29 Settembre 2020

IL MISTERO DELL’ULTIMA DIMORA DI MANFREDI RE DI SICILIA II^ parte

di Roberto Volterri e Giancarlo Pavat 

La statua bronzea di re Manfredi , alta più di tre metri, che svetta in piazza Silvio Ferri a Manfredonia (fondata dallo stesso Svevo il 23 aprile 1256), realizzata nel 2015 dall’artista Salvatore Lovaglio e fusa dalla Fonderia artistica Mapelli di Cesate. – foto G Pavat 2017.

REPORTAGE DAL MISTERO….
MA CHI È SEPOLTO IN QUELLA TOMBA?

Il mistero della “ultima dimora” di Manfredi, Re di Sicilia

di Roberto Volterri e Giancarlo Pavat

II^ parte

REX…CUM MAGIS MORI QUAM INGLORIOSUS VIVERE CUPITA”
(Bartolomeo da Neocastro; Historia Sicula, XIII secolo)
Il bozzetto della silhouette di re Manfredi realizzata dall’artista e grafico Cesare Pigliacelli ed ispirata alla statua di Salvatore Lovaglio. La grande silhouette in acciaio corten verrà allocata sul Monte Caccume (Patrica) nell’ambito del progetto del “Sentiero di Dante”. Nel IV Canto del Purgatorio, l’Alighieri cita il Monte Caccume. Da qui è nata l’idea del sindaco patricano Lucio Fiordalisio di un progetto (di cui uno degli autori di questo articolo, Giancarlo Pavat, è consulente) di un sentiero letterario-naturalistico dedicato a Dante ed al suo immortale Capolavoro. Partendo dal centro storico del suggestivo borgo medievale di Patrica (FR), il sentiero condurrà sino alla cima del Caccume. Lungo il percorso si avrà modo di fare la conoscenza di 12 personaggi che il Sommo Poeta incontra nella sua ascesa della montagna del Purgatorio, raffigurati in altrettante grandi silhouette disegnate da Cesare Pigliacelli. Tra i vari personaggi, svetta, appunto, anche re Manfredi. Precisamente Dante lo incontra nell’Antipurgatorio, lungo il I° Ripiano, dove si trovano gli scomunicati che si sono pentiti in punto di morte. Costoro devono sostare nell’Antipurgatorio 30 volte il tempo della scomunica.
Sui ruderi di Castel Fiorentino (foto Anna Barone 2018) è stato posto a ricordo di Federico II (che vi morì il 13 dicembre 1250) e della stirpe sveva, lo stemma con l’Aquila bicipite. L’attribuzione allo Stupor Mundi dell’uso dell’aquila bicipite di nero in campo d’oro la dobbiamo soprattutto al cronista benedettino inglese Matthew Paris (o Matteo Paris). Nella sua celebre “Chronica majora” riporta coloratissime miniature in cui compare l’aquila con due teste associata a Federico II. Altri studiosi di araldica e medievisti ritengono però che l’adozione di tale simbolo imperiale sia successiva all’epoca sveva.
La tradizionale Aquila Imperiale Sveva – (Fonte Wikipedia)

Se nella prima parte di questo lungo articolo (che, come si vedrà è frutto di personali, parallele ma separate ricerche sul campo svolte dagli autori) si è voluta delineare la figura di re Manfredi e il contesto storico del suo tempo, è venuto il momento per addentrarci in maniera più specifica nella nostra “cerca”.

La vicenda umana e politica di Manfredi si concluse il 26 febbraio 1266, non lontano dall’antica città di Benevento in Campania.

A forza di provarci in continuazione, i papi erano riusciti a trovare il candidato giusto per spodestare lo Svevo dal trono di Sicilia. Il francese Clemente IV (al secolo Guy Folques, pontefice dal 1265 al 1268) dopo aver nuovamente scomunicato Manfredi, proseguì le trattive (già iniziate dal suo predecessore, anch’esso francese, Urbano IV (Jacque Pantaleon, papa dal 1261 al 1264) con Carlo d’Angiò, figlio del re di Francia Luigi VIII, al fine di insediarlo al posto di Manfredi. Come scriveva Indro Montanelli, è un vecchio vizio dei romani pontefici quello di chiamare in Italia sovrani (ed invasori) stranieri al fine di togliere di mezzo i propri nemici personali o avversari politici.

Le forze francesi capitanate da Carlo d’Angiò calarono in Italia, per mare, nel giugno del 1265, seguite da altre ingenti truppe arrivate sul territorio italiano nel dicembre dello stesso anno, passando per il Piemonte e la Lombardia.

Il 6 gennaio 1266, a Roma, Carlo d’Angiò veniva incoronato Re di Sicilia.

Carlo si diresse quindi verso Sud. Attraversò senza particolari difficoltà il confine sul Liri presso il passo di Ceprano sbaragliando le truppe di Manfredi.

A questo proposito Dante sentenzia:

“A Ceperan, là dove fu bugiardo/
Ciascun pugliese…”

(Inferno, XXVIII, vv 15-18)

Alludendo al tradimento dei baroni di Manfredi (in particolare il Conte di Caserta) che non difesero il quasi inespugnabile Passo di Ceprano, consentendo in questo modo l’invasione del Regno di Sicilia da parte dei francesi e delle truppe papali.

Anche nel successivo attacco alla formidabile posizione fortificata di San Germano (oggi Cassino, località non distante dal Passo di Ceprano) ci fu puzza di tradimento. “La presa della città fu tenuta grande meraviglia per la forza della terra e per la gente che dentro v’era; che v’era più di mille cavalieri e più di cinquemila pedoni in fra’ i quali avea di molti saraceni arcieri di Nocera (in realtà Lucera in Puglia NDA)”.

Cosi descrive l’inizio della fine del Regno svevo il cronista guelfo fiorentino Ricordano Malaspini nella sua “Historia Florentina” (nota anche come “Chronica malaspiniana”), conclusa attorno al 1281.

Le truppe francesi-provenzali e papali attribuirono la vittoria di San germano all’intervento della divina provvidenza ma è più probabile che si sia trattato del solito volgare voltafaccia ottenuto con borse di monete sonanti o promesse di privilegi e alte cariche sparse a piene mani dal potere papale.

