dei briganti, molte di esse, invece, erano vere e proprie brigantesse, molto più spietate e determinate degli uomini rappresentando gli effettivi boss.

Brigantesse – Michelina De Cesare – donne combattenti

Molte di esse furono incriminate come autrici di efferati delitti, per fortuna, furono poche quelle che finirono giustiziate, poiché l’autorità giudiziaria le condannava, di regola, a 15 anni di lavori forzati o ergastoli, a differenza dei loro colleghi maschi che furono quasi tutti torturati e giustiziati. Esse vestivano come uomini, maneggiavano le pistole, fucili coltelli e qualsiasi altro strumenti di offesa, come degli esperti uomini d’arme, nascondevano le loro lunghe capigliature sotto il cappello all’aspramente, cioè a larghe falde, e alcune di loro riuscivano anche a dissimulare gravidanze calcolate, così da usufruire i benefici della legge; era difficile, quindi, per i soldati riconoscerle se non all’atto dell’arresto. Molte donne furono seviziate dagli allora tutori dell’ordine e questo fu, forse, causa di suicidio di molti militari di leva, che dovettero assistere, tra le tante crudeltà, anche a efferatezze del genere. Queste brigantesse erano molto appassionate, cioè amavano i loro uomini fino a lasciare il consorzio civile e “darsi alla macchia”; ma pretendevano di essere ricambiate alla stessa maniera e una volta tradite, esse non esitavano a denunciarli o ucciderli con le proprie mani. Una di queste figlie d’Eva dell’Italia preunitaria, si legò a un brigante, diventando brigantessa a sua volta. Quest’uomo violento, al disgregarsi della sua banda, andò a vivere con la sua compagna, suo figlio piccolo e due cani feroci, in uno dei tanti anfratti tra la Calabria e la Basilicata; l’uomo odiava suo figlio e quando una sera, braccati dalla forza pubblica, il bambino iniziò a piangere, l’uomo lo scaraventò contro una roccia appuntita e fracassandoli la testolina. La donna, chiusasi in un mutismo pieno di odio, seppellì il bambino, ma quando il bruto si addormentò gli sparò un colpo di pistola in mezzo alla fronte; dopodiché, tagliatagli la testa, la portò al primo posto di polizia riscuotendo la taglia che pendeva sul capo del suo compagno. Questo fatto alquanto cruento ci dà la misura delle grandi passioni di cui esse erano capaci. Un’altra di queste donne non esitò a trucidare la sorella quando seppe che aveva avuto una relazione con il suo uomo, e nonostante la famiglia la ripudiò, essa non si disse per nulla pentita dell’omicidio. Queste “signore” erano per la maggior parte ex prostitute, ma non mancavano donne oneste o addirittura anche aristocratiche come contesse, duchesse, etc. affascinate da questi uomini “belli e dannati”. Un caso emblematico è quello della duchessa Anna Durante, figlia di un inflessibile magistrato ucciso crudelmente dai briganti. Il duca Giovanni Durante era un magistrato molto severo, poiché aveva fatto impiccare molti briganti ed era un alto funzionario della procura pugliese. Egli era considerato un vero nemico di questi fuorilegge, così i fratelli Vardarelli, Gaetano, soprannominato anche il “Gran Vardarello”, Giovanni, Geremia e la sorella Anna Antonia Meomartino, che erano molto temuti anche nella zona dell’alto vastese, un pomeriggio mentre l’anziano magistrato riposava, lo presero ed impiccarono a un grosso albero del suo giardino. Poco dopo si udirono dei colpi di fucile dall’interno della casa e il Gran Vardarello, entrato di soppiatto, catturò Anna Durante, mentre cercava di ricaricare il fucile. La leggenda vuole che questa si innamorasse perdutamente del suo aguzzino e, rinnegata dall’aristocrazia dell’epoca su di lei e sul suo grande amore scese l’oblio. Sarebbe scontato pensare che questi fuorilegge fossero così efferati, in vero, anche i tutori dell’ordine non erano così benevoli nei confronti di queste persone “al limite”. Secondo testimonianze dell’epoca, molti uomini e donne furono accusate ingiustamente di crimini non commessi e si videro confiscare i loro pochi beni da burocrati e funzionari corrotti, i quali, per un semplice sospetto, potevano incriminare onesti cittadini, i quali si davano alla macchia per potersi salvare. In quei tempi così turbolenti si era diffuso un clima da “caccia alle streghe” e un semplice pettegolezzo diffuso da persone maligne o interessate, poteva diventare, in sede di tribunale, una condanna a morte con conseguente rovina finanziaria di tutto il parentado. Un caso rappresentativo potrebbe essere quello di Maria Suriani la quale fu probabilmente accusata ingiustamente di mantenungolismo. Nel maggio del 1866 la banda Cannone ebbe uno scontro a fuoco con i militari nelle campagne di Atessa, vistosi a mal partito il brigante Domenico Valerio, detto Cannone, si disfece di diversi oggetti tra cui una tunica decorata, nel cui interno vi erano dei fazzoletti ricamati e delle lettere d’amore indirizzate a lui personalmente.  Queste lettere portavano la firma di Maria Suriani, una bella ventenne bionda, nata ad Atessa nel 1846 essa ebbe una storia d’amore con il brigante Capitano Cannone ma il suo idillio si interruppe bruscamente nel 1863. Maria Suriani di Pasquale, era una contadina benestante, e aveva un reddito di circa “Mille Lire” di quel tempo; essa viveva con i suoi genitori anche essi contadini. Questo “status sociale” attirò la rivalità di alcuni parenti e vicini, che rosi dall’invidia non esitarono a denunziare questa ragazza, forse, innocente. Una sera come tante altre Cannone e il suo luogotenente Policarpo Romagnoli andarono a fare visita ai vicini e parenti dei Suriani, i Tano, passarono alcune ore e Domenico Valerio e il suo vice entrarono come due furie nella casa di Maria e avvicinatisi a Pasquale gli diedero un sonoro ceffone, minacciandolo di morte se egli avesse fatto la spia presso le autorità. Probabilmente i vicini avevano accusato i Suriani di essere degli informatori al soldo dei “Militi”. Intanto si fece giorno e Pasquale andò, a denunziare questa intimidazione, il sindaco lo rassicurò dicendogli che avrebbe mandato qualcuno per verificare l’effettiva presenza dei briganti in zona. Il contadino uscì trafelato dal Comune e riprese la strada verso casa; ma a casa lo attendeva una dolorosa sorpresa: Domenico e Policarpo lo stavano aspettando e dopo avergli mostrato una lettera del sindaco, nella quale si diceva che il suddetto Pasquale li aveva denunziati per minacce, i due bruti riempirono di botte il malcapitato e appena terminato la loro opera i due andarono alla masseria dei Tano. Passarono alcune ore e sopraggiunsero anche i gendarmi, i quali non vedendo alcun brigante da quelle parti, picchiarono di nuovo il povero contadino per collaborazionismo con i briganti.  La figlia, allora raccolse il tumefatto padre e lo mise a letto dove restò per sei mesi, sospeso tra la vita e la morte. Passarono alcuni mesi e Maria fu arrestata con l’accusa di essere la “druda” di Cannone e mandata a scontare le sue colpe in Sardegna; ma dopo nove mesi di custodia cautelare, essa fu ospite delle carceri di Chieti, dove revisionata la causa, fu prosciolta per mancanza di prove, visto che nessuno volle testimoniare contro di lei. Nel 1866 le lettere trovate nella tunica del Valerio rappresentavano quasi una confessione, peccato però che Maria fosse del tutto analfabeta. La legge voleva, comunque trovare in lei un capro espiatori e così il giudice Raffale Finamore pensò bene di far perquisire la casa dello zio di Maria, Fra Camillo, per trovarvi qualche traccia di quelle lettere, dato che in casa di Maria non si era trovato nulla di compromettente; ma anche così non si arrivò a nessuna prova concreta e schiacciante. Maria, comunque, fu condannata ai lavori forzati, ma dopo cinque mesi, con la revisione del processo voluta da Maria stessa essa fu prosciolta per mancanza di prove. A questo punto è legittimo dubitare se Maria fosse davvero l’autrice di quelle lettere; se non le ha scritte lei chi fu l’autore di questo macabro scherzo, infine perché Valerio si disfece solo della tunica e dei fazzoletti che recavano la firma di Maria.”[2]

Parlando di passionarie non può mancare “La Passionaria” cioè:

Dolores Ibárruri

«¡No pasarán!»

Dolores Ibárruri Gómez detta la Pasionaria (Abanto-Zierbena, 9 dicembre 1895 – Madrid, 12 novembre 1989) è stata una politica, attivista e antifascista spagnola, già segretaria generale e poi presidente del PCE (1944-1960), membro del parlamento spagnolo prima della dittatura franchista (1939) e dopo il ritorno della Spagna alla democrazia (1977-1979). Il suo vero nome era Isidora Ibárruri Gómez.

Dolores Ibárruri

Dolores Ibárruri, in una delle sue citazioni diceva: Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio. Nacque in una famiglia di minatori, fu l’ottava di undici figli. Desiderava dedicarsi all’insegnamento, ma la sua famiglia non poteva permettersi di pagarle gli studi. Nel 1916, all’età di vent’anni, sposò Julián Ruiz, un minatore e attivista politico. Ebbe sei figli, ma quattro morirono prima dell’età adulta. Dopo la sua partecipazione allo sciopero generale del 1917, Ruiz venne imprigionato, il che aggravò le condizioni economiche della famiglia. Dolores Ibárruri studiò gli scritti di Karl Marx e si unì al Partito Comunista (PCE). Scrisse articoli per El Minero Vizcaíno, quotidiano dei minatori, sotto lo pseudonimo di Pasionaria, ossia fiore della passione, che scelse poiché il suo primo articolo fu pubblicato durante la settimana di passione. Nel 1920 venne eletta nel Comitato Provinciale del Partito Comunista Basco, mentre nel 1930 fu eletta nel Comitato Centrale del Partito Comunista Spagnolo. Con l’avvento della Seconda repubblica nel 1931, si spostò a Madrid, dove divenne editore del quotidiano di sinistra Mundo Obrero (Mondo Operaio). Lavorò per il miglioramento della condizione femminile. In seguito venne promossa all’Ufficio politico del Comitato Centrale del Partito. A causa delle sue attività, venne arrestata e imprigionata diverse volte, a partire dallo stesso anno 1931.  La sua abilità oratoria la rese una dei principali rappresentanti del PCE. Fu una delegata dell’Internazionale Comunista (Comintern) a Mosca nel 1933. Venne eletta alle Cortes (Parlamento) nel 1936, e fece una campagna per il miglioramento delle condizioni lavorative, abitative e sanitarie. Con lo scoppio della Guerra civile spagnola, innalzò la sua voce in difesa della Repubblica con il famoso slogan ¡No pasarán! (“Non passeranno”). I suoi discorsi conquistarono molti, specialmente donne, alla causa antifascista (contro il nascente franchismo di Francisco Franco). Prese parte a diversi comitati, con personalità quali Palmiro Togliatti, per ottenere aiuto per la causa repubblicana. Cionondimeno, dopo tre sanguinosi anni, nel 1939, con la caduta di Madrid in mano ai franchisti, le forze fasciste prevalsero. Dolores Ibárruri andò in esilio in Unione Sovietica, dove continuò la sua attività politica. Suo figlio Rubén si unì all’Armata Rossa, e morì nella Battaglia di Stalingrado nel 1942. Nel maggio 1944 Dolores divenne Segretario Generale del PCE, una posizione che conservò fino al 1960, quando assunse il titolo di Presidente del PCE, mantenendolo fino alla morte. Agli inizi degli anni sessanta le venne concessa la cittadinanza sovietica. Il suo lavoro politico venne riconosciuto durante quegli anni e ricevette una laurea honoris causa nel 1961 dall’Università di Mosca. Ricevette il Premio Lenin per la pace (1964) e l’Ordine di Lenin (1965). La sua autobiografia, No Pasarán, fu pubblicata nel 1966. Dopo la morte di Francisco Franco, nel 1975, ritornò nella sua terra natia. Venne eletta come deputato delle Cortes nel giugno 1977, nelle prime elezioni libere dopo la restaurazione della democrazia. Il noto giornalista e biografo della Ibárruri, il gesuita di sinistra, Pedro Miguel Lamet, ha raccontato nei suoi libri e al quotidiano spagnolo El País come negli ultimi anni della sua vita la Pasionaria abbracciò la fede cattolica: “Negli ultimi anni di vita, per la amicizia con Padre Llanos, morto 21 anni fa, la Pasionaria tornò alla fede che aveva abbandonato in gioventù. In una lettera al sacerdote, Dolores gli chiede di ricordarsi di lei durante la comunione.” Dolores Ibárruri morì di polmonite a Madrid, all’età di 93 anni.”[3]

