30 Settembre 2020

IL SEGRETO DELLE NAVI DI NEMI

Digital

Il viaggio del Faraone nella Duat

di Teresa Ceccacci

Il lago di Nemi – foto G. Pavat 2006

Un’eredità ingombrante quella che gravò sul capo di Gaio Giulio Cesare Germanico, detto Caligola. Il governo perfetto e moderato di Augusto, che vacillava già nelle mani di Tiberio, despota sanguinario, proseguì in apparente equilibrio fino a crollare miseramente a causa delle volubili decisioni di questo principe, figlio del valoroso Germanico.

Caligola, pronipote di Augusto, appartenente alla dinastia Giulio-Claudia, che in principio incarnava i valori della famiglia paterna, godendo di una notorietà speciale tra le classi più popolari, in seguito divenne l’imperatore più disprezzato, il mostro visionario, un giovane squilibrato che infranse ogni velleità repubblicana assumendo addirittura tutti gli onori e le cariche in un unico giorno. Descritto dai biografi, cruento assassino, despota perfido e scandaloso, megalomane per lo sfarzo che dedicò al culto orientale di Iside, fece costruire, come tramandato dalle fonti, imponenti navi-tempio, veri palazzi galleggianti sul lago di Nemi, lo specchio d’acqua naturale nel cratere vulcanico circondato dal bosco sacro di Diana.

La zona collinosa, comprendente il lago di Nemi (Speculum Dianae), era la sede dei più antichi culti italo-pelasgi. Derivati da un antico vulcano, i colli albani vedono la presenza di due laghi nei crateri profondi, il lago di Albano e quello di Nemi, sacro all’antichissima religione dei Paleolatini; infatti questa località venne prescelta per i maggiori santuari del Lazio. Era lì che risiedevano gli Dei: Giove Laziale che presiedeva su tutta la regione, Diana la regina dei boschi e Giunone dea di Lanuvio, che diventerà Juno Sopitae Mater Regina, protettrice dell’Impero Romano. La dea Diana, in parte assimilabile alla greca Artemide, aveva un bosco a lei consacrato, proprio ai piedi del monte.

Qui avveniva un antichissimo culto, sorvegliato dal Rex Nemorensis (il Re di Nemi). Si trattava di una funzione sacerdotale ricoperta da uno schiavo fuggito, che aveva ottenuto quell’onore uccidendo il suo predecessore in un duello rituale e poteva rimanere al suo posto solo fino a quando avesse difeso con successo il suo rango contro tutti i nuovi sfidanti. Il sacerdote aveva la facoltà esclusiva di recidere le fronde di un albero sacro contenente un ramo d’oro, ritenuto sacro nel bosco di Diana.

Lago di Nemi visto dall’imbocco dell’emissario – foto G. Pavat 2006

Il più alto dei colli albani è il monte Cavo (anticamente monte Albano), su cui si festeggiavano ogni anno in primavera le Feriae Latinae, a conferma della posizione di rilievo dei colli, centro naturale del Lazio. Il monte era sacro e rappresentava l’omphalos (ombelico) del mondo, come si afferma nel libro di Giobbe o nei salmi di David. 

Nelle epoche preistoriche le terre laziali (Saturnia Tellus) erano sommerse dalle paludi dell’agro romano e pontino, e da esse emergeva il grande vaso (caldera) del vulcano Albano con i suoi tre crateri attivi: Albano-Nemi-Ariccia, che poi si trasformarono in laghi.

La leggenda delle navi di Caligola sommerse nel fondo del lago di Nemi si tramandava dagli abitanti del luogo, che vedevano emergere di tanto in tanto antichi reperti dalle profondità delle acque e fu a lungo alimentata da ritrovamenti casuali dei pescatori. Si riteneva che le navi di Nemi conservassero ingenti tesori, che dovevano essere recuperati. Il ricordo delle navi di Caligola si tramandò di anno in anno, tanto che dal Rinascimento si approcciarono i primi tentativi di recupero delle imbarcazioni. Si recuperarono così oggetti d’arte, ma i continui tentativi danneggiarono seriamente la struttura delle navi, e iniziarono i primi saccheggi.  Nel 1920 un gruppo di archeologi italiani, per volontà di Benito Mussolini, recuperò le navi a venti metri di profondità.

Finalmente il 20 ottobre 1928, Mussolini avviò lo svuotamento del lago e il 28 marzo 1929 affiorarono le strutture più alte della prima nave. Due enormi scafi a remi, che misuravano, 71 per 20 metri, e la seconda 75 per 29 metri, dotati di ogni sfarzo, che vennero colati a picco intenzionalmente a seguito della Damnatio memoriae di cui Caligola fu oggetto.

L’entità della scoperta e l’opulenza degli oggetti rinvenuti a bordo rilevò la veridicità della leggenda. Sul finire del 1932 si recuperò anche una seconda nave. Gli studi successivi avanzarono ipotesi circa la loro funzione, si individuarono pertanto, un battello-tempio ed un battello palazzo. I due relitti vennero posizionati all’interno di un museo progettato dall’architetto Vittorio Ballio Morpurgo e inaugurato il 21 aprile 1939.