“Dimostrammo a suo tempo, che questo piano consisteva nella difesa del triangolo Ceprano – Rocca d’Arce- San Germano; ed in esso la linea Ceprano – Rocca d’Arce, rafforzata dal corso del Liri – che in questo tratto è profondo – doveva funzionare da primo sbarramento, riserbandosi a San Germano – che è a pochi chilometri – il compito di una resistenza a fondo. Le tre località, poste a poca distanza l’una dall’altra, costituiscono tre elementi integranti dello stesso piano. Detto ciò, notiamo come il primo riferimento di dante è al tradimento di Ceprano […] che tutti i cronisti conobbero e valutarono nel suo immenso significato. Ciò corrisponde ad incontrovertibili dati di fatto: che, cioè, il Liri venne passato dall’esercito provenzale (Carlo era pure Conte di Provenza NDA) senza che i difensori opponessero quella resistenza che la forte posizione rendeva estremamente facile. Queste conclusioni che già da tempo noi travedemmo, vengono confermate da avvenienti posteriori”

(da Giovanni Colasanti “La sepoltura di Manfredi lungo il Liri” (edizioni museo Archeologico di Fregelle – Ceprano 2003)

La celebre statua in marmo di Carlo d’Angiò realizzata da Arnolfo di Cambio nel 1277 e un tempo posta nella basilica di Santa Maria in Aracoeli. Oggi è conservata ai Musei Capitolini a Roma – (Fonte Wikipedia). Manfredi tentò di instaurare una trattativa diplomatica con l’Angioino ma, stando a quanto riportato da Ricordano Malaspini, Carlo gli rispose che non vi era alcuna possibilità di accordo. Ormai era una lotta all’ultimo sangue. “Re Carlo di sua bocca volle fare la risposta nella sua lingua francese le quali parole nel nostro volgare venne a dire: io manderò ovvero metterò lui all’Inferno o egli metterà me in Paradiso. Ovvero io non voglio altro che battaglia. O egli ucciderà me o io ucciderò lui”.

L’appuntamento finale con il Destino si ebbe, appunto, a Benevento, il 26 febbraio 1266. in quello scontro gran parte delle truppe di Manfredi tradirono e lo abbandonarono ed egli morì combattendo valorosamente. Come riportato dal cronista siciliano Bartolomeo da Neocastro (nato a Messina in data imprecisata e morto attorno al 1295) nella sua “Historia Sicula” (in cui narra gli avvenimenti storici della sua Isola dal 1250, morte di Federico II, al 1293 e che costituisce un documento importantissimo soprattutto per comprender ei motivi che spinsero i Siciliani a ribellarsi all’oppressione francese con quella che poi è passata alla Storia come la Rivolta del Vespro o Guerra del Vespro), Manfredi, resosi conto che tutto era ormai perduto, preferì morire gloriosamente in battaglia da sovrano che vivere povero e esule in giro per il Mondo. Gettatosi nella mischia più furibonda fu mortalmente colpito…..

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Scrive Dante nel III canto del Purgatorio…

E mostrommi una piaga a sommo il petto.

E qui inizia il ‘mistero’…

Il corpo dello sfortunato Svevo venne rinvenuto il giorno dopo la conclusione della battaglia. I Cavalieri provenzali, che evidentemente non nutrivano lo stesso odio senza fine dei papalini e che di fronte al valore del nemico sconfitto ed ucciso seppero comportarsi secondo le regole del Codice della Cavalleria, chiesero a Carlo d’Angiò di poter rendere esequie militari allo svevo. Il nuovo sovrano di Sicilia, (stando a quanto riportato da Ricordano Malaspini e Giovanni Villani) rispose “Si ferais je voluntiers si luy ne fust scommuniè”.

Ed infatti Manfredi ebbe onori militari ma non religiosi. Non venne sepolto in terra consacrata ma presso il Ponte di Benevento proprio come dice Dante Alighieri;

In co’ del ponte, presso Benevento

Il corpo, come racconta Michele Amari (palermitano, scrittore, politico e Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia. 1803-1877) nelle sue opere dedicate alla storia dei Vespri e basate anche su cronache ghibelline, dopo essere stato ricomposto venne sepolto in un avello marmoreo su cui venne posta un’epigrafe;

QUI IACE LO CORPO

DELL’ALTO RE MANFREDI LANCIA.

Tutto venne ricoperto da pietre poste in gesto di cavalleresco rispetto e onore da parte dei Cavalieri provenzali. In pratica si formò una sorta di cairn…

Sotto la guardia della grave mora

Proprio come scrive Dante.

Nella battaglia di Benevento, avvenuta il 26 febbraio 1266, gran parte delle truppe di Manfredi lo abbandonarono ed egli morì combattendo valorosamente.

Come già accennato, questo articolo nasce da una ricerca non solo “sul campo” ma pure in biblioteche e archivi. Ebbene, a furia di “esplorare polverosi tomi” insieme all’amico dottor Osvaldo Torres, si è potuto verificare che la battaglia si sarebbe svolta, per maggior esattezza, nella piana di San Vitale e che il Re sconfitto venne sepolto presso il Ponte delle Maurelle, sul fiume Calore, affluente del Volturno nei pressi dell’abitato di Castelpoto, a soli dodici chilometri da Benevento. Ad essere pignoli, alcune fonti, non si sa quanto attendibili parlano di una sepoltura sotto un tumulo di pietre presso la chiesetta diruta di San Marciano che sorgeva sul campo di battaglia.

Ma la stragrande maggioranza di commentatori, cronisti e storici non hanno dubbi che la dantesca “grave mora” si trovasse presso un ponte poco distante da Benevento. Giovanni Colasanti (1882-1951) spiega che la scelta seguiva anche una valenza simbolica e politica.