Altra passionaria per eccellenza è senza dubbio Carmen la protagonista dell’omonima opera lirica di Bizet nella quale si racconta che:

“Siviglia, Spagna, intorno al 1820: il sergente cerca di attaccare discorso con Micaela, che sta cercando Don José, ma l’azione vera e propria inizia con una marcia che annuncia il cambio della guardia: alcuni bambini imitano le mosse dei soldati. Il sergente José dice al tenente Zuniga che, per quanto graziose siano le sigaraie della fabbrica, egli non ha occhi che per Micaela, sua sorella adottiva. Suona una campana: la folla di uomini anticipa l’arrivo delle operaie, che escono. L’elettricità della musica segnala l’uscita della zingara Carmen, bella sigaraia sospettata di contrabbando che diventa centro dell’attenzione generale. Canta una torbida Habanera (L’amour est un oiseau rebelle, L’amore è un uccello ribelle). Una citazione del motivo del fato la porta faccia a faccia con Don José, che pare non notarla. Carmen gli lancia un fiore e corre in fabbrica, lasciandolo a raccoglierlo proprio mentre torna Micaela; quest’ultima porta a José soldi e notizie di sua madre (Parle-moi de ma mère, Parlami di lei) e assieme cantano un duetto ricco di incanto ma povero di passione. Urla dalla fabbrica.

Carmen

Qualcuno è stato accoltellato: da Carmen, si grida da una parte. Zuniga cerca di capire cosa sia successo, quindi invia José all’interno, che ne esce portando con sé Carmen; Zuniga ne dispone l’arresto. Rinchiusa in cella e legata, Carmen esorta José a lasciarla andare, perché, dice, egli è innamorato di lei (Près des remparts de Séville, Presso il bastion di Siviglia). José è indotto ad allentare i nodi e permette che la zingara si liberi dandogli una spinta e correndo via, aiutata dalla folla che trattiene i soldati.

Siamo nell’osteria di Lillas Pastia, è trascorso un mese. Lì Carmen danza e canta con le amiche Mercedes e Frasquita (Les tringles des sistres tintaient, All’udir del sistro il suon). Entra Zuniga, che cerca di sedurre Carmen, ma viene interrotto dall’arrivo del torero Escamillo (Votre toast, je peux vous le rendre, Il vostro brindisi, posso rendervelo). Anche il torero si fa sedurre da Carmen, che però lo respinge. Confidandosi con le amiche, Carmen confessa di essersi innamorata di Don José, che arriva subito dopo, appena rilasciato dalla prigione dove era stato portato per averla aiutata a fuggire. Lì Josè le confessa il suo amore (La fleur que tu m’avais jetée, Il fior che avevi a me tu dato), ma vengono interrotti da Zuniga, che esorta il giovane a tornare a rientrare in caserma per l’appello. Josè si ribella e si prepara al duello ma Carmen chiama in aiuto i contrabbandieri che li separano. Capendo che non può fare altro, José si unisce a Carmen e ai fuorilegge fuggendo dall’osteria (Là-bas dans la montagna, Vieni lassù sulla montagna).

L’atto terzo si apre sulle montagne dove si trova il covo dei contrabbandieri.

Carmen e José ormai litigano frequentemente e la loro relazione è agli sgoccioli.

Le carte predicono a Carmen una morte vicina e a Josè lo stesso destino, poco dopo lei. Subito dopo, non vista, entra Micaela alla ricerca di don José. Arriva anche Escamillo e José, geloso del rivale, lo sfida a duello ma vengono divisi da Carmen che ormai è conquistata dal torero. Micaela viene trovata nascosta tra le rocce e annuncia a José che la madre è in punto di morte: egli la segue, ma giura vendetta a Carmen (Ah! Je te tiens, fille damnée, Mia tu sei alma dannata). Plaza de toros a Siviglia, è il giorno della corrida e la folla attende Escamillo che entra trionfante nell’arena. Carmen è ormai pazza tanto da concedersi ad Escamillo. Inoltre non si cura degli avvertimenti di Mercedes e Frasquita: Don José è nei paraggi. Ignorando i consigli delle amiche, Carmen lo incontra e José supplica Carmen di tornare con lui. Agli sprezzanti rifiuti di lei, José la minaccia ma lei gli getta addosso l’anello che le aveva donato mesi prima (‘C’est toi?? C’est moi!!’, Sei tu?? Son io!!). La folla applaude Escamillo vittorioso mentre José, accecato dall’ira, uccide Carmen con una pugnalata e si consegna ai gendarmi.”[4]

Un’altra figura abbastanza imponente ed importante del panorama ispanico è senza dubbio Eva Perón:

“María Eva Duarte de Perón, nata Eva María Ibarguren (Los Toldos, 7 maggio 1919 – Buenos Aires, 26 luglio 1952), è stata un’attrice, politica, sindacalista e filantropa argentina, seconda moglie del Presidente Juan Domingo Perón e First Lady dell’Argentina dal 1946 fino alla morte nel 1952, avvenuta per un tumore, a soli 33 anni.

María Eva Duarte de Perón

È di solito indicata come Eva Perón, o con l’affettuoso diminutivo in lingua spagnola Evita. Di umili origini, nacque nel villaggio di Los Toldos, presso Junín, situato circa 280 chilometri a sud-ovest di Buenos Aires, nell’Argentina rurale, il 7 maggio 1919, ultima di cinque figli. Nel 1934, all’età di 15 anni, andò a Buenos Aires, capitale della nazione, dove perseguì una carriera da attrice di palcoscenico, radio e cinema. Eva conobbe l’allora colonnello Juan Domingo Perón il 22 gennaio 1944, a Buenos Aires, durante un evento di beneficenza al Luna Park Stadium a favore delle vittime del terremoto di San Juan. I due si sposarono l’anno successivo. Nel 1946 Juan Perón fu eletto Presidente dell’Argentina, proponendo una politica sociale e nazionalista, il peronismo, a cui Eva contribuì. Nel corso dei successivi sei anni, Eva Perón divenne potente all’interno dei sindacati peronisti, perorando la causa dei diritti dei lavoratori e dei più poveri. La sua figura, tuttora oggetto di venerazione popolare in Argentina, è stata anche al centro di numerose celebrazioni postume, come il film musical hollywoodiano Evita, tratto dall’omonimo spettacolo teatrale. Evita nacque il 7 maggio del 1919 a La Unión (la proprietà terriera del padre), vicino al villaggio di Los Toldos, in provincia di Buenos Aires. Era l’ultima di cinque figli illegittimi (gli altri erano Blanca, Elisa, Juan ed Erminda) di un piccolo proprietario terriero originario di Chivilcoy, Juan Duarte, e della sua cuoca e amante, Juana Ibarguren.

Qualche anno dopo la nascita di Evita, il padre, Juan Duarte, abbandonò amante e figli per tornare a Chivilcoy, dalla moglie Estela Grisolía e dai figli legittimi. Dopo l’abbandono, la madre di Evita decise di trasferirsi a Los Toldos con i suoi cinque figli. La casa era situata nella Via Francia (attualmente rinominata Eva Perón), dove oggi si trova il Museo Municipal Solar Natal de Maria Eva Duarte de Peron. La madre possedeva una macchina per cucire Singer e così si mise a confezionare pantaloni per un negozio e la sorella Elisa venne assunta all’ufficio postale del villaggio; in questo modo portavano avanti l’economia della famiglia. Gli anni di Los Toldos sono stati fondamentali per rafforzare il carattere di Evita: ai suoi coetanei era vietato giocare insieme a lei e gli abitanti del villaggio la criticavano sfacciatamente, discriminandola per la sua condizione di figlia illegittima. Per questo motivo la bambina era divisa tra la solidarietà verso la sua famiglia e la vergogna di appartenervi. Anche il suo carattere era diviso: allegra e capricciosa in casa e introversa quando usciva di casa. Nel 1926 il padre, don Juan Duarte, morì in un incidente d’auto. La famiglia intera partì per Chivilcoy per dare un ultimo saluto all’uomo. La morte del padre aggravò seriamente la situazione economica della famiglia. Quando Juana Ibarguren si recò a Chivilcoy con le figlie per rendere l’ultimo saluto all’uomo, Eva dovette affrontare nuove discriminazioni, sviluppando una strenua avversione verso le ingiustizie. Le figlie legittime di Duarte, infatti, non volevano lasciar entrare quelle illegittime e fu soltanto grazie all’intervento di un parente di Estela Grisolía che le ragazze riuscirono ad avvicinarsi alla bara. Eva racconterà come in quell’occasione scoprì «un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia».

La sorella Elisa fu trasferita dall’ufficio postale di Los Toldos a quello di Junín e così Juana decise di trasferire tutta la famiglia al seguito della figlia, lasciandosi alle spalle numerosi debiti. A Junín la situazione economica della famiglia migliorò quando i figli trovarono lavoro: Elisa lavorava all’ufficio postale, Blanca era maestra di scuola e Juan impiegato nell’impresa “il Jabón Federal”. Il carattere di Evita diventava sempre più contraddittorio: i suoi compagni di scuola la trovavano dolce, ma nello stesso tempo ne conoscevano l’animo autoritario. Una delle sue compagne, Elsa Sabella, affermò che Evita voleva sempre comandare. Inoltre era chiamata “la grande” giacché, ripetente, terminò le medie inferiori a 14 anni, quando i suoi compagni ne avevano solo 12. A Junín affiorò la vocazione artistica di Eva: era la prima della classe in recitazione. Il suo idolo cinematografico era Norma Shearer, un’attrice di Hollywood. Giorno dopo giorno si convinceva che il suo destino era fare l’attrice: lo comunicò alla madre che, nonostante il carattere autoritario, non aveva principi rigidi e idee arretrate, e accettò il desiderio della bambina. La partenza per Buenos Aires e la carriera d’attrice. Esistono diverse versioni sulla partenza di Evita:

Versione di Erminda Duarte (sorella)

Evita chiese a sua madre di accompagnarla a Buenos Aires per presentarsi a un’audizione a Radio Nacional. Dopo tante esitazioni, doña Juana accettò. Evita recitò la poesia di Amado Nervo Adonde van los muertos? (“Dove vanno i morti?”) e il direttore della radio, Pablo Osvaldo Valle, le propose un contratto.

Eva si stabilì poi a Buenos Aires presso alcuni amici della madre.