Entrambe le navi, nel 1944, bruciarono in un incendio che oggi suscita non pochi interrogativi, e che le distrusse completamente. Una perdita inestimabile. A risvegliare la speranza tuttavia, vi è la leggenda che il lago possa nascondere una terza nave, ancora più grande e maestosa delle altre, coperta fino ad ora da una frana e di cui si occupa un architetto di Genzano, Giuliano Di Benedetti, impegnato da anni nella ricerca.

La ricostruzione in scala delle due navi di Caligola (37-41 d.C.) al Museo delle navi romane di Nemi (foto G Pavat 2005). Il Museo venne costruito tra il 1933 e il 1939 proprio per ospitare le due gigantesche navi recuperate nel lago vulcanico tra il 1929 e il 1931 e andate distrutte in circostanze mai chiarite nel 1944.

A cosa servivano le navi?

Caligola era devoto alle divinità Egizie, e Nemi, città sacra alla Dea Diana, potrebbe essere stata la sede dei famosi riti isiaci (culto di Iside). Le fonti riportano che egli fece uccidere il Rex Nemorensis, forse per poter istituire un antico culto a Roma, quello del Vulcano, proprio attraverso i riti egizi. L’Imperatore aveva concepito le sue navi per celebrare gli antichi culti del luogo che vedevano nella grande madre l’incarnazione di Iside-Diana. Nelle “metamorfosi” di Apuleio, appare chiara la funzione della nave di Caligola: vi era un giorno consacrato a Iside da secoli (navigium Isidis=la nave di Iside, festa che segnava la ripresa della navigazione dopo il periodo invernale), in cui i sacerdoti le avrebbero offerto le primizie consacrando una nave che ancora non aveva mai sfidato le onde del mare. Le navi emerse dall’acqua di Nemi, potrebbero rispecchiare questo rito antico, o forse era lì che avvenivano i “notturni abbracciamenti con la Luna”, come afferma Svetonio alludendo all’accoppiamento del Faraone con sua sorella-consorte. Diana potrebbe essere stata identificata in Drusilla, sposa e sorella di Caligola, la cui statua venne ritrovata a Nemi nelle sembianze della divinità. Il culto di Iside, legato al ciclo della morte e della rinascita, dilagò in tutto l’impero romano, dimostrando di subirne il fascino. Di contro, la parte romana più conservatrice lo vide come culto profanatore, un oltraggio alla Divinità nemorense Diana. Si tentò quindi di cancellarne ogni traccia tacciando Caligola di essere un mostro visionario, ed un folle megalomane, anziché uno stratega politico che operò seguendo un disegno dettato da un preciso piano politico-religioso. Caligola venne condannato alla perdizione eterna. E le navi?  furono inabissate per cancellare la memoria di un rito profano? e come fu eseguito l’affondamento se, come si tramanda, esse risultarono integre dopo i ritrovamenti del 1929-32?

Che rapporto c’è realmente con l’Egitto?

L’oblio cadde su questa parte di storia. Cosa rappresentavano le navi di Nemi? Sono solo il frutto di una mente distorta accecata dal fanatismo imperiale o nascondono sapientemente un significato inconfessabile? Cosa avveniva durante le cerimonie dedicate alla Dea Iside, a cui le navi erano votate? Cosa univa realmente il mondo romano e Caligola a quello Egizio?

Gli Egizi erano soliti rappresentare simbolicamente i loro concetti, e per farlo utilizzavano le divinità zoomorfe, inserendole nelle iscrizioni geroglifiche come fossero delle parole-chiave. Tra queste occorre verificare se i nostri luoghi siano o no rappresentati graficamente sotto le sembianze delle divinità stesse. E se le navi di Nemi ricalcassero simbolicamente un cammino iniziatico e gli Egizi ne serbassero il ricordo, come si evince dalle loro pitture? Alcune fonti parlano del viaggio purificatorio in Occidente, obbligatoriamente compiuto in vita da chi doveva diventare faraone, ma che poteva essere percorso naturalmente dopo la morte.

Il simbolo della DUAT egizio – disegno di G. Pavat 2018.

Era il viaggio del Dio sole nell’Ade e del Faraone, che si doveva fare in una terra occulta, tuttavia da conoscere.

Qui si trova l’AMENTIT, o DUAT (Imn= occultare, nascondere, designa “il luogo nascosto”), l’occulta dimora del Regno dei morti, la necropoli.

Il Libro degli Inferi, letteralmente Di ciò che è nella Duat, è la guida di un viaggio che il Sole compie sulla sua barca nelle regioni infere navigando per dodici ore in una terra popolata da esseri mostruosi. In esso si descrivono le coordinate topografiche di questo viaggio, una sorta di guida affinché possa essere compiuto e affrontato sia da vivi e soprattutto da morti. I faraoni probabilmente solevano fare questo percorso per “conoscere” ed ottenere beneficio sulla terra. La conoscenza è la chiave del risveglio che avrebbe permesso al Dio-uomo di governare in maniera agiata. Il libro Di ciò che è nella Duat, permette al faraone di navigare, percorrere il tragitto che il Dio sole attuò nelle regioni infere, una landa terrificante, ma da cui riuscirà indenne al mattino nell’aspetto di Khepri, scarabeo divino. Questo libro, come fosse un amuleto, veniva portato nella tomba affinché aiutasse l’anima verso le incarnazioni concesse ai purificati.