Quivi passava la via […] che formava il raccordo tra la Latina e la Egnatia. Lì presso, lo stesso Carlo fece erigere un monastero in ricordo della vittoria. […] Mosso dal desiderio di onorare il caduto e dall’ambizione di tenere esposto al pubblico il documento della sua vittoria, Carlo volle prevenire ogni ostacolo da parte di Roma e decise di celebrare solenni esequie al vinto re. Perciò non seppellì Manfredi nel posto, fuori mano, dove era caduto ma scelse la grande via romana e, nel punto ove essa imboccava il maggior ponte cittadino fece deporre le sue spoglie”.

(da Giovanni Colasanti “La sepoltura di Manfredi lungo il Liri” – edizioni museo Archeologico di Fregelle – Ceprano 2003).

Uno scorcio delle dei resti del ponte sul fiume Calore, affluente del Volturno nei pressi dell’abitato di Castelpoto, a soli dodici chilometri da Benevento, dove in una prima fase, sarebbe stato sepolto Manfredi.

Ma, in seguito, l’insulsa damnatio memoriae attuata dal cardinale Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, avrebbe fatto disseppellire le spoglie del sovrano per gettarle lungo le rive del vicino fiume Verde, ora noto come Liri.

In ciò, forse istigato dal papa Clemente IV, ferocemente avverso a Manfredi, come l’Alighieri ebbe a sottolineare, senza rémore, nel suo Purgatorio…

Se ‘l pastor di Cosenza, che alla caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co’ del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”

(Purgatorio, III, 124-132)

Significativo è pure questo ulteriore brano tratto da un vecchio trattato storico segnalatoci dalla gentile dottoressa Teresa Ceccacci, archeologa, la quale, a suo tempo, ebbe modo di effettuare ricerche sulla sepoltura del figlio naturale di Federico II.;

“… Come fu mandato il corpo di re Manfredi fora del Regno.

Alli 1267, di settembre. In questo tempo venne in Benevento lo

vescovo di Cosenza et trovò lo corpo di re Manfredi che stava

atterrato a’ piè del ponte di Benevento, subito fè ordinare che

fosse levato da detto loco, perché era scomunicato e perché lo

predetto loco era terreno di Benevento et era terra della S. Chiesa;

e così fu dissotterrato e mandato a sotterrare fora li confini del Regno.”

(E. Capasso, Historia diplomatica )

Fora li confini del Regno”, appunto!

Verosimilmente lungo il fiume Verde, ovvero… il Liri.

Oppure, se volessimo dar importanza alle leggende, nel suo alveo?

Anche se onestà mentale ci impone di precisare che nel basso medioevo moltissimi corsi d’acqua che dal Lazio meridionale si riversavano nel Tirreno o nell’Adriatico erano chiamati “Verde”. Oltre al Liri e al Calore, ricorderei infatti il fiume Canneto, il Marino, il San Magno, il Sabbato e il Castellano…

Forti di tali indizi si è voluto però indagare di persona sui luoghi ove avrebbe potuto venire sepolto definitivamente il corpo del valoroso Manfredi. Così, armati di buona volontà, coadiuvati da altri amici appassionatisi, man mano al ‘mistero’ della sepoltura di Manfredi, tra i quali il dott. Gianfranco Tanzi, Renato e Gorizio Nota, Fernando Fallone, si è esplorato in maniera un po’ più approfondita i luoghi in cui tali vicende avvennero, lungo il Liri, nel paese di Ceprano (Frosinone), dove è stata posta un’epigrafe a perenne ricordo delle vicende su cui si sta indagando.

L’epigrafe con i danteschi versi, posta a Ceprano in ricordo dei lontanissimi eventi che avrebbero visto il corpo di Manfredi venir sepolto di notte “… fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde, dov’ei le trasmutò a lume spento.”
L’attuale collocazione dell’epigrafe non lontano dal Ponte sul Liri – foto G Pavat 2020.

Versi danteschi che qui potremo leggere con minori difficoltà…

“E l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

A Ceperan dove fu bugiardo

Ciascun pugliese, e la da Tagliacozzo

Ove senz’armi vinse il vecchio Alardo”

(Inferno, canto XXVII)

“Io son Manfredi

nipote di Costanza imperatrice…

l’ossa del corpo mio sariano ancora

in co presso a Benevento,

sotto la guardia della grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor del regno, quasi lungo il Verde

dov’ei le trasmutò a lume spento”

(Purgatorio, canto III)

Non contenti, armati quella volta anche di un buon metal-detector e delle ‘regolamentari’ pala e piccone, ci si è recati in una località poco distante, in cui, in anni ormai passati il signor Gorizio Nota, proprietario del fondo, rinvenne una tomba vuota a pochi metri da un cippo marmoreo indicante l’antico confine tra il territorio appartenuto alla Chiesa al tempo di Manfredi e la “terra sconsacrata”.

Insomma, per dirla con l’Alighieri “di fuor dal regno”.

Una cartolina degli anni ’30 che immortala la cd “Torre Sveva” a Ceprano. In realtà il manufatto, ancora oggi esistente, risale al XIV secolo, quindi è successivo alla fine dell’epopea degli Svevi – Collezione privata Palombo-Pavat.
Come appare oggi la “Torre Sveva” – foto G Pavat 2020. 

Aveva realmente contenuto il corpo di Manfredi? C’è ancora nei pressi qualche interessante testimonianza relativa a qui significativi versi danteschi che sopra abbiamo riportato?

Si mormora” infatti che qualcuno dei fedeli soldati – o, forse, proprio suo zio Giordano Lancia d’Agliano, fratello di Bianca, che aveva combattuto fedelmente al suo fianco? – riconobbe, tra i vari morti, la salma del sovrano caduto nella battaglia di Benevento, avrebbe recuperato il suo corpo e, dopo aver deviato momentaneamente il corso del fiume Liri, lo avrebbe sepolto nel letto del fiume stesso. Proprio come sarebbe avvenuto più di otto secoli prima, molto più a sud, alla confluenza tra il Crati e il Busento, con il re dei Visigoti: Alarico.

La solita leggenda locale? Forse sorta a seguito della suggestione dovuta all’altra inconsueta sepoltura che, appunto, sarebbe avvenuta nel fiume calabro per occultare per sempre il corpo del re visigoto?