Versione di Fermín Chávez (giornalista)

Evita chiese a sua madre di accompagnarla a Buenos Aires per presentarsi a un’audizione a Radio Belgrano. Per un mese, con l’aiuto della maestra Palmira Repetti, si esercitò su tre poesie: Una nube di Gabriel y Galán, El día que me quieras e Muerta, di Amado Nervo. Dopo la sua audizione rientrarono insieme a Junín. La risposta della radio si fece attendere. Ciò non impedì ad Evita di dichiarare alla sua maestra: «Con o senza risposta, parto comunque». Il fratello Juan, che svolgeva il servizio militare a Buenos Aires, si sarebbe occupato di proteggere la sorella minore dai pericoli della grande città.

Versione di Jorge Capsitski e Rodolfo Tettamanti (giornalisti)

Il cantante di tango Agustín Magaldi si esibì al teatro di Junín. Juan, il fratello di

Evita, lo avvicinò per parlargli di sua sorella Evita, che voleva diventare attrice. Evita fece visita al cantante nel suo camerino e lo supplicò di portarla insieme a lui a Buenos Aires. Magaldi accettò e tutto si svolse in maniera decorosa, dato che lui viaggiava in compagnia della moglie.

Versione di Mary Main (biografa)

Il cantante di tango Agustín Magaldi si esibì al teatro di Junín. Evita s’intrufolò nel camerino del cantante, divenne la sua amante e arrivò così a Buenos Aires con lui.

La cosa certa è che Eva Duarte arrivò il 2 gennaio 1935 a Buenos Aires, a quasi 16 anni. Inizialmente trovò alloggio vicino al Palazzo del Congresso, presso una cugina dell’attrice Maruja Gil Quesada, presentata da Magaldi. Appena arrivata, Evita si dedicò alla sola cosa che le sembrava di importanza vitale: trovare le persone e i contatti giusti per realizzare il suo sogno di attrice. Magaldi le fu di grande aiuto: infatti le presentò il regista Joaquín de Vedia e l’attore José Franco. La sua prima esperienza teatrale le fu affidata dal regista de Vedia e fu l’interpretazione del ruolo di una cameriera che doveva annunciare: “La signora è servita”. La compagnia di Eva Franco, la figlia dell’attore José Franco, le affidò in seguito altri ruoli. Le critiche non avevano mai concesso ad Evita aggettivi migliori di “discreta”, ma almeno non l’avevano mai trovata pessima. Benché lavorasse per un salario da miseria, continuava a recitare senza sosta. Dopo un anno dalla sua partenza da Junín, chiuso il sipario della compagnia di Eva Franco, Evita conobbe un periodo sfortunato: nessuna speranza di lavoro all’orizzonte. Nel 1936 venne assunta dalla Compagnia Argentina di Commedie Comiche di Pepita Muñoz, Eloy Alfaro e José Franco, con i quali partì in tournée. Durante il viaggio l’attore José Franco minacciò di licenziarla se non fosse stata disponibile alle sue richieste sessuali. Evita trovò una buona risposta alla pretesa dell’attore e non venne licenziata ma, quando fecero ritorno a Buenos Aires, lasciò la compagnia.

Le persone che conobbero Eva la ricordano come una giovane molto magra e debole, che aveva il sogno di diventare un’attrice molto importante, con una grande allegria, forza e un forte senso di amicizia. Lentamente ottenne un certo riconoscimento: partecipò come attrice secondaria in un film e comparve come modella sulle copertine delle riviste di spettacolo, ma soprattutto iniziò una carriera di successo come annunciatrice e attrice di soap opera. Nell’agosto del 1937 ottenne il suo primo ruolo in un’emittente radio; poco dopo fu assunta nella compagnia dell’imprenditrice e attrice teatrale Pierina Dealessi. Eva deve a questa donna il suo successo del 1938.

Il 1º maggio 1939 la carriera di Evita subì una svolta: la compagnia del Teatro dell’Aria cominciò a diffondere una serie di radiodrammi firmati da Héctor P. Bolomberg, romanziere e poeta, conosciuto per le sue opere teatrali di argomento storico. Protagonisti erano Eva Duarte e Pascual Pelliciotta. Evita si lanciò con successo nella carriera radiofonica. Il primo radiodramma fu Los jazmines del ochenta (Il gelsomino degli ottanta), trasmesso da Radio Mitre dal lunedì al venerdì. Sempre su una sceneggiatura di Blomberg, Eva iniziò un secondo ciclo di radiodrammi, trasmessi da Radio Prieto, e successivamente un terzo. Recitò anche in un film storico sulla Patagonia, La carga de los valientes (“La carica eroica”), e fece le sue due ultime comparse in teatro con le commedie Corazón de manteca (“Cuore di burro”) e La plata hay que repartirla (“Bisogna dividere i soldi”), ma con il teatro guadagnava poco. Tuttavia, nel 1941, partecipò a due film: El más infeliz del pueblo (“Il più infelice del paese”), con il celebre comico Luis Sandrini, e Una novia en apuros (“Una fidanzata nei guai”) di John Reinhardt. Tra radiodrammi e film, Eva finalmente raggiunse una situazione economica abbastanza stabile da permetterle, nel 1942, di comprare un appartamento in via Carlo Pellegrini, un quartiere molto elegante di Buenos Aires. Il 22 gennaio 1944 Evita incontrò Juan Domingo Perón. In quel periodo l’Argentina stava attraversando un momento di trasformazione economica, sociale e politica. Economicamente l’Argentina aveva cambiato radicalmente la struttura produttiva: nel 1943, per la prima volta, la produzione industriale aveva superato la produzione agricola.

Socialmente il paese stava vivendo una grande migrazione interna: spinta dallo sviluppo dell’industria, la popolazione migrava dalle campagne per stabilirsi nelle città. La grande crescita industriale generò un processo di urbanizzazione e un notevole cambio di popolazione nelle grandi città, specialmente a Buenos Aires. La classe operaia andava sempre più aumentando e cambiava colore. I criollos o cabecitas negras (le “testoline nere”), chiamati così perché avevano i capelli, i piedi e gli occhi più scuri di quelli di qualsiasi immigrato europeo, “invasero” Buenos Aires. La grande migrazione interna si caratterizzò anche per la presenza di una grande quantità di donne, le quali cercavano di insediarsi, anche loro, nel nuovo mercato del lavoro stipendiato, che stava creando l’industrializzazione. Politicamente il paese viveva una crisi profonda dei partiti politici tradizionali, i quali avevano instaurato un sistema corrotto fondato sul nepotismo; il governo fu accusato di numerosi brogli elettorali. Questo periodo è conosciuto, nella storia dell’Argentina, come la Decade Infame (1931-1943) e fu diretto da un’alleanza conservatrice, chiamata la Concordia. Davanti alla corruzione scandalosa del governo conservatore, il 4 giugno 1943 ci fu un colpo di Stato militare che aprì un confuso periodo di riorganizzazione e rallentamento delle forze politiche. Tra gli autori del colpo di Stato del 1943 si distinse il giovane Juan Domingo Perón, colonnello dell’esercito argentino. In questo periodo iniziò l’attività sociale di Evita, che spesso ospitava e curava i poveri nella sua abitazione. Il 15 gennaio 1944 la città di San Juan venne distrutta da un terremoto che causò più di diecimila morti. Juan Domingo Peron, promosso sottosegretario al Departamento Nacional del Trabajo (il ministero del lavoro) con lo scopo di raccogliere i fondi per la ricostruzione del paese, decise di organizzare un festival affidato a una commissione di artisti, tra i quali anche Evita Duarte. Il 22 gennaio del 1944, durante il festival, al quale parteciparono anche i soldati dell’esercito e della marina, Evita e Perón s’incontrarono. Già nel febbraio seguente decisero di andare a vivere insieme, nel nuovo appartamento di Evita, situato in Calle Posadas. La carriera artistica di Eva continuava ad ampliarsi e in questo anno venne anche nominata presidente del sindacato chiamato Associazione Radicale Argentina. Il 5 ottobre del 1945 Perón deteneva tre cariche: aveva conservato quelle di Ministro del lavoro e della Guerra ed era diventato vicepresidente dell’Argentina. Perón era l’unico che si occupava dei lavoratori; infatti aveva accordato un aumento dei salari, aveva creato i tribunali del lavoro e migliorato i sistemi di aiuto sociale. Questa serie di misure popolari gli assicuravano la fedeltà e la riconoscenza del popolo, e questo agli occhi dell’opposizione democratica e del settore militare rendeva Perón pericoloso. Il presidente Edelmiro Julián Farrell, sensibile alle critiche dell’opposizione e dei militari, che temevano il potere crescente di Perón, aveva annunciato al popolo argentino che prima della fine dell’anno sarebbe stato chiamato a scegliere i propri governanti. Nella notte dell’8 ottobre venne organizzata una marcia su Buenos Aires dagli antiperonisti per sbarazzarsi di Perón. Durante un incontro tra il generale Avalos, i suoi militari e il presidente Farrell, venne deciso che Perón avrebbe dovuto lasciare subito la vicepresidenza della nazione, il ministero della Guerra e la segreteria del Lavoro. Il 10 ottobre Perón si presentò alla Segreteria del Lavoro per prendere congedo. In strada quindicimila operai si erano riuniti davanti al ministero ed Evita era in strada tra gli operai. Perón disse alla folla: «Vi chiedo di rispettare l’ordine pubblico affinché si possa proseguire la nostra marcia trionfale, però se un giorno si rivelasse necessario, vi chiederò di battervi». Stava lanciando una sfida ai capi dell’esercito. Evita iniziava ad avere paura. La sua carriera si era conclusa: venne chiamata da Radio Belgrano per essere informata che tutte le sue trasmissioni erano state cancellate. A mezzanotte dello stesso giorno, Evita e Perón lasciarono l’appartamento di Calle Posadas per rifugiarsi sul delta del Paraná. Il 13 ottobre Perón venne arrestato e deportato per volontà dei generali delle forze armate, che al loro interno erano profondamente divise sulla gestione del potere. Venne portato sull’isola deserta di Martín Gracía nel mezzo del Río de la Plata. Nel giorno in cui arrivò sull’isola, Perón scrisse due lettere: una a Mercante, suo amico, e una a Evita.  Il matrimonio civile di Eva e Perón «Abbiate cura di Evita. Ha i nervi a pezzi e la sua salute mi preoccupa. Non appena andrò in pensione ci sposeremo e ce ne andremo via…»

(Lettera di Perón a Mercante)

«Tesoro mio adorato, solo stando lontani da chi amiamo possiamo misurare il nostro affetto. Da quando ti ho lasciato, con un dolore così grande che non puoi immaginare, non sono più riuscito a calmare il mio cuore triste. Adesso so quanto ti amo e che non posso vivere senza di te. La mia immensa solitudine è piena del tuo ricordo. Oggi ho scritto a Farrell chiedendogli di accelerare la mia pensione. Non appena me l’accorderanno ci sposeremo e andremo a vivere tranquilli da qualche parte… Cosa mi dici di Farrell e Avalos? Che vergogna comportarsi così con un amico! Ma è la vita… Cercherò di andare a Buenos Aires in un modo o nell’altro, dunque puoi aspettarmi tranquillamente e badare alla tua salute. Se riesco a farmi mandare in pensione potremo sposarci l’indomani stesso. Altrimenti arrangerò le cose in maniera diversa, ma risolveremo la situazione di abbandono nella quale ti trovi ora… Tesoro mio, sii serena e impara ad aspettare. Tutto questo finirà presto e avremo tutta la vita per noi. Ciò che ho già fatto mi giustifica davanti alla storia e so che il tempo mi darà ragione. Comincerò a scrivere un libro su tutto ciò e lo pubblicherò il più presto possibile. Allora vedremo chi ha ragione…»