Nei testi egizi del libro dei morti, che ritroviamo poi affrescati nelle tombe reali ipogee, si menzionano laghi infernali che si trovavano nell’estremo occidente, ai piedi della sacra montagna circondata dalle paludi; qui vi era la dimora del Gran Serpente e di Osiride infero. Paludi, laghi e una montagna sacra…E se le terre descritte nel Libro degli Inferi esistessero realmente? Se il viaggio non fosse così lontano e irreale come si è creduto, ma rintracciabile e visibile ai nostri occhi?

Nella città di Abydos, indicata come la necropoli dell’antico Egitto, si trova l’Osireion, una struttura religiosa centro importantissimo per la celebrazione dei misteri Osiriaci; la decorazione delle tombe in tutto il territorio infatti mostra i viaggi da e verso questa città con la barca solare. Gli studiosi affermano che la città possa coincidere con il regno dei morti, destinazione finale del lungo viaggio. Ma se così non fosse? Se il viaggio avesse un’altra mèta?

E se la palude d’Occidente che viene menzionata da Leandro Alberti nella “Descrizione di tutta l’Italia” coincidesse con la “Satura palus” di Silio, situata nei pressi del castello di Satura (litorale laziale)?

E se si trattasse di quella pontina e la sacra montagna corrispondesse al Monte Albano, e i laghi a quelli di Albano e Nemi? E se qui fosse individuato l’ingresso all’Amentit (DUAT), contrassegnato dal Pisco Montano (la roccia tagliata presso la porta sud di Terracina) e dall’omphalos (pietra sacra) alle falde della montagna sacra, presso cui approda la barca del faraone dopo aver attraversato la palude?

Che valore dunque assumerebbe la Diana Infera, regina del bosco sacro? L’accostamento con Virgilio appare immediato. Nel bosco sacro nel quale vegeta nascosto in un albero, il ramo dalle foglie d’oro permetterà ad Enea di scendere negli inferi, come suggerito dalla Sibilla Cumana. Presso il lago di Nemi, Enea, per bocca di indovino, apprenderà che dovrà scendere a visitare nel mare ausonio i laghi infernali e potrà vedere l’isola di Circe. Nell’antro dalle cento porte Enea chiederà, attraverso le parole della sibilla Cumana, il responso sull’esito finale della sua impresa, promettendo di elevare un grande tempio nella nuova sede latina, consacrandolo anche alla sorella Diana (Tempio massimo in Ariccia), ed un altro tempio alla Sibilla, dove saranno deposti i suoi oracoli ed i fati arcani (Pisco Montano di Terracina).

E se questo arcano sapere costituisse il segreto di cui Caligola era in possesso? I faraoni venivano dunque in queste terre per il viaggio della “conoscenza”? Era Nemi l’ingresso al DUAT, il luogo nascosto? Che valore assumono ora le navi dell’Imperatore?

Tra l’audacia di ipotesi ardite e la perseveranza allo studio degli antichi, prosegue il cammino consapevole verso la conoscenza.

(Teresa Ferracci – archeologa)

DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE….

Per gentile concessione dell’autrice, alcune immagini, in anteprima, rendono l’idea di quello che ci attende nel libro……

In una prima pittura (Immagine sopra), riferibile ad una tomba di nobile a Tebe, l’ingresso dell’Amentid è addirittura contrassegnato dal Pisco Montano, porta di Terracina, e, a mezza costa della montagna coltivata a filari di viti, vengono incontro Iside e Osiride che indica a terra un cratere ricolmo di frutta (il cratere nemorense placato). Protesa dalla cima del monte la protome della sacra vacca, cioè la dea Ator-Iside, che si svela nella sua vera essenza, cioè Juno Sopitae, dea di Lanuvio alla quale fu sacro il Monte Albano.

Il Pisco Montano oggi, a Terracina – foto G. Pavat 2006t

Nella seconda immagine (sotto) appare il faraone menzionato nel geroglifico al lato, dinanzi ai due laghi sacri resi a colore rosso, ciascuno contrassegnato da quattro geroglifici che rappresentano il fuoco, forse vulcanico-tellurico.

Quattro deificazioni dei babbuini, Papio hamadryas corrispondenti alla divinità egizia Babi, venerati come divinità dell’oltretomba che risiedevano nei pressi di laghi infuocati, e seduti vigilano attendendo l’anima del defunto. Dopo la pesatura, i babbuini si sarebbero cibati delle loro viscere se ritenuti colpevoli. Babi era ritenuto il primogenito di Osiride.

  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono state fornite dall’archeologa dottoressa Teresa Ceccacci.
Il cratere vulcanico del lago di Nemi – foto G. Pavat 2008

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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