Non lo sappiamo, però la vicenda non è affatto priva di una sua suggestiva atmosfera quasi magica e forse varrebbe la pena di indagare ancor di più in qualche “polveroso” libro, magari custodito in locali biblioteche, raccogliere ulteriori dati e, perché no? continuare un’esplorazione nei luoghi in cui, secondo i vecchi del posto, la leggenda ha maggiori probabilità di divenire… Storia. Non si sa mai…

…fora li confini del Regno.

Ma in realtà forse il sarcofago o quantomeno una cassa con i resti del sovrano svevo vennero davvero rinvenuti a Ceprano nel XVII secolo. Ma procediamo con ordine seguendo al lezione di Giovanni Colasanti. Nato a Ceprano nel 1882 questa eccezionale e mai abbastanza valorizzata figura di storico, giornalista, insegnante e pure uomo politico (è stato sindaco di Ceprano nel 1945), si dedicò a lungo a riportare alla luce le testimonianze di importanza storica, artistica e architettonica della propria Terra. Nel suo già citato lavoro “La sepoltura di Manfredi lungo il Liri” (ristampato nel 2003 dal Museo Archeologico di Fregelle) cita una serie di antichi documenti e volumi (alcuni ormai irreperibili) mediante i quali è possibile gettare un po’ di luce sulla fosca vicenda dell’ultima dimora del grande Manfredi. Ad esempio dal “Compendio delle Historie del Regno di Napoli composto da messer Pandolfo Collenucio iuriconsulto in Pesaro”  (Venezia 1539) apprendiamo che nei primi del Cinquecento, al Collenuccio era nota l’esistenza di una epigrafe “sopra la sepoltura (di Manfredi NDA) a la ripa del fiume detto il Verde”. Sempre secondo il Collenuccio, citato dal Colasanti, L’epigrafe recitava:

HIC IACET CAROLI MANFREDI MARTE SUBACTUS
CAESARIS HEREDI NON FUIT URBE LOCUS
SUM PATRIS EX ODIIS AUSUS CONFLIGERE PETRO
MARS DEDIT HIC MORTEM, MORD MIHI CUNCTA TULIT

La notizia di questa epigrafe la ritroviamo anche in diversi autori campani del secolo successivo e, secondo, alcuni studiosi, non si sarebbe riferita alla (provvisoria) sepoltura beneventana di Manfredi ma a quella cepranese.

Fino agli inizi del XVII secolo, l’attraversamento del fiume Verde o Liri avveniva mediante un antico ponte romano. Questo rovinò nel 1608 e il pontefice allora regnante, paolo V con motu proprio datato 13 settembre 16012, incaricò il nipote cardinale Scipione Borghese di costruirne uno nuovo. Evidentemente già allora i lavori pubblici non brillavano per celerità. Infatti appena due anni dopo si procedette alla demolizione di ciò che rimaneva della struttura romana. E proprio in quell’occasione, e precisamente il 17 aprile, come riportato da Antonio Vitagliano (storico cepranese vissuto nella prima metà del XVII secolo) nel suo “Ceprano ravvivato” che cita un libro manoscritto proprio sul ponte di Ceprano redatto dell’arciprete cepranese Pasquale Honorati, che “fu discavata intieramente questa cassa quasi appresso le muraglie dell’antico ponte […] il cui coverchio marmoreo che era alla detta cassa piombato con la seguente iscritione fu per un tempo esposto al publico spettacolo a vista di tutti e sendosi alla fine casualmente rotto in più pezzi ne conservai un rottame con tre sole parole che ancora ritengo per memoria nel giardino”.

In pratica, basandoci sulla testimonianza del Vitagliano (visto che del manoscritto dell’Honorati non esiste alcuna traccia) possiamo affermare che, nel 1617, sarebbero stati rinvenuti i resti mortali del grande svevo, contenuti in una cassa di cui, almeno un lato, quello con l’epigrafe (che quasi certamente era quella riportata dal Collenuccio), era sempre stato a vista.

Ma dove sarebbe finita questa cassa, perché sembra che se ne sia persa ogni traccia? In realtà non è proprio così. Forse si sa benissimo dove si trovano i resti di Re Manfredi.

Il Colasanti (che ricordiamolo morì nel 1951) scriveva chiaramente dove si trovava ai suoi tempi il famoso o famigerato piccolo sarcofago.

Se l’esame di fatto (quando sarà permesso) dell’urna di pietra, oggi murata nella Chiesa di Collegiata di Ceprano sul Liri, darà, come noi crediamo, la certezza di avere a che fare con la cassa che contenne le ossa di Manfredi scavata nel muraglione del ponte del Liri al principio del seicento …”.

Ed ecco come descrive la cassa murata nella Collegiata ovvero la chiesa di Santa Maria Maggiore; “La cassa, infatti, che ha, nel lato visibile, una lunghezza di m. 0,90, non può internarsi per più di m. 1,10 data la grossezza del muro. Avremmo dunque un piccolo sarcofago destinato a contenere solamente le ossa, forse incomposte, del Re il cui corpo si era dissolto durante i 19 mesi di interramento sotto il cumulo di sassi”.

Ma non è tutto.

Ceprano, fiume Liri. È forse il fiume “Verde” dove le ossa di Manfredi “Or le bagna la pioggia e move il vento di fuor del regno, quasi lungo il Verde dov’ei le trasmutò a lume spento…”?

Dagli studi dell’archeologa Teresa Ceccacci, prenderebbe sempre più consistenza una specie di “diceria” (chiamiamola così). Ebbene, nella suddetta chiesa di Ceprano (che, per chi non conosce la località ciociara, è posta a pochi metri dalla moderna epigrafe con i versi danteschi), in una teca dedicata al santo patrono locale, Sant’Arduino, situata lungo il lato sinistro della navata, c’è un piccolo contenitore, quasi una teca o una cassetta, posto sotto il capo del simulacro del Santo.

Contrariamente a quanto, ovviamente, sostengono a spada tratta il locale parroco e… tutta Ceprano, nella cassetta non sarebbero conservate le reliquie del Santo ma….. (ormai l’avrete capito da soli) le ossa di Re Manfredi!