(Lettera di Perón a Eva)

Il 16 ottobre fu internato all’ospedale militare di Buenos Aires per una malattia, vera o fittizia. Lo stesso giorno la CGT (Confederazione Generale del Lavoro) si riunì e proclamò uno sciopero di 24 ore per il 18 ottobre. Il popolo però, esausto, iniziò a non dare più ascolto nemmeno ai sindacati. Il 17 ottobre, senza che nessuno avesse dato l’ordine, non ci fu lo sciopero, ma la rivoluzione (chiamata la “marcia dei descamisados”). I descamisados occuparono Plaza de Mayo, esigendo la liberazione di Perón, e gli stessi generali che lo avevano arrestato furono costretti a richiamarlo al governo. Quel 17 ottobre, “il giorno della lealtà”, sotto il cielo incandescente, gli uomini sudati si erano tolti le camicie; di conseguenza la parola dispregiativa descamisados (gli scamiciati), usata dal giornale La Prensa, divenne la parola che da allora in poi avrebbe designato il popolo peronista. Il giornalista Héctor Daniel Vargas ha rivelato che Eva quel giorno era a Junín, nella casa della madre, e tornò in città verso sera. Dopo la liberazione, il 22 ottobre Perón si sposò con Evita a Junín. Secondo alcuni biografi, nel 1945 Eva ebbe un aborto spontaneo.Eva Perón con il presidente brasiliano Eurico Gaspar Dutra a Rio de Janeiro (1947), Archivio

Nazionale del Brasile

Dopo il matrimonio, Perón fu occupato con la campagna elettorale. Il 26 dicembre 1945 Evita e Perón partirono in tournée elettorale con un treno che venne battezzato El Descamisado, per raggiungere il Nord del Paese; a questo ne seguirono altri. La grande novità di quei viaggi fu soprattutto la presenza di una donna sul treno. Fino ad allora nessuna moglie aveva mai accompagnato il proprio marito durante una tournée del genere. Evita, durante i viaggi, non aveva mai tenuto un discorso; il 4 febbraio 1946, pochi giorni prima della fine della campagna elettorale, al Centro Universitario Argentino, un’associazione di donne organizzò un incontro per sostenere la candidatura di Perón. Il futuro presidente, non sentendosi molto in forma, decise di dare a Evita l’opportunità di parlare al pubblico. Il risultato fu disastroso, perché il pubblico reclamò con rabbia la presenza di Perón, impedendo così a Evita di poter pronunciare il suo discorso. Il 24 febbraio 1946 Juan Domingo Perón venne eletto presidente della Repubblica argentina con il 52% dei consensi; nel 1947 fondò il Partito unico della rivoluzione, che venne chiamato Partito Peronista. Una delle battaglie combattute e vinte da Evita Perón fu quella che portò al riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti politici e civili tra gli uomini e le donne, con la legge 13.010 presentata il 23 settembre del 1947. Il suo impegno per la dignità della donna fu costante e la condusse il 26 luglio del 1949 alla fondazione del Partito Peronista Femminile (PPF).

Alcuni articoli della legge 13.010

Articolo 1: Le donne argentine hanno gli stessi diritti politici e obblighi che la legge argentina impone agli uomini.

Articolo 2: Le donne straniere residenti nel paese argentino hanno gli stessi diritti politici e obblighi che la legge argentina impone agli uomini stranieri, nel caso in cui questi hanno tali diritti politici.

Articolo 3: Per le donne vige la stessa legge elettorale che per l’uomo, come tutti gli atti civili ed elettorali è indispensabile mostrare un documento d’identità. […]

Articolo 5: Non si applicheranno alle donne le disposizioni e le sanzioni di carattere militare contenute nella legge 11.386. La donna che non rispetta l’obbligo di iscriversi, entro i termini, sarà soggetta ad una multa di 50 pesos argentini (moneta nazionale) o la pena di quindici giorni agli arresti domiciliari, a prescindere dalla registrazione. […] La relazione con i lavoratori e i sindacalisti

Perón, dopo la vittoria nelle elezioni, deteneva molti incarichi e non poteva dedicarsi, come aveva fatto negli anni precedenti, ai diritti dei lavoratori. Fu Eva che s’interessò di fare da intermediaria tra le richieste ed i problemi degli operai e Perón. L’efficienza della donna venne ricompensata con l’assegnazione di un ufficio all’interno della Segreteria del Lavoro. Fervente visitatrice di fabbriche, scuole, ospedali, sindacati, club sportivi e culturali, Eva si guadagnò la fiducia del popolo, ed in particolare dei lavoratori e dei sindacalisti, stabilendo una forte ma anche complicata relazione con loro. Un anno dopo le elezioni, Evita venne incaricata di rappresentare suo marito in un tour europeo che comprendeva come prima tappa la Spagna, successivamente l’Italia e il

Vaticano, la Francia, il Portogallo, la Svizzera, il Brasile e infine l’Uruguay. Il giro in Europa fu battezzato dalla first lady come il “Giro dell’Arcobaleno”, come lei stessa affermò:

«Sono il ponte che collega Perón con il popolo. Attraversatemi!»

L’Europa aveva fame e l’Argentina abbondava di grano e di bestiame: questa occasione era per entrambi i continenti un’opportunità positiva.

Il giro in Europa durò tre mesi. Evita salì su un aereo il 6 giugno 1947 e arrivò in

Spagna l’8 giugno 1947 all’aeroporto di Barajas, dove ad aspettarla c’era Francisco Franco con la moglie, l’intero governo ed un’importante concentrazione popolare. Fu proclamato un giorno di festa nazionale; anche per il popolo spagnolo Evita era già una leggenda e a Madrid non mancò di visitare i quartieri poveri, interessandosi dei problemi di tutti, abbracciando gli ammalati e regalando denaro come faceva in Argentina. Le fu assegnata per l’occasione, personalmente da Franco, la Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica. Il viaggio in Spagna proseguì trionfale così com’era iniziato: ovunque andasse le piazze si riempivano di gente e, specialmente al sud, l’accoglienza fu commovente. In Italia fu sia acclamata che contestata. Il 26 giugno del 1947 giunse a Roma. Il momento centrale del soggiorno romano fu rappresentato dall’incontro ufficiale con papa Pio XII. Nonostante venga detto che fu quasi ignorata e appena ricevuta, ciò non è corrispondente alla realtà: il Pontefice la ricevette in udienza pubblica e poi personale con tutti gli onori, pronunciando qualche parola in spagnolo per benedirla, la ringraziò poi per l’impegno in favore dei poveri e le assegnò al marito la Croce dell’Ordine di Pio IX. Il colloquio privato durò venti minuti, lo stesso tempo concesso alle regine, e si concluse con l’omaggio di un prezioso rosario, lo stesso che le fu messo tra le mani il giorno della sua morte. Il viaggio proseguì in Portogallo, Francia e Svizzera. Scrive Franco Cardini nella prefazione alla biografia di Abel Posse, La passione secondo Eva, della particolare fede di Evita, che ebbe rapporti epistolari con padre Pio da Pietrelcina e il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli (futuro papa Giovanni XXIII che le fece recapitare un messaggio in occasione della sua visita a Parigi il 22 luglio 1947):

«Fedelissima negli affetti e nelle amicizie finché rimanevano tali, Eva Perón era capace di odiare immensamente per quanto sapesse bene – e ne soffrisse – che l’odio contrastava irrimediabilmente con il suo cristianesimo istintivo, selvaggio, ribelle, a volte quasi blasfemo eppure sincero e profondissimo. (…) Con la premonizione dei santi, il Nunzio Apostolico a Parigi Angelo Roncalli le aveva scritto: “Signora, prosegua nella lotta per i poveri, ma sappia che quando questa lotta si comincia sul serio, termina sulla croce”.»

(Franco Cardini)

Il 23 agosto 1947 Eva ritornò in Argentina. Un tappeto rosso era steso dalla banchina alla dogana. Perón, doña Juana, le sue tre sorelle e tutti i membri del governo l’aspettavano su una tribuna improvvisata. La folla era immensa.  Il lavoro di Evita all’interno del governo peronista era orientato all’assistenza sociale con lo scopo di combattere la povertà. Subito dopo il ritorno dal suo tour europeo, Evita organizzò un’assistenza sociale dal nome “Crociata Maria Eva Duarte de Perón”, che si occupava di dirigere l’assistenza infermieristica e le donne senza fissa dimora, concedendo sussidi e case temporanee. L’8 luglio 1948 creò la Fondazione Eva Perón, presieduta da lei stessa, che si occupava di migliorare le condizioni di vita dei bambini, degli anziani, delle ragazze madri e delle donne appartenenti alle classi più povere della popolazione. La

Fondazione condusse una vasta gamma di attività sociali, dalla costruzione di ospedali, case di cura, scuole, campi estivi, all’assistenza e promozione delle donne. La Fondazione si sviluppò secondo tre direttrici: sociale: con aiuti finanziari a chiunque li chiedesse, con la creazione di posti di lavoro, con la concessione di borse di studio, con la costruzione di case popolari; educativa:

con la costruzione di scuole, la realizzazione di mense per gli scolari, la costruzione di convitti annessi alle principali scuole; con i famosi Juegos Infantiles Evita y Juveniles Juan Perón, con i quali 100.000 bambini e ragazzi provenienti da famiglie povere poterono accedere all’attività sportiva con ovvi benefici per la loro salute, essendo sottoposti a continui controlli medici; di sanità pubblica: con la costruzione di ospedali, di scuole per infermiere, di laboratori di igiene e profilassi, di case di cura per anziani, ponendosi l’obiettivo di sradicare alcune malattie endemiche dell’Argentina di quei tempi, quali la tubercolosi, la malaria, la sifilide e la lebbra.

Tra le opere realizzate dalla Fondazione c’è il complesso d’abitazioni Ciudad Evita (nel quartiere de La Matanza) e molti ospedali, tredici in tutto, che ancora oggi portano il nome di Evita, Eva Perón o la “República de los Niños en Gonnet” (in provincia de Buenos Aires). La preoccupazione speciale di Evita per gli anziani la portò a scrivere e a proclamare il 28 agosto del 1948 il Decálogo de la Ancianidad (Decalogo dell’Anzianità), ovvero una serie di diritti degli anziani.

