29 Settembre 2020

I SEGRETI DELLA TOMBA DEL PRINCIPE CROCIATO A CANOSA DI PUGLIA – I^ parte

di Giancarlo Pavat – I^ parte

Immagine di apertura: la Cattedrale di San Sabino a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017

“Ora (Boemondo NDA) era uno, per dirla in breve, di cui non s’era visto prima l’uguale nella terra dei Romani, fosse barbaro o Greco, perché egli, agli occhi dello spettatore, era una meraviglia, e la sua reputazione era terrorizzante. […] Egli era tanto alto di statura che sopravanzava di quasi un cubito gli altissimi dell’umana schiatta, sottile di vita e di fianchi, con spalle ampie, torace possente e braccia poderose. Nel complesso il fisico non era né magro, né pingue per ridondanza di carne, ma tenendo giusto mezzo tra lo scarno della persona e il pieno, quasi modello ed opera d’un  Policleto, trattone il tipo dalla più sublime arte. […] Bianca oltre modo erano la carnagione in tutto il corpo. Infra il candor della neve rosseggiavagli il volto, e biondeggianti capelli sol diliungavansi a coprirgli le orecchie, né, seguendo il patrio costume, ingombravano la schiena. Che la sua barba fosse rossiccia, o d’un altro colore che non saprei indicarlo, poiché il rasoio vi era passato con grande accuratezza, sì da lasciare il volto più levigato del marmo […] I suoi occhi azzurri indicavano spirito elevato e dignità. […] Il suo torace corrispondeva alle sue narici e queste narici… all’ampiezza del suo torace. Poiché attraverso le sue narici la natura aveva dato libero passaggio all’elevato spirito che gli traboccava dal cuore. Un indiscutibile fascino emanava da quest’uomo, ma esso era parzialmente contrassegnato da un’aria di terribilità… Era così fatto di intelligenza e corporeità che coraggio e passione innalzavano le loro creste nel suo intimo ed entrambi lo rendevano incline alla guerra. Il suo ingegno era multiforme, scaltro e capace di trovare una via di fuga in ogni emergenza. Nella conversazione era ben informato e le risposte che dava erano fortemente inconfutabili. Quest’uomo del tutto simile all’Imperatore per valore e carattere, era inferiore a lui solo per fortuna, eloquenza e per qualche altro dono di natura”

(Anna Comnena – Alessiade, 1148)

Il sole stava calando verso la linea di colline a occidente, attenuando notevolmente la calura e dando un po’ di respiro a quel folgorante giorno d’estate.

Lasciata l’autostrada cominciai a seguire la via, tutta curve e tornanti che saliva verso la mia metà, già da tempo ben visibile con le sue case bianche abbarbicate su una altura; Canosa. La città sorta a quasi 200 metri slm sull’altipiano delle Murge, in posizione dominante sulla valle dell’Ofanto e il Tavoliere. Da cui lo sguardo può spaziare sino al Gargano e al Mare Adriatico.

Provai ad immaginare come doveva apparire ai Romani, che la chiamavano Canusium e che ne avevano fatto un importante nodo lungo l’Appia e ai pellegrini, cavalieri e mercanti medievali in viaggio verso i porti adriatici da cui salpare per Il misterioso e incantato Oriente. Per non parlare delle sensazioni che dovevano pervadere i membri di quella schiatta di coraggiosi guerrieri e spregiudicati politici che furono i Normanni trapiantati nel Mezzogiorno d’Italia.

E mi stavo recando a Canosa proprio per visitare il favoloso Mausoleo di uno di loro, Boemondo di Taranto (1051-1111).

Personaggio eccezionale, che colpì profondamente i suoi contemporanei, fossero amici o nemici. Interessante e gustosa la descrizione di lui che ci ha lasciato la principessa greca bizantina Anna Comnena (figlia del Basileus o Imperatore Romano d’Oriente Alessio I°) che ebbe modo di vederlo di persona alla corte paterna nel 1097, quando aveva 14 anni. Per la raffinata principessa, prima donna storiografa di cui si ha notizia, Boemondo, e gli altri capi occidentali della spedizione che oggi chiamiamo “Prima Crociata” (1095-99), erano dei barbari, sporchi e puzzolenti. Nella sua “Alessiade”, Anna non fa nulla per nasconderlo, ma solo di Boemondo ha tratteggiato un ritratto così particolareggiato e vivo che sembra di osservare una fotografia. È evidente, anche alla luce del fatto che indugia nel descrivere la prestanza fisica del Normanno pugliese, in particolare della sua muscolatura e del possente torace, ne era rimasta piacevolmente colpita. 

Il Mausoleo di Boemondo a Canosa di Puglia (BAT) – foto G. Pavat 2017

Il cronista e Vescovo di Salerno Romualdo (di stirpe longobarda, che nel 1167, come più importante presule del Regno, incoronò Guglielmo II Re di Sicilia nella cattedrale di Palermo), nel suo “Chronicon sive annales”, nonostante non abbia potuto conoscere di persona Boemondo, visto che visse tra il 1110 e il 1182, afferma che il condottiero e principe Normanno “cercava sempre di raggiungere l’Impossibile”.

Per l’intera Cristianità, Boemondo fu l’eroe del “Pellegrinaggio armato” che portò alla liberazione della Terrasanta. In particolare della conquista e poi difesa della città di Antiochia. Ma di questo avremo modo di riparlarne.

Il re di Francia Filippo I (1052-1108) lo stimava a tal punto che fece rompere il fidanzamento tra il potente Ugo conte di Troyes e la propria figlia Costanza