La teca posta nella chiesa di Ceprano e in cui – secondo locali ricerche storiche – nell’altra piccola teca situata sotto il capo del simulacro in cera di Sant’Arduino, sarebbero contenuti i resti di Manfredi, Re di Sicilia

Alcuni studiosi, nel tentativo di trovare prove concrete in merito a chi è sepolto in quella piccola cassetta, hanno fatto notare che sulla sinistra della teca è murata quelal che sembra una parte di un sarcofago marmoreo che recherebbe scolpita l’Aquila federiciana (secondo alcuni è un grifone). È forse ciò che resta del sarcofago recuperato dal muraglione del ponte romano nel 1614 di cui ci parla il Vitagliano?

I “Simboli federiciani” (SIC) su quello che secondo diversi studiosi sarebbe ciò che rimane del piccolo sarcofago rinvenuto nel 1614 a seguito del lo smantellamento del l’ormai diruto ponte romano sul Liri.

Tra gli autori di questo articolo c’è anche un riconosciuto esperto di simbologie che a leggere che sul sarcofago (o ciò che ne rimane) ci sarebbero simboli federiciani non può che scuotere il capo sconsolato. Federico II e pure i suoi successori furono molto attenti a curare i propri simboli anche e soprattutto al fine di rimarcare la Potestas imperiale e reale e come mezzo di comunicazione di massa (si direbbe oggi).

Il simbolo (e stemma) più importante adottato dallo Stupor Mundi (che andò a sostituire l’antica Arma della Casa di Svevia, ovvero i 3 “leoni passanti” neri disposti in palo in campo d’oro) fu l’Aquila Imperiale.

L’araldica ce la descrive in questo modo “aquila al volo abbassato di nero posta in campo d’oro o d’argento”. Ovvio che con questa arme Federico II voleva ribadire e rimarcare che il suo Impero era il naturale e unico erede di quello dei Cesari.

Per fare un esempio concreto di come veniva scolpita quest’Arma sulle tombe o sarcofagi basta andare a vedere quello che custodisce i resti mortali di un altro figlio naturale dello Stupor Mundi; ovvero Federico d’Antiochia (1222-1256). Nato dalla relazione tra Federico II e una nobile fanciulla siciliana, tale Matilde della famiglia “d’Antiochia” (secondo una versione non accreditata dagli storici, sarebbe il figlio di una amante mussulmana originaria della città di Antiochia), fu nominato dal padre conte d’Albe e, soprattutto, Vicario Generale Imperiale in Toscana. Fedelissimo del fratellastro Corrado IV (che oltre alla conferma della Contea di Albe, gli concesse anche quelle di Celano e di Loreto Aprutino) e poi dell’altro fratellastro, Manfredi appunto, fu acerrimo avversario dei Guelfi. Morì nel 1256 a Foggia mentre, assieme a Manfredi, procedeva alla riconquista delle terre occupate dai papalini. Riposa in un sarcofago nella cripta della Cattedrale di Palermo.

Il sarcofago di Federico d’Antiochia, figlio naturale di Federico II di Svevia, nella cripta della Cattedrale di Palermo – foto G. Pavat 2017
Altra foto del sarcofago di Federico d’Antiochiaia, foto G. Pavat 2017
L’animale presente sul presunto sarcofago di Ceprano e l’Aquila sveva scolpita sul sarcofago di Federico d’Antiochia, figlio naturale di Federico II, visibile nella cripta del Duomo di Palermo

Eccola l’Aquila Sveva (o Imperiale) coronata. Vi sembra che assomigli all’animale scolpito sul “sarcofago” di Ceprano? Certo, potremmo accusare di imperizia l’ignoto artefice ma, francamente, riteniamo più probabile che quella non sia assolutamente l’Aquila Imperiale. Probabilmente non è nemmeno un’Aquila. Per non parlare poi degli altri simboli. Ovvero dei quattro fiori inscritti in una circonferenza, posti ai quattro angoli della lastra. I due a destra sono i classici “Fiori della Vita”. Simbolo talmente diffuso che non è possibile attribuirlo ad un unico soggetto o committente. Solo per rimanere nel Medio Evo, furono utilizzati dai Cistercensi, dai Templari, da San Francesco d’Assisi e da tanti altri. Sempre in contesti sacri, funerari, spirituali o, come ultimo utilizzo, apotropaici.

Il “Fiore della Vita” – disegno G. Pavat 2018

Stesso discorso vale per gli altri due “fiori”. Quello in alto a sinistra ha sette petali e al centro ha un altro fiore che sembra avere cinque petali. Si potrebbe discutere a lungo sui significati numerologici del 7 e del 5 ma non ci porterebbe di certo a trovare conferma che si tratta di “simbologie federiciane”. Idem per il quarto Fiore, quello in basso a sinistra. Ha 6 petali e, al centro, quello che sembra il simbolo del Sole astrologico (o zodiacale).

Il simbolo del “Sole Zodiacale” – disegno G. Pavat 2018.
Uno scorcio dell’attuale Ponte sul fiume Liri a Ceprano (FR) e lo stesso fiume a monte del ponte – foto G Pavat 2020.
Stesso fiume a monte del ponte – foto G Pavat 2020.
La chiesa di Santa Maria Maggiore a Ceprano, che sorge a pochi metri dal Ponte sul Liri – foto G Pavat 2020.
Altra foto della chiesa di Santa Maria Maggiore a Ceprano foto G Pavat 2020.

In pratica su quella lastra, aldilà della sua provenienza non vi è alcuna simbologia che possa essere riconducibile a Manfredi o agli Svevi. Questo non esclude che in quel sarcofago (se la lastra ne era davvero parte di esso) possano esserci stati i resti dell’ultimo Re di Sicilia della Casa sveva, ma la prova (o indizio) non va di certo ricercata nelle simbologie visibili.

Altro scorcio dell’attuale Ponte sul Liri a Ceprano – foto G Pavat 2020.