Diritto all’assistenza: tutti gli anziani hanno diritto ad una protezione completa per conto della loro famiglia. In caso di necessità, lo Stato fornirà tale protezione direttamente o tramite istituti o fondazioni create a tale scopo […] Il 9 gennaio 1950 Evita svenne in pubblico e venne operata tre giorni dopo di appendicite, ma le venne diagnosticato anche un tumore all’utero.[4] Secondo alcuni era, per un’incredibile coincidenza, la stessa malattia che aveva causato il decesso della prima moglie di Perón, Aurelia Tizón, nel 1938.[24] Il medico propose un’immediata isterectomia totale, che avrebbe potuto probabilmente salvarle la vita o comunque prolungarla, senza grandi sofferenze (la madre di Eva aveva sofferto dello stesso male, ma l’isterectomia l’aveva salvata), ma Evita rifiutò, forse per non sminuire inconsciamente il proprio ruolo di “madre degli argentini” o perché credeva all’inizio che la diagnosi fosse falsa e solo una manovra degli antiperonisti per indebolirla psicologicamente e come leader politico agli occhi del popolo (i generali avevano già manifestato malumori per una sua eventuale corsa alla vicepresidenza, cosa da lei desiderata). La campagna ufficiale per la candidatura presidenziale Perón-Eva Perón iniziò il 2 agosto 1951, con l’arrivo di duecento sindacalisti venuti ad incontrare Perón per chiedergli di accettare la rielezione e per esprimere il desiderio che Evita facesse parte della formula. Perón non rispose alle richieste e per questo motivo venne fissata una nuova data; il 22 agosto i sindacalisti si presentarono di nuovo per chiedere a Evita e Perón di depositare le loro rispettive candidature. La manifestazione non si svolse sul balcone della Casa Rosada, la casa ufficiale del governo argentino (si temeva che la piazza tradizionale non fosse sufficientemente capiente per contenere la folla), ma nell’Avenida 9 de Julio, un pezzo di pampa, la vasta pianura dell’Argentina, della larghezza di un isolato. Evita voleva guadagnarsi un posto nella scheda elettorale come candidata alla vicepresidenza; questa mossa preoccupò molto i capi militari e i gruppi più conservatori, i quali cercarono in tutti i modi di evitare la candidatura, non ritenendo adatta una donna (per di più giovane e di estrazione popolare) come vice-comandante in capo delle forze armate. Evita, comunque ricevette un gran sostegno dalla classe operaia e dalle donne peroniste, un sostegno così intenso che sorprese Juan Perón stesso, il quale decise di sostenere la candidatura. Alla manifestazione, la folla chiese ad Evita di annunciare pubblicamente la sua candidatura come vicepresidente. Evita rispose chiedendo qualche giorno in più per prendere la sua decisione definitiva, ma il popolo insisteva Ahora, Evita, ahora! (Adesso, Evita, adesso) e urlava ¡Evita, Vicepresidente! alla fine giunsero ad un compromesso, Evita comunicò al pubblico che avrebbe annunciato la sua decisione alla radio qualche giorno dopo. Nove giorni dopo, Evita mandò un messaggio radiofonico al popolo argentino, annunciando la sua intenzione di rinunciare.

«Ho solo un’ambizione personale: che il giorno in cui si scriverà il capitolo meraviglioso della storia di Perón, di me si dica questo: c’era, al fianco di Perón, una donna che si era dedicata a trasmettergli le speranze del popolo. Di questa donna si sa soltanto che il popolo la chiamava con amore: Evita.» La voce secondo la quale era gravemente malata si diffuse fra il popolo, causando tristezza fra i peronisti ed esultanza fra i nemici del Presidente. Gli svenimenti di Eva continuarono fino al 1951, anche durante la cerimonia peronista del 22 agosto. Evita era molto debole e l’avanzamento del cancro la costringeva al riposo. 4 giugno 1952, ultima apparizione pubblica di Evita Perón Il 5 novembre

1951 Evita Perón fu sottoposta a intervento chirurgico dall’oncologo statunitense George Pack nell’ospedale Avellaneda (poi Hospital Interzonal General de Agudos Presidente Perón), costruito dalla sua Fondazione. Sei giorni più tardi votò dal suo letto d’ospedale per le elezioni generali in cui suo marito fu eletto presidente per la seconda volta. La camera d’ospedale in cui fu ricoverata fu in seguito convertita in museo. Il 15 ottobre precedente era uscito il suo libro autobiografico La razón de mi vida, scritto con l’aiuto dello spagnolo Manuel Pennella; la prima edizione pubblicò 300 000 copie e, dopo la sua morte, divenne lettura d’obbligo nelle scuole. Il 1º maggio 1952, sostenuta fisicamente dal marito alle sue spalle, tenne l’ultimo discorso pubblico dal balcone della Casa Rosada, con toni forti contro i nemici del peronismo. Il 7 maggio, giorno del suo trentatreesimo compleanno, Juan Domingo Perón nominò sua moglie «Leader spirituale della Nazione argentina», onorificenza concessa formalmente dalla Camera dei deputati. Ormai immobilizzata a letto, pesava 37 chilogrammi. La sua ultima apparizione pubblica fu il 4 giugno al fianco del marito, in piedi sull’auto presidenziale per la seconda parata inaugurale. Riuscì a sostenere l’impegno solo con l’uso di molti antidolorifici e uno speciale sostegno metallico. La sera tornò a letto e uscì dalla sua camera solo per essere portata in ospedale. Studi successivi portano a ritenere che nell’ultimo mese prima della morte Evita Perón fu segretamente sottoposta a lobotomia come terapia palliativa del fortissimo dolore che il cancro era presumibile le procurasse. Alle 3 del mattino del 26 luglio entrò in coma; le ultime parole riferite, su testimonianza dell’infermiera che l’aveva in cura, furono «manca poco». La morte sopraggiunse alle 20:23 di quello stesso giorno, causa ufficiale «adenocarcinoma» a firma del medico certificatore Alberto Carlos Tarquini; nella comunicazione ufficiale, l’orario fu modificato alle

20:25 e da quel giorno, a quell’ora, quotidianamente fino alla deposizione di

Perón nel 1955, i notiziari della sera si interrompevano ricordando: «Sono le 20:25 minuti, l’ora in cui Eva Perón è passata all’immortalità» .Secondo quanto disse Perón, il desiderio di Evita era quello di non essere sotterrata, poiché già sapeva, in ogni caso, che l’avrebbero esposta, nonché quello che non fosse mai dimenticata. Il medico spagnolo Pedro Ara, che aveva avuto una parte nell’imbalsamazione di Lenin, mummificò il cadavere di Evita, che fu coperto da una bandiera bianca e azzurra e venne posto in una bara chiusa da un vetro trasparente ed esposto alla Segreteria del Lavoro.

La fila dei visitatori raggiunse circa i due chilometri. Le persone aspettarono anche per dieci ore, pur di dare l’ultimo saluto a Evita. Il 9 agosto la bara venne posta su un affusto di cannone, circondata da una marea di fiori e da due milioni di spettatori, portata prima al Congresso, poi alla CGT (Confederazione Generale del Lavoro), dove rimase. Il 23 settembre 1955 scoppiò quella che venne chiamata la Revolución Libertadora. L’insurrezione depose Perón, il quale fuggì e si recò in esilio in Spagna, passando per il Paraguay. La costruzione del mausoleo commissionato da Juan Domingo per Eva, con annesso grattacielo e statua monumentale della First Lady, venne fermata. Il dottor Ara si presentò poco dopo alla Casa Rosada per informare il generale Eduardo Lonardi, salito al potere, che Perón gli aveva lasciato il corpo di Eva; al colloquio partecipò anche il tenente colonnello Carlos Eugenio Moori Koenig, nominato capo del servizio informazioni dell’esercito. Nei mesi successivi Koenig cercò di elaborare nella sua mente un progetto, in seguito chiamato “Operazione Evasione”, di cui rese partecipe anche il generale Pedro Eugenio Aramburu, che il 13 novembre sostituì il generale Lonardi. Lo scopo del progetto era nascondere la salma di Eva, poiché i militari della Revolución Libertadora temevano che qualsiasi posto destinato a ospitare quei resti si sarebbe trasformato in un luogo di culto.Tre giorni dopo la salita al potere di Aramburu, la CGT venne occupata dall’esercito e, nella notte del 22 novembre, venne sequestrato il cadavere di Evita. Moori Koenig mise il cadavere in un furgone, dove lo lasciò per diversi mesi: le spoglie vagarono in numerosi edifici militari, sempre sotto sorveglianza, protetta e nascosta.Quando il colonnello Koenig si rese conto che non poteva continuare a spostare la salma di Evita da un luogo all’altro, né poteva distruggerla (avrebbe causato una rivolta), la trasportò nel suo ufficio, nella sede centrale del servizio informazioni, dove rimase fino al 1957; si dice che Koenig, affascinato dalla perfezione del lavoro anatomico eseguito da Ara sul corpo di Eva, la mostrasse ogni tanto ai suoi ospiti.

Il generale Aramburu (che nel 1970 sarà rapito e ucciso dai peronisti montoneros), dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni per seppellire Evita dignitosamente, si mise poi in contatto con un prete italiano e uno argentino per trasportare la salma in Europa. Vi furono diverse finte salme, perlopiù copie in pietra o statue di cera, a lei attribuite per ingannare i peronisti. Evita fu seppellita sotto il nome di Maria Maggi, vedova de Magistris nel cimitero maggiore di Milano o, secondo altri, nel cimitero vecchio di Sforzatica a Dalmine (Bergamo). Come ricorda una lapide posta nel cimitero di Milano, il 1º settembre 1971 venne riesumata e il corpo fu riconsegnato a Perón nella sua villa di Madrid. Solo nel 1974 la salma tornò in Argentina, accolta da una moltitudine di sostenitori; Perón era stato eletto nuovamente Presidente nel 1973, ma morì pochi mesi dopo il rimpatrio del corpo di Eva, lasciando la leadership alla terza moglie Isabel Martínez de Perón; i militari che la deposero con un golpe nel 1976 s’impadronirono della salma di Evita, che alla fine, per ordine del dittatore Jorge Rafael Videla e tramite il generale Emilio Eduardo Massera, fu riconsegnata alle sorelle Blanca ed Erminda; fu infine seppellita privatamente nel cimitero della Recoleta, dentro la cripta della cappella della famiglia Duarte-Arrieta, accanto alla sorella Elisa (coniugata Arrieta, morta nel 1969). Vista la precedente profanazione del corpo di Juan Perón nel 1988 e i tentativi numerosi di impadronirsi della salma di Evita, il governo argentino ha costruito un particolare sistema di sicurezza, in seguito svelato: le misure elaborate comprendono il pavimento in marmo della tomba, con una portabattente che porta ad un vano contenente due bare. Sotto questo comparto è una seconda porta-battente e un secondo scompartimento, dove riposa la bara autentica di Eva Perón. I biografi Marysa Navarro e Nicholas Fraser scrivono che spesso si afferma che la sua tomba è così sicura da poter resistere a un attacco nucleare: “Riflette una paura”, scrivono, “una paura che il corpo scompaia dalla tomba e che la donna, o meglio il mito della donna, riappaia”. L’interno della cappella, dove si trova effettivamente la sepoltura, è privato e non visitabile dal pubblico, ma intorno al portone di ferro esterno vi sono diverse lapidi, tra cui alcune targhe a lei dedicate. Nel 2006, con la traslazione definitiva del corpo di Perón al mausoleo edificato presso la villa Quinta 17 de Octubre di San Vicente, voluta dal presidente peronista Néstor Kirchner, si parlò di un possibile spostamento anche della mummia di Eva, cosa finora però non verificatasi. La figura di Evita Perón e la sua vicenda umana – che hanno commosso la fantasia popolare di tutto il mondo nell’immediato dopoguerra – ha ispirato, oltre che numerosi scrittori, anche il mondo della musica e del cinema. La sua immagine divenne di culto nel suo paese tanto che le furono dedicate città, una provincia e la sua autobiografia La razón de mi vida (La ragione della mia vita) divenne testo obbligatorio nel sistema educativo argentino. Evita fa parte anche dell’immaginario politico come emblema della sinistra peronista argentina, invisa alle classi elevate anglofile. Il suo stile di moda, comprendente sia gioielli, abiti di lusso, tailleur, pellicce, sia abiti più popolari, e le sue acconciature con chignon o alla pompadour divennero molto noti non solo in Argentina. Alcuni dei suoi gioielli (ammontanti in totale al valore di sei milioni di dollari, compresa una tiara in diamanti donata alla first lady dalla coppia reale olandese, la regina Giuliana e il principe consorte Bernardo) furono rubati (per un valore di quattro milioni) nel 2009 e ritrovati a Milano circa due anni dopo. È famoso il musical Evita del compositore inglese Andrew Lloyd Webber, portato anche sullo schermo in un film dal titolo omonimo con Madonna e Antonio Banderas (in una parodia di questo musical, in un episodio della serie animata I Simpson Lisa diviene presidentessa degli studenti). In Italia, invece, il Quartetto Cetra le dedicò, quando era ancora in vita, il motivetto A pranzo con Evita. Anche il cantautore Skoll, di musica alternativa, ha scritto tre canzoni su di lei (Palabras de vida, Le strade di Buenos Aires, Evita) raccolte nell’album Evita. Nel 2017 anche la band power metal, White Skull gli dedicò una canzone, Lady of Hope, contenuta nel disco Wheel of the Strong.”[5]

Un’ altra storia che parla di donne è senza dubbio quella legata alla leggenda molto cruda sulla fondazione di un bellissimo paesino dell’Abruzzo che racconta di:

“Montebello le cui origini risalgono al XII secolo; nel 1300 fu un feudo di Oderisio. Dopo Oderisio o Oderigi, questo feudo passò nelle mani dei Caldora, successivamente fu signore di queste terre Raimondo Annichino. Nel XVIII secolo divenne un possedimento dei Malvezzi Malvini di Bologna ed oggi. La fondazione di Montebello è legata a una cruda leggenda impressa nel suo toponimo, Montebello, cioè “Mons Belli”che significa  “Monte della Battaglia”, infatti qui si svolse uno scontro che lasciò un profondo segno nella mente e nel cuore dei suoi abitanti. Alla epoca dei fatti questo borgo era, come tutti i borghi medioevali, fortificato e protetto da un castello oggi inaccessibile.