Avviandoci verso la conclusione di questo lungo articolo, riteniamo doveroso riportare le parole dell’archeologa, dottoressa Teresa Ceccacci:

Il Santo patrono di Ceprano (Frosinone) è a tutti gli effetti Sant’Arduino. Della vita del santo hanno scritto autori come il Vitagliano con il suo ‘Ceprano ravvivato’ (1653), il Tavani nel 1868 e lo Iacovacci nel 1938. Così sappiamo che egli visse nel VI secolo, fu convertito da S. Agostino e, insieme a tre confratelli, viaggiò in Palestina e in Italia dove, dopo infinite peripezie e disgrazie accadute ai suoi compagni di viaggio, trovò la morte a Ceprano, nel 595 d.C., a causa della peste, e venne sepolto sotto il vecchio campanile della chiesa di Santa Maria Maggiore, ma in seguito si persero le tracce del suo sepolcro.

In una data imprecisata si scavò sotto il campanile e dei resti umani furono posti in cassa di pietra “di provenienza ignota”, poi murata alla destra dell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria. Pio IX, nel 1863, fece realizzare una statua in cera con le fattezze del Santo e pose le ossa in una teca sotto il guanciale. Fin qui l’agiografia.

La cassa in pietra “di provenienza ignota”, a parer mio, poteva essere proprio il sarcofago di Manfredi, di marmo decorato con fregi floreali e l’emblema della casata sveva, venuto alla luce nel 1614 sotto il ponte sul fiume Liri, a Ceprano.

Il sarcofago recava questa iscrizione:

”Hic iaceo Caroli Manphredus marte subactus caesari heredi non fuit urbe locus sum patris ex odiis ausus confligere Petro mars dedit hic mortem, mors mihi cuncta tulit”.

L’umana negligenza – o il dolo? – lo ridussero in frantumi. Si salvò solo una parte di esso, ora murata nella chiesa in cui, in una teca, si conservano le ossa attribuite a Sant’Arduino.

O sono quelle di Manfredi, rinvenute insieme al sarcofago?

Sarebbe auspicabile auspicabile poter svolgere ricerche sui resti contenuti nella “cassetta”. Con le capacità dell’attuale scienza forense non dovrebbe essere difficile accertare a chi appartengano. Dopotutto, non scordiamo che volendo fare la comparazione del DNA si hanno a disposizione i resti del padre, del nonno, e pure del bisnonno di Manfredi!!!

E non solo per mero amore della verità storica e scientifica.

C’è un aspetto della vicenda del destino del corpo di Manfredi che ha sempre creato interrogativi in uno dei due autori. Quello proveniente dalla città adriatica con l’Alabarda come stemma.

Ciò che faceva arrovellare era il fatto che il corpo di Manfredi era stato esumato da sotto la “grave mora” per portarlo “Fuor dal regno”. Ebbene, il Regno era quello di Sicilia ma Benevento era una sorta di enclave (e lo sarebbe stata sino al 1860) dello Stato della Chiesa ovvero il Patrimonium Sancti Petri.

 Quindi come, si è visto, si può pensare che lo scopo fosse quello di non voler la sepoltura di uno scomunicato, eretico, nemico della Chiesa come Manfredi, in terra consacrata che andava intensa in senso più ampio, ovvero l’intero territorio dello Stato Pontificio. Anche perché come si è evinto dai resoconti del misterioso (neanche tanto) rinvenimento del 1614, i resti dello Svevo non erano stati dispersi (sarebbe bastato buttarli in un campo o nel fiume Calore). Dopotutto la storia è piena di grandi personaggi di cui si sono perse le tracce della tomba o del corpo. Pensiamo ad Alessandro Magno, Giulio cesare, l’imperatore Federico I° Barbarossa, che tra l’altro è un altro bisnonno di Manfredi.

Invece si volle comunque seppellire ciò che rimaneva del corpo (il Colasanti specifica dopo 19 mesi di sepoltura sotto il cumulo di sassi realizzato dai Cavalieri provenzali) in un piccolo sarcofago e murarlo nel territorio della Santa Romana Chiesa. Perché tale era il Ponte di Ceprano.

Ma perché?

Un’idea ci era venuta in mente anche a noi ma è stata proprio la lettura del lavoro del Colasanti a confermarcela.

La sepoltura a Ceprano era (e forse è ancora) una sorta di eterna espiazione. Un castigo di questo Mondo e in questo Mondo che la Chiesa ha voluto infliggere al suo impenitente nemico. Una vendetta quasi metafisica, che ha travalicato i secoli e il succedersi delle umane vicende.

Ceprano non fu scelta a caso. Ceprano costituiva nella mentalità della Chiesa dell’epoca un luogo tangibile dotato di un profondo simbolismo. Non va, infatti, scordato che la Chiesa medievale (e non solo medievale) si esprimeva soprattutto con gesti simbolici e comunicava attraverso simboli leggibili sia sul piano essoterico che esoterico.

Altro scorcio della chiesa di Santa Maria Maggiore a Ceprano, in cui potrebbero trovarsi i resti mortali di re Manfredi – foto G Pavat 2020.

Ceprano non era solo l’ultima sentinella meridionale del Patrimonium. Era il luogo in cui l’11 ottobre del 1254 Manfredi si era, di fatto, umiliato davanti al Pontefice allora regnante.

Era il luogo in cui, grazie al tradimento dei suoi stessi baroni, nessuno aveva ostacolato l’avanzata dell’armata franco-provenzale-guelfa, decretando così l’inizio della fine del regno di Manfredi.

 Ma era pure il luogo in cui, circa un secolo e mezzo prima, nell’oggi scomparsa chiesa di San Paterniano (appartenuta anche ai Cavalieri Templari che l’avevano ottenuta nel 1173 da papa Alessandro III), Pasquale II (1099-1118) aveva investito del Ducato di Calabria, Puglia e Sicilia nientemeno che il normanno Guglielmo d’Altavilla, figlio di Ruggero Borsa (1060-1111) e quindi nipote di Roberto il Guiscardo. Ovvero era lì che si era concretizzato quel vincolo di vassallaggio che i pontefici avevano sempre rivendicato nei confronti dei regnanti (prima conti, poi duchi e infine re) del Mezzogiorno d’Italia, fossero Normanni o Svevi.