“Era l’anno del Signore milletrecento e… e l’imponete rocca si ergeva su una roccia a picco proprio sulle ribollenti acque del fiume Sangro, una miriade di torce illuminava a giorno la dimora del potente Oderigi, che si preparava a trascorrere un’altra piacevole serata allietata dai musici, dai giocolieri e naturalmente dai velluti e i gioielli delle dame, dalle sfavillanti armature dei cavalieri di corte. Le lunghe tavole, preparate nel salone da infinità di servi infaticabili, abbondavano di selvaggina e vino, la serata trascorreva tra risa canti, danze, giochi, politica e affari; in questo clamore generale nessuna percepiva la nera ala della morte addensarsi all’orizzonte. Solo alcune tenebrose figure, che vivevano nei sotterranei della rocca forse alchimisti, maghi o semplici veggenti, avvertivano l’imminente fine.  Intanto la vita al castello trascorreva lenta e felice, e i giorni scivolavano via con la stessa calma inesorabile con cui il fiume Sangro scorreva nel suo letto. Nel frattempo quelli che sembravano oscuri presagi cominciavano a diventare tragiche certezze e così la marcia lenta ma inesorabile dell’esercito di un feroce signore confinante, che ammassava truppe lungo i confini del feudo, fece tornare alla cruda realtà di quei tempi bui e cruenti l’atmosfera rilassata e felice di corte. Il signore del castello, che mai era stato sconfitto prima ed il castello risultava inespugnabile, iniziò preoccuparsi dell’inusuale spiegamento di forze, per questo fece accentuare la sorveglianza del borgo e della rocca si preparò ad affondare l’esercito nemico. L’alba rischiarava il castello quando un’orda di nemici si abbatté sulle sue candide mura, la battaglia fu sanguinosa. Una pioggia di frecce sibilavano nell’aria, un denso fumo e le fiamme avvolgevano il borgo, l’odore del sangue si spandeva nell’aria, resa pesante da denso fumo che si levava ormai anche dalla rocca. Non c’era più speranza di salvezza e così il nobile dovette arrendersi alla cruda realtà ed accettare l’ignominiosa resa con la quale egli dovette concedere al nemico, per una notte, tutte le donne del borgo. Le urla, i pianti, i gemiti e il rumore metallico delle armature si spandevano nell’aria di un triste imbrunire, mentre si preparava una notte di terrore per gli sconfitti, che solo il nascere di un nuovo e tragico giorno avrebbe posto fine a tutto, come gli spensierati giorni di un passato ormai lontano”. In ricordo di quella tragica e violenta notte questo feudo fu chiamato Castel di Malanoctem, che in seguito i vincitori tramutarono in Buonanotte; infine nella seconda metà del Novecento esso divenne Montebello sul Sangro.

Malanotte

Si narra che nelle notti di luna piena si odano dei cavalli al galoppo, rumori metallici di spade, strane urla levarsi dai ruderi anneriti del mastio che sembra illuminato da una luce irreale, proveniente dal interno della rocca.” Un’altra leggenda dice che nella notte del 31 ottobre si vedano degli incappucciati attraversare le vie deserte di Malanotte, essi portano delle fiaccole accese e si fermano davanti alla chiesa scomparendovi il volto al suo interno.”[6]

Sempre in tema di leggende c’è una legata ad un meraviglioso castello quello di Roccascalegna legato alla barbara tradizione dello Jus Primae noctis molto diffuso anche in area ispanica e ispanoamericana nella leggenda si racconta che:

“Adagiata lungo le pendici del colle “Piana dei Monti”, attraversata dai fiumi

Sangro e Aventino, immersa tra boschi di macchia mediterranea, ad appena 30 chilometri dal mare e a 15 dalla montagna, a solo 455 sul livello del mare, sorge Roccascalegna, un ameno paesino di probabili origini medioevali. Molte leggende sono nate intorno alla fondazione di questo piccolo comune, come quella che narra che gli abitanti di Amnium, antica città romana fondata nel 300 a. C. nei pressi del fiume Sangro, per sfuggire alle continue invasioni dei mori, si spostarono verso l’interno dando vita a molti villaggi tra cui Roccascalegna. Sempre in tema di leggende si dice che i fantasmi dei antichi abitanti di questa città vaghino ancora per questi luoghi.

La vita religiosa dei primi abitanti di Roccascalegna si organizzò intorno all’abbazia di San Pancrazio, il cui primo riferimento si fa risalire al 829. Durante il medioevo, infatti, i due centri più importanti su cui si accentavano le genti, erano i castelli e le chiese, sia esse monasteri o abbazie. Il suo imponente profilo si erge a circa chilometro circa dal centro urbano di Roccascalegna, lungo la strada provinciale Altino-Pennadomo. Essa dipendeva dal monastero di San Liberatore a Majella e nel 1176, secondo quando si legge nella bolla firmata da Alessandro III, passò alle dipendenze di San Giovanni in Venere.

Castello di Roccascalegna

Ricostruita ex novo, come si può leggere sull’architrave del portone, forse perché distrutta dal colera e dalle continue incursioni saracene, la sua ubicazione iniziale rimane tuttora un mistero. La vita di questa antica badia fu molto travagliata, tra il 1324-1325 essa aveva la giurisdizione a Rocca Scaregna e sulle chiese di Santa Maria, S. Angelo e San Criscentiani, di cui oggi non vi sono tracce.

Abbandonata intorno al 1500 dai benedettini, a causa della peste e di una forte carestia, fu affidata agli Agostiniani, che non ne ebbero molta cura, poiché verso la fine del 1500, essa versava in uno stato di completo abbandono. A questo punto, le notizie sull’allora chiesa madre, si fanno sempre più frammentarie fino a perdersi nei meandri polverosi del tempo, per poi riapparire nella seconda metà del 1900, quando essa fu restituita, dopo un’ accurato restauro, agli antichi splendori di chiesa medioevale.

Oggi si può ammirare la bellezza delle pietre variopinte, delle arcate gotiche, nella semplicità delle due navate prive di addobbi al cui centro si trova l’altare su cui è posta la statua di San Pancrazio e infine la solenne torre campanaria il cui apice termina in una bifora.

Intorno a questo luogo, adiacente il cimitero, sono fiorite numerose leggende tra cui quella nella quale si narra che la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre dentro l’abbazia si riuniscono i morti per una solenne cerimonia. In un’altra leggenda si dice che l’ombra proiettata dal campanile della chiesa sulla collina di “Piana dei Monti”, sia il luogo dove i briganti sotterrarono un favoloso tesoro.

Ripercorrendo, virtualmente, il cammino degli antichi viandanti si arriva al borgo medioevale, sviluppatosi intorno al castello, posto su una roccia calcarea. I nostri avi per entrare a Roccascalegna, che allora si chiamava Rocca Scaregna o Rocca Scarenya, dovevano accedervi mediante due porte: una chiamata porte “Porta del Forno” e l’altra chiamata “Porta della Terra”. Attraversata la “Porta del Forno”, poiché dell’altra porta ne ignoriamo l’ubicazione, si accede al borgo vero e proprio. Appena attraversato il “Supporto”, una sorta di arcata che serviva per non intralciare il transito e, nello stesso tempo, di aumentare lo spazio delle abitazioni. Sulla destra del Supporto si trova una gradinata porta alla la chiesa di San Pietro e alla rocca. A ridosso della chiesa di San Pietro si trovava il centro artigianale, con le sue piccole bottegucce, forse anche un forno, e la casa della famosa strega “Comare Rosa”.

La chiesa di San Pietro è ubicata proprio sull’ ultima propaggine dello sperone roccioso del castello, costruita in un lasso di tempo imprecisato tra la metà del XIV e l’inizio del XV secolo. Su questa chiesa i baroni del luogo avevano patronato, che si basava sul diritto di presentare all’arcivescovo i candidati da nominare al titolo di parroco e questi dovevano, in un certo senso, obbedienza cieca al nobile di turno. Secondo vox populi, pare che solo due parroci si siano ribellati al potere dei baroni, ma questo loro atto finì in tragedia, infatti, furono assassinati in maniera crudele e tremenda.

Con l’andare del tempo, questo edificio sacro è divenuto l’unica chiesa parrocchiale dell’intera comunità, poi persa nel 1934 a favore della più centrale chiesa di SS. Cosma e Damiano.

La sua imponente mole è stata restaurata alla fine degli anni ’90 del novecento, e oggi si può ammirare la magnificenza di tesori che custodisce oltre alla sua rara bellezza e ieraticità. Al suo interno si può vedere la statua del Cristo Morto, la Madonna dei Sette Dolori con il sua triste veste nera e il pugnale che la trafigge, tipico retaggio della dominazione spagnola, la statua di Santa Lucia del 1893, San Pietro assiso sul suo trono posto proprio sull’altare oltre che moltissime reliquie conservate in sette teche.

Si dice che quando suonano le campane di San Pietro si sta per grandinare e il suo poderoso suono, il più delle volte, ha evitato questo grave flagello. Continuando a seguire i pellegrini virtuale saliamo l’erto sentiero che mena verso l’ingresso del castello. Dopo aver percorso una lunga gradinata ci si ferma ad ammirare quello che resta di un ponte levatoio che serviva come attraversamento del fossato antistante, oltre che ulteriore difesa del castello. All’interno si può osservare la Torre crollata sulla cui sommità dell’arco vi era scolpito un cuore e che forse rappresentava la camera da letto del temibilissimo barone corvo de Corvis crollata nel 1940, la Torre di sentinella, la Torre quadrata, la cappella dedicata al Santo Rosario, la Torre Angioina, il magazzino, la Torre del Carcere e le segrete.

Sull’origine di questo maestosa rocca non vi sono elementi precisi ma da vari riferimenti storici possiamo affermare che esso esisteva già nel XIV sec. Tra le diverse ipotesi formulate quella più attendibile potrebbe essere che durante le lotte Bizantine Longobarde, tra il V e VI secolo d.C. i Longobardi scelsero questa roccia arenaria come loro difesa e la fortificarono, poiché essa risultava essere al centro di un collegamento tra le varie postazioni longobarde, chiamate “Fare”, che oggi rimangono solo nei toponimi di molti paesi del nostro Abruzzo. Con l’aumento demografico e l’incastellamento signore e padrone del castello abbisognava di un proprio “spazio” per difendere meglio suoi sudditi, i quali furono costretti a stabilirsi fuori dalle mura dei manieri, e forse da lì che nacquero i borghi medioevali. Il Castello, durante la sua lunga e tormentata vita, è stato poco abitato ed ha avuto delle lente e molto limitate trasformazioni.

Il primo feudatario del castello fu Annichino de Annichinis, soldato di ventura tedesco, giunto qui al seguito del valente condottiero Giacomo Caldora, che per i servigi resigli, gli regalò il feudo.

I suoi discendenti: Raimondo, Alfonso e Giovanni Maria, furono abili governanti ed arrivarono a possedere 15 feudi compreso il nostro; purtroppo Giovanni Maria, nonostante la sua abile politica diplomatica e i suoi interventi di manutenzione ed adeguamento del castello alle armi da fuoco, si macchiò di diverse colpe, come: l’assassinio di un nobile, la complicità più o meno evidente con i francesi, l’odio manifesto nei confronti del monarca spagnolo Ciarlo V, il suo legame con i Riccio di Lanciano, che nel 1528 circa, gli fecero perdere il feudo e il titolo, che fu acquistato dai Carafa di Napoli, che, a loro volta, lo persero a causa di un certo Orazio che in seguito al applicazione di leggi inique e lesive, fu trucidato dagli abitanti di Roccascalegna nel 1584. Il feudo tornò al Regio Demanio e nel 1597 fu acquistato per alcune migliaia di scudi dalla famiglia De Corvis di Sulmona e proprio a un loro discendente che si attribuisce un fatto di sangue accaduto nel castello che segnò per sempre la vita di questo tranquillo e ameno angolo del nostro meridione.

Il feudo di Roccascalegna fu acquistato dai “Corvi” di Sulmona nel 1599 circa, per la precisione dal barone Vincenzo Corvi per 10.000 ducati, a questi successe Annibale, quindi Giuseppe, da questi passò a Giovanni Battista, poi fu la volta di Annibale III, successivamente il feudo finì nelle mani di Pompeo, e alla fine Pompeo Filippo lo vendette a un aristocratico di Palena, Don Nicolò Nanni, e così si chiuse la saga dei baroni Corvi di Sulmona.

Si racconta che nella prima metà del 1600 un certo barone De Corvis fu nominato membro del Senato di Napoli, questo incarico stabiliva che coloro che la ricoprivano dovevano necessariamente rimanere a Napoli. Il barone, quindi aveva bisogno di denaro per potersi permettere il soggiorno partenopeo e così impose gabelle e balzelli vari a tutti i suoi suddetti, compresi i poveri abitanti di Roccascalegna, residenza estiva e feudo del De Corvis.

Il barone era molto tirannico e forse feticista, comunque per vessare ancor di più i suoi vassalli, impose loro di venerare un corvo nero come le tenebre e chi si rifiutava di genuflettersi al cospetto di questa creatura della notte veniva arrestato e buttato in un pozzo, dove vi erano delle spade conficcate nel terreno che dilaniavano i corpi dei poveri sventurati.

A causa di questa sue strane ossessioni, il barone fu ribattezzato dal popolo come Corvo de Corvis, ma il Corvo non pago dei vari soprusi decise di imporre la legge dello “ Jus Primae Noctis”, ovvero “il diritto della prima notte” e quindi chi sposava doveva “ricomprare” la propria moglie in base al pagamento di un tassa stabilita dal signore del castello su canoni che tutt’oggi ignoriamo e coloro che non potevano riscattare la propria sposa…

Appena questa legge divenne operativa il reverendo scomunicò il barone e sobillò la folla a ribellarsi, ma i “bravi” del signorotto sorpresero il parroco mentre cercava di mettersi in salvo dagli anatemi del nobile, e lo trucidarono proprio ai piedi del castello.

 Oramai il destino del barone era segnato e così un giorno si presentarono dal barone due giovani che volevano sposarsi ma l’uomo non aveva i soldi per ricomprarsi la moglie e così fu costretto accettare di cedere la donna per la prima notte.

La donna all’imbrunire, dopo essersi sposata, si recò al castello, le porte si aprirono e la donna vide l’interno del mastio illuminato da miglia di fiaccole che rischiaravano il suo cammino. Arrivata che fu alla camera del barone si coricò, ma mentre il barone quarantacinquenne faceva lo stesso, gli spaccò il cuore con un colpo di stiletto. Il de Corvis morente si appoggio la mano sul cuore, nel vano tentativo di fermare il sangue che fuoriusciva copioso dalla ferita, e appoggiò la sua mano insanguinata vicino al suo capezzale, maledicendo la stirpe della sua assassina.

La folla inferocita assaltò il maniero uccidendo il corvo e liberando il paese da un incubo che lo aveva attanagliato per anni.

La leggenda dice che in epoche diverse si sia provato a cancellare la mano di sangue che campeggiava sul capezzale della camera da letto, ma essa riaffiorava più vermiglia e nitida di prima, finché nel 1940, in seguito a un annata particolarmente piovosa, parte del castello è crollato portandosi via anche la camera dove era successo l’omicidio.

Un’altra leggenda narra che, nelle notti di tempesta quando il vento sferza le merlature del mastio e le nubi basse e neri accarezzano la torre, un volo radente di corvi preannuncia il ritorno del barone che passeggia inquieto per le stanze del suo antico maniero, cercando la pace eterna.

Questa è una leggenda e come tale i personaggi non sono realmente esistiti, ma il de Corvis rappresenta l’incarnazione della perfidia e cattiveria con cui il potere ha dominato e continua a dominare le genti di tutti i tempi e luoghi della Terra.

Dopo i De Corvis vi furono, come abbiamo detto, Croce – Nanni, che nella prima metà del 1700 acquistarono il feudo, che in breve tempo fu abbandonato a se stesso, poiché fu chiuso, in quanto essi si trasferirono in un palazzo baronale al centro del paese, oggi adibito ad abitazione privata.

I Croce-Nanni si macchiarono di un feroce crimine nei confronti di un clerico: era settimana Santa del 1720, quando, come atto dimostrativo nei confronti dei riottosi abitanti del feudo, il fratello del Barone, prese un parroco della chiesa di San Pietro e lo legò alla quarta colonna di destra e dopo averlo seviziato dal giovedì Santo fino al sabato egli morì.

Durante il Brigantaggio la torre fu sede della Guardia Nazionale e durante le due Guerre Mondiali diede asilo a ogni sorta di malfattori.

Il castello rimase proprietà dei Croce – Nanni fino agli inizi degli anni ‘ 80 del novecento, quando fu donato al comune che iniziò una poderosa e abile opera di restauro, culminata nell’apertura al pubblico nella seconda metà degli anni

’90.”[7]

Ed ancora:

“Roccascalegna is a small town situated at 455 meters above sea level, in a valley right of the Rio Secco, a tributary of the Aventino river, in the inner mountains of the province of Chieti, midway between the mountains and the sea; its inhabitants are called roccolani. The tourist arrives here from the fast lane called “Fondo Valle Sangro”, and is astonished at the sight of the castle, rising like a precious jewel encased inside the green hills covered with Mediterranean vegetation. Corvo de Corvis – The special feature of Roccascalegna is its castle, rising on a rock of limestone, which is connected to a bloody event: the murder of the most cruel, devil-like, violent baron of the castle, Corvo de Corvis, killed by the people of the village in his own castle. Historically, the Baron was at times identified with Annibale Corvi or with a man of the Carrafa family, but in truth his existence is enveloped in the legendary mist of past times. The fiefdom of Roccascalegna was purchased by the Corvi family from Sulmona in the year 1599, exactly by baron Vincenzo Corvi for 10,000 ducati; Vincenzo was suceeded by Annibale, then the title passed to Giuseppe, to Giovanni Battista, to Annibale III, and finally to Pompeo Filippo who sold it to a noble gentleman of Palena, Don Nicolò Nanni, which ended the saga of the Corvi barons from Sulmona. The legend of the Castle – Baron Corvo de Corvis, who left a deep mark in the imagination of the people of Roccascalegna, lived in the Spanish period, that is in the 16th century; he never stopped exacting taxes of all kinds, and also obliged his subjects to kneel before a raven, black as the darkness surrounding the castle. The raven was placed in a cage before the castle door, where he could see all the activities of the people and anybody going to or leaving the village had to pass in front of the bird, along the only road leading to the settlement: those who refused to pay homage to the bird were arrested and at times killed. Many years of terror went by, and the baron, turning forty-five years old, decided to introduce the most hideous of medieval feudal customs, the “Jus primae noctis”, which obliged every newly-wed bride to spend her first nuptial night with the Baron. This unjust violent law deeply angered the parish priest, who protested publicly; the Baron then ordered his guards to punish the priest, and the poor courageous man was killed at the entrance of the village, while he was trying to escape.

Time went on, until one winter night a young bride, while the baron was going to lay in bed beside her took out a sharp dagger she had taken with herself and stabbed the Baron in the heart. She fled away in panic, while the dying baron shouted at her horrible curses. The baron’s son wanted to take revenge, but the Abbot of San Pancrazio was able to convince him to abandon his bloody purpose. On the point of death, the Baron placed his bloody hand on the wall on top of his bed, where they say the mark remained until 27 January 1940, when the bedroom fell in ruin with the tower of the castle. They also say that, though in the centuries the people tried to wipe away the scarlet hand, this always came back as red as ever, as for witchcraft. There is also a story that on stormy nights, when the chilly Northern wind hits the merlons of the castle, and the door creaks, the ghost of the takes possession again of his ancient manor, and is compelled to repeat endlessly his tragic death, in the company of his faithful raven who disappeared with him. The Abbey Roccascalegna, whose name is derived most probably from a Lombard lord, is also famous for the Abbey of San Pancrazio, established by Benedictine monks in the ninth century AD as a dependence San Liberatore a Majella, then in 1176 Pope Alessandro III signed a Bull that moved the Abbey to the jurisdiction of San Giovanni in Venere. The stone frame of the portal is dated 1205, and was rebuilt probably after an attack of the Saracens. In 1324-1325 the abbey ruled over Roccha Scaregna and the churches of Santa Maria, Sant’Angelo and San Criscentiano

(of which no trace is left). In the mid-16th century it was abandoned by the Benedictine monks, probably after a famine or plague, and later became a monastery of the Agostinian order. In the late 16th century it was already almost abandoned, and only in the mid-19th century restoration works allowed to uncover its pristine splendor and beauty.

Many legends are connected to the walls of the old Abbey, possibly because it rises beside the cemetery – it is said that on the night before November 1st inside the church the dead gather for a solemn ceremony. Another legend says that inside an opposite hill brigands buried a treasure on the spot where the shadow of the bell tower fell.”[8]

Le donne da divinità creatrici di vita diventano prima comprimarie e nel corso della storia sempre più comparse fino a diventare trasparenti e alla fine a scomparire dalla storia. Alcune fonti imputano questo passaggio culturale da una società matriarcale ad una patriarcale al sincretismo cristiano e in particolar modo a Lilith che rappresenta il definitivo passaggio da divinità benefiche a quelle maligne e malefiche come le streghe e tutte le divinità demoniache diffuse durante il medioevo.

Lilith era:

“Tra le tante divinità che possono essere considerate l’anello di congiunzione tra le dee, le fate e le streghe, Lilith sembra essere quella più appropriata. Lilith è la dea della tempesta ed è un demone femminile.