Entrambi, invece, avevano sempre interpretato tale vincolo puramente formale o addirittura privo di qualsivoglia valenza giuridica. Un territorio appartiene a chi se lo conquista con la spada in pugno. Così ragionavano i Normanni (e gli Svevi dopo di loro) che effettivamente avevano conquistato e riunificato l’Italia meridionale e insulare (facendone uno Stato moderno e avanzato) strappando le varie regioni ai Longobardi, ai Bizantini e agli Arabi.

Al momento della conquista normanna, i Pontefici non avevano alcun controllo effettivo sull’Italia meridionale e sulla Sicilia. La loro potestas, puramente teorica, si basava soltanto sulla famigerata “Donazione di Costantino” (nel Medio Evo non era ancora stato dimostrato che trattasi di un falso spudorato), ovvero sulla presunzione di aver ricevuto dall’Imperatore romano Costantino il dominio su tutta la penisola italiana (e sull’intero Occidente europeo e mediterraneo).

Ma non bastava. Il 28 agosto 1230, sempre a Ceprano erano stati perfezionati e ratificati i termini del Trattato di San Germano (oggi Cassino, non lontano da Ceprano) del 20 luglio precedente, con cui veniva sancita la pace tra Gregorio IX e Federico II. Lo Stupor Mundi restituiva i possedimenti della Chiesa che aveva conquistato nella guerra precedente. In cambio il papa lo aveva sciolto dalla scomunica.

In conclusione, per la Chiesa, Ceprano era il luogo in cui essa aveva sempre trionfato sui suoi nemici. Ultimo, in ordine di tempo, proprio Manfredi.

Quindi il luogo esatto in cui umiliare in eterno i resti mortali dello Svevo. Una vendetta oggi difficile da comprendere per la nostra mentalità, incline al perdono. Ma Manfredi era morto scomunicato e quindi, per la Chiesa, così come era dannata per l’Eternità la sua anima, lo dovevano essere anche le sue spoglie o ciò che ne rimaneva.

Non importava nulla ai vendicativi pontefici che, secondo una tradizione (o diceria) molto diffusa nel XIII secolo (poi ripresa anche da Dante nella Divina Commedia) l’anima di Manfredi non era finita all’Inferno ma si trovava in Purgatorio. In quanto (come riferito alla figlia Costanza, regina di Aragona e, dopo i Vespri Siciliani, anche di Sicilia, da un vecchio eremita che viveva sul Mongibello e che aveva, appunto avuto la visione mistica di Manfredi in Purgatorio), il Re all’ultimo istante di vita si era pentito dei propri peccati.

Lasciando da parte discorsi teologici e spirituali che esulano da questo lavoro, riteniamo comunque che Manfredi meriti ben altro che l’attuale (anonima) collocazione di ciò che rimane del proprio corpo. Quindi, se si riuscisse un giorno a dimostrare a chi appartengono quei resti conservati nella Collegiata cepranese, sarebbe l’occasione per tributargli la sacrosanta attenzione, il rispetto e l’eventuale omaggio. Proprio come avviene ancora oggi per la tomba di suo padre, lo Stupor Mundi.

Omaggio alla Tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo, fotografato da Giancarlo Pavat il 6 settembre 2017, Quel giorno stesso erano stati deposti fiori anche sulla tomba della madre, Costanza d’Altavilla, l’ultima Regina normanna di Sicilia. Il giorno prima il personale che cura la Cappella Palatina aveva rimosso altri omaggi floreali posti sulle due tombe in quanto (anche a causa del gran caldo) i fiori si erano ormai appassiti.
Omaggio alla Tomba di Federico II nella Cattedrale di Palermo, fotografato da Giancarlo Pavat il 6 settembre 2017

Così finirebbe la secolare, e decisamente poco evangelica, vendetta (chiamatela pure come vi pare, ma di vendetta si tratta) che ancora oggi la Chiesa di Roma sembra voler nutrire nei confronti dell’ultimo Svevo Re di Sicilia.

Se quelli sono davvero i resti di Manfredi, meritano di essere tumulati in un sacello degno del personaggio che fu.

Come ha scritto Lucia Cataldo, in occasione dello scoprimento della statua equestre di Re Manfredi nella sua Manfredonia nel 2015, “…Manfredi è il simbolo di una bellissima Storia incompiuta……di una Europa che non prese forma (e oggi se ne toccano le conseguenze)”.

Giancarlo Pavat davanti al Sarcofago di Federico II di Svevia, dopo aver reso omaggio al grande Sacro Romano Imperatore e Re di Sicilia – Palermo 6 settembre 2017.
Re Manfredi e sullo sfondo il dantesco Monte Caccume in Ciociaria- elaborazione di Cesare Pigliacelli 2020.

“Se Manfredi avesse vinto a Benevento il 26 febbraio 1266, probabilmente ora noi parleremmo in Siciliano. L’Italia si sarebbe unificata sei secoli prima con una cultura e mentalità che avrebbe compendiato il senso dell’ordine, della disciplina, del razionale tipicamente teutonici con l’inventiva, la fantasia, l’estro, la vitalità, la gioia di vivere, tipicamente mediterranei. E noi saremmo una potenza mondiale”

(Giancarlo Pavat, Palermo 6 settembre 2017)

(Fine II^ parte)

(Roberto Volterri e Giancarlo Pavat)

  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono state fornite dal prof. Roberto Volterri.
La presunta testa di Federico II scolpita su un capitello del chiostro dell’Abbazia cistercense di Casamari (FR) – foto G. Pavat 2000

Ma è davvero finita qui la vicenda relativa alle ricerche dell’ultima dimora di Re Manfredi? Forse no.

Qualche anno fa, uno degli autori di questo articolo ricevette una e-mail da un professore e archivista austriaco in pensione residente a Graz (capitale della Stiria). Costui stava portando avanti una personale ricerca che verteva sull’ipotesi che a Ceprano fosse sepolto un personaggio molto importante per la storia austriaca. 