Lilith

Fu la prima moglie di Adamo ma, disobbedendo ai voleri di suo marito, fu allontanata; nella mitologia islamica è la moglie di Iblis, il diavolo, e la madre di tutti gli spiriti maligni. Secondo quanto afferma Fabio Truppi, Lilith non fu la sola divinità oscura dell’antica civiltà del Vicino Oriente antico. Altra terribile dea-demone mesopotamica denominata, tra l’altro, “sorella delle divinità delle Strade”, era Lamashtu. Da entrambe deriverebbe proprio la famosa dea greca Ecate, figlia di Zeus e Latona, o di Perseo e Asteria, oppure di Ade e Demetra. Ecate era anzitutto la personificazione della Luna, non priva di aspetti sinistri, la quale presiedeva durante la notte alle strade; la sua statua veniva posta in ogni incrocio, e incuteva paura persino agli spiriti, essendo essa la guida notturna dei morti. Fu ideata con tre teste, le tre fasi lunari, con chioma di serpi, reggente fiaccole e pugnali; siamo in presenza di una delle prime forme di Trinità divina (come per la teologia cristiana nei confronti del proprio Dio) largamente diffusa e conosciuta e di cui si hanno raffigurazioni già nel VI secolo. a.C. (una divinità analoga altrettanto importante nella cultura minoica del II millennio a.C. era stata la cosiddetta Dea dei Serpenti.) Gli antichi Greci credevano che avesse influenza sul bestiame, rendendolo fecondo o sterile a seconda del suo imperscrutabile volere; per far propendere verso la prima di tali evenienze, essi non mancavano di offrirle focacce con impressa la figura di un bue o di un ariete. La civetta era la sua messaggera sebbene nelle raffigurazioni essa poteva apparire più spesso con cani ululanti e simboli lunari; le fiaccole soprattutto significavano la sua funzione di accompagnatrice e protettrice degli uomini nella loro vita e nella strada dal mondo dei vivi a quello dei defunti. La denominazione Hekate Kleídoukoz, vale a dire “Colei che tiene la chiave”, si riferisce all’attributo divino che chiarisce come ella fosse predisposta a sorvegliare il “passaggio” dal mondo superiore al mondo infero, ctonio. Il serpente era collegato al mito del labirinto e di tale “passaggio”, ma anche al mondo degli inferi, dal momento che striscia sulla terra, divenendo poi secoli dopo, nella cristianità, il simbolo stesso del male. Presso le popolazioni di cultura celtica, tale importante divinità corrispondeva a Morrigan, la triplice dea lunare moglie del grande dio della luce Lug, di sicura derivazione dalla primigenia Dea Madre della fertilità e della vita. L’aspetto della Trinità (la vergine, la madre e la vecchia), come risulta anche dalla statuaria celtica, è accompagnato dal simbolo della Luna giacché quest’ultima in cielo percorre il triplice ciclo di nascita, crescita e morte. (Figura letterariamente vicinissima alla Morgana arturiana, alter ego dello stesso druido Merlino). Altre figure molto simili e vicine nella loro significativa simbologia divina sono le Moire della mitologia greca, le tre divinità vestite di bianco, chiamate Cloto, Lachesi e Atropo, rappresentate nell’atto di filare i giorni della vita di ogni uomo, dalla giovinezza alla vecchiaia. In particolare Atropo, la più piccola di statura delle tre, era considerata anche la più terribile, anche e soprattutto perché apportatrice della morte. Tutte e tre, altamente venerate, erano la personificazione stessa del Fato ineluttabile. Nell’antica Roma, la divinità che più di ogni altra si può accostare a Lilith è senz’altro Diana (l’Artemide dei Greci), considerata dea dei boschi e anch’essa personificazione della Luna. Un barlume di tendenza al “rispetto” è d’altronde riscontrabile proprio nella festa a lei dedicata e celebrata dai Romani il 13 agosto, la cosiddetta “festa degli schiavi”. Con il crollo dell’Impero Romano e la definitiva cristianizzazione dell’Occidente, tutte le divinità pagane vengono eclissate, seppure mai del tutto, mentre si assiste a un crescente e implacabile dominio dell’importanza del ruolo maschile rispetto a quello femminile. A ciò va aggiunta quella profonda crisi economica e sociale che investì il Basso Medioevo, scatenata dall’arrivo e dalla diffusione epidemica della peste in Europa, causa di uno spaventoso tracollo demografico, anzitutto, e di una esasperata paura della morte e del giudizio divino cui neppure la fede e il fervore sembravano porre rimedio. Conseguenza dalle complesse sfaccettature di questa situazione sarà il fenomeno della caccia alle streghe, laddove la vittima sacrificale, che solo il fuoco poteva realmente purificare dal male, diveniva il bersaglio designato di un malessere ormai sfociato nel delirio più atroce e nel più buio oscurantismo (le streghe erano persino accusate di trasmettere malattie). Eppure il fenomeno della cosiddetta “stregoneria” oggi sappiamo essere molto più razionale e stratificato, nella sua manifestazione, di quanto si è pensato per secoli, fino a tempi recenti. Nell’Europa medievale ci sono donne che, in mancanza di poteri istituzionali, tentano di far sopravvivere il proprio gruppo sociale mediante nozioni che sono state loro tramandate da tempi ancestrali, e quindi utilizzano il buon senso e la saggezza per risolvere liti, usano erbe e decotti per curare, invero, le malattie, il tutto alimentato e tenuto vivo dalla fede nei vecchi dei, molto spesso identificabili con la Natura stessa, con il mondo delle piante e degli animali. Un concetto sempre più mal tollerato dalla Chiesa con il passare degli anni, tant’è che fu solo in un secondo tempo, quando il fenomeno divenne troppo rilevante per essere accantonato, che si ritenne necessario combatterlo, da principio classificando la stregoneria come una delle tante sette eretiche e successivamente come una categoria a parte. Irrimediabilmente segnata appare la sorte della civetta, del gufo e del barbagianni, tutti e tre uccelli notturni, ritenuti indistintamente e simbolicamente malefici e “ctonici”, i quali divengono vittime di un ulteriore equivoco che lega la civetta alla parola “strega”; in realtà, una certa differenza tra i vari animali era comunque presente soprattutto nell’antica Grecia dove il gufo era rispettato e ritenuto una sorta di animale sacro, nonché simbolo della dea Atena, a differenza della civetta che poteva invece far parte della selvaggina con cui eventualmente cibarsi. La strix di cui ci parlano Plauto, Properzio, Ovidio e Plinio, quell’uccello notturno che succhia il sangue soprattutto dei bambini e che sovente si presenta come la metamorfosi di una donna malvagia o di una larva, è però identificabile specificamente con il barbagianni; eppure in parecchi dialetti italiani la civetta (che in latino in verità è noctua) verrà chiamata in un modo che dipende proprio dalla parola strix, la cui assonanza con il termine sarà fin troppo scontata. Nella traduzione rabbinica medievale, Lilith è la sposa infedele di Adamo, la preferita delle quattro mogli del Diavolo e persecutrice dei neonati; il suo odio per Eva scaturiva dal fatto che lei le aveva preso il posto nel cuore di Adamo. Lilith era talmente temuta e la convinzione del suo potere nefasto fu talmente forte nel popolo ebraico che il capofamiglia, o una persona nota per la sua pietà, attaccava alla porta, sui muri, sul letto delle scritte che dicevano “Adamo, Eva, fuori Lilith”. Qualche volta venivano aggiunti pure i nomi dei tre angeli (Sanvi, Sansanvi e Semangelof) che, incaricati di annegare Lilith nel Mar Rosso, ne ebbero pietà e la risparmiarono facendosi promettete che non avrebbe fatto del male ai bambini là dove vedeva i loro tre nomi. Mentre la notte della circoncisione, in una ricorrenza così importante per gli Ebrei, Lilith veniva allontanata con la recitazione di letture pie. Per tutto il Medioevo la civetta Lilith è unanimemente considerata come l’aspetto femminile ancestrale della sessualità oscura, nonché essere funereo e notturno, così come descritto nei bestiari medievali, e fin troppo facilmente entrerà a far parte della tradizione esoterica e alchimistica. Per centinaia d’anni dunque la fama e l’influenza avute dal mito di Lilith si sono tramandate e preservate con una diffusione tale da ritrovare nella tradizione celtica chiari riferimenti a esso, successivamente all’importante divinità lunare di Morrigan. In particolare, è nella mitica figura irlandese della Banshee che persistono tratti evidenti celtizzati della dea Lilith e del legame con il mondo dell’oltretomba. La Banshee, così come leggiamo nel classico Dizionario irlandese, non sarebbe altro che uno spirito femminile, o fata-donna, che di notte era solita cantare lamentazioni funebri presso quella casa in cui qualcuno giaceva malato ed era vicino alla morte. Una tradizione […] simile a quella italiana dell’Uccello della Morte […]. Lilith, secondo la tradizione albigese, è una delle regine del Graal e, poiché gli albigesi sarebbero di razza elfica, il toponimo della loro città più importante, cioè Albi, in provenzale antico starebbe ad indicare un elfo femmina o, per estensione del significato, una fata. Gli Elfi femmine e le Fate erano guardiani della luce, della terra, della foresta e Spiriti Elementali. Sembra che gli albigesi, cioè Albi-Gens, fossero una stirpe delle potenti divinità sumeriche chiamate Anun-na-ki, cioè “il cielo che giunge in terra” oppure “coloro che vennero dal cielo”, come alcune fonti lasciano intendere, aprendo così alla possibilità che gli Anunnaki fossero una razza aliena.”[9]

Parlando di donne magiche non si può fare a meno di citare Maleficant vittima proprio delle lusinghe degli uomini e di un uomo in particolare che le rovinò la vita e di Grimilde e del suo alterego umana Regina della serie televisiva Once upon a time che ebbe a dire che cattivi non si nasce ma si diventa!


[1] http://www.juntadeandalucia.es/averroes/centros-

tic/14700390/helvia/sitio/upload/guia_trabajada_Como_agua_para_chocolate.pdf

[2] http://web.tiscali.it/didonato/nicoletta/rubriche/maria_suriani.htm

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Dolores_Ib%C3%A1rruri

[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Carmen_(opera)

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Evita_Per%C3%B3n

[6] https://www.prolocomontebello.com/la-leggenda-narra-che/

[7] http://www.terraincognitaweb.com/il-diritto-della-prima-notte/

[8] https://www.italyheritage.com/magazine/2003_01/b.htm

[9] “Dee, fate, streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini EditoreTabula Fati, 2017.  Pagine 51-56-

Fonti

 “Dee, fate, streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo” di Nicoletta Camilla Travaglini Editore Tabula Fati, 2017. 

https://www.antena3.com/series/amar/noticias/video-gracias-manolita-por-ensenarnos-amar-sin-limites_201903065c80fab80cf2e6d4ecc004e9.html

http://www.gavilan.edu/spanish/gaspar/html/3_08.html

http://web.tiscali.it/didonato/nicoletta/rubriche/maria_suriani.htm

Fonti delle Immagini

Foto di Travaglini Nicoletta Camilla

https://www.antena3.com/series/amar/personajes/itziar-miranda-manolita_20121113571e61246584a8abb582c176.html

http://www.comitatiduesicilie.it/costumi-dellabruzzo-citeriore-e-ulteriore/

https://it.wikipedia.org/wiki/Lilith#/media/File:Lady-Lilith.jpg

https://it.wikipedia.org/wiki/Dolores_Ib%C3%A1rruri

https://www.okmugello.it/news/cultura/886609/valdisieve-pontassieve-carmen-di-georges-bizet-venerdi-8-novembre-lopera-damore-entra-in-scena

https://www.welfarenetwork.it/sulle-tracce-di-eva-peron-20160205/

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