Il 28 luglio 1230, a San Germano, mentre svolgeva opera di mediazione tra l’Imperatore Federico II e Papa Gregorio IX, morì improvvisamente Leopoldo VI Babenberg detto “Il Glorioso”, II° duca d’Austria. figlio minore di Leopoldo V (1177-1194).

Leopoldo VI Babenberg, Duca d’Austria (Fonte Wikipedia)

Grande protettore di artisti e letterati, Leopoldo Vi trasformò la propria corte ducale in un dinamico centro propulsore culturale del “Minnesang” (vi risiedette, tra gli altri, anche il celebre Walther von der Vogelweide).

La statua di Walther von der Vogelweide (Fonte Wikipedia) che svetta nell’omonima piazza di Bolzano i n Alto Adige. Realizzata nel 1889 in marmo bianco da Heinrich Natter, è un segno tangibile della riscoperta del minnersanger tirolese nell’ambito del Romanticismo tedesco. Walther von der Vogelweide, nato a Bolzano nel 1170 e morto a Wurzburg nel 1230, è considerato il più grande rimatore di lingua tedesca del Medio Evo. “Cantò gli Ideali Cavallereschi e l’”Amor Cortese. Incitò alla liberazione del Santo Sepolcro ma al contempo invitò alla tolleranza constatando che, alla fine, tutti quanti, Cristiani, Musulmani ed Ebrei, adoravano lo stesso Dio. Come “minnersanger”, Walther si esibì anche alla Corte di Federico II di Svevia. Nel testamento lasciò scritto che venisse dato da mangiare ogni giorno agli uccellini che si fossero posati sulla sua tomba” (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento” – edizioni Belvedere 2010).

Nel 1198, Leopoldo fece di Vienna (l’antica Vindobona dei Romani) la capitale del Ducato d’Austria (che, per essere precisi comprendeva grossomodo gli attuali laender dell’Austria Superiore e dell’Austria Inferiore e non l’intero territorio della Repubblica Austriaca. Fu in Terrasanta al fianco di Andrea II°, poi detto il Gerosolimitano, Re d’Ungheria (dal 1205 alla morte nel 1235), durante la cosiddetta “Quinta Crociata” (1217 1221), conclusasi con l’effimera conquista di Damietta nel delta del Nilo. (È durante questo episodio bellico che San Francesco d’Assisi si sarebbe recato in Egitto, nel 1220, dove avrebbe incontrato il sultano del Cairo Al Malik Al Kamil). Dalla moglie Teodora, principessa bizantina, ebbe sette figli. Margherita (1204-1266), che sposò prima Enrico VII di Germania e successivamente Ottocaro II di Boemia, Agnese che sposò Alberto I° di Sassonia, Leopoldo (sarebbe dovuto essere VII e III come duca d’Austria ma morì a soli nove anni nel 1216), Enrico (nato nel 1208, non riuscì a diventare III come duca d’Austria, in quanto si spense appena ventenne nel 1228) marito di Agnese di Turingia, Gertrude (1210-1241) che sposò Enrico Raspe (1204-1247), Federico (II° ed ultimo dei Babenberg, duchi d’Austria). Quest’ultimo sposerà Agnese, erede di Ottone (VII) di Andechs e Merania, ottenendo vasti possedimenti in Istria, Carniola e sul Carso. Ed ultima Costanza (1212-1243) che andò in moglie ad Enrico III di Meissen. Dopo la morte a San Germano, il corpo di Leopoldo VI venne portato e inumato nell’abbazia di Lilienfeld nella Valle del Traisen, da lui stesso fondata.

Una veduta di Lilienfeld nella Valle del Traisen (Fonte Wikipedia). Leopoldo Vi Bebenberg è sepolto qui o a Ceprano?

Questa la biografia ufficiale del Duca d’Austria ma il professore stiriano, nella sua e-mail affermava di aver trovato delle prove (non specificava quali) secondo cui il corpo non arrivò mai in Austria. Dopo la stipula della “Pace di San Germano” e la successiva ratifica a Ceprano, il Leopoldo VI sarebbe stato sepolto in una chiesa della medesima del Patrimonium Sancti Petri. Indovinate in quale chiesa? Il professore austriaco aveva avuto notizia delle vicenda relative alla fantomatica ”cassetta” di Sant’Arduino e si era convinto che contenesse in realtà non i resti mortali del santo o quelli di Re Manfredi ma del Duca d’Austria. Scopo dell’e-mail era prendere contatti per poter organizzare una ricerca congiunta sul campo magari durante l’estate. Purtroppo ogni tentativo di contattare il ricercatore mediante e-mail di risposta (anche per saperne di più sulle “prove” in suo possesso) si rivelarono vani. Finché si venne a sapere che era passato a miglior vita qualche settimana dopo aver inviato la sua e-mail a uno degli scriventi. Ci fu modo, però, di parlare con la vedova che era al corrente delle ricerche e presunte scoperte del marito su Leopoldo VI. Le riteneva però delle illusioni, semplici sciocchezze. Era convinta che il marito, ormai avanti con gli anni e che evidentemente cominciava ad avere problemi di lucidità, avesse preso un grossissimo abbaglio. Chiese esplicitamente che il marito non venisse mai nominato a proposito della presunta sepoltura del Duca d’Austria a Ceprano. In modo che rimanesse intatta la stima che aveva goduto in vita tra i ricercatori e gli studenti e che non venisse lesa la sua memoria.

Noi non abbiamo elementi per affermare che il professore di Graz avesse ragione o torto. Abbiamo evitato (come avrete notato) di scriverne il nome proprio per tener fede all’impegno preso con la vedova. Ma abbiamo ritenuto comunque interessante raccontarvi questa storia quantomeno curiosa. Chissà…potrebbe essere di spunto per qualcuno di voi lettori per iniziare altre ricerche in quel di…Ceprano.

(Roberto Volterri e Giancarlo Pavat)

PER SAPERNE DI PIÙ SULLE TEMATICHE AFFRONTATE O SOLO ACCENNATE IN QUESTO ARTICOLO…

DUE LIBRI DA NON PERDERE…..

Fonte: Il Portale del Mistero.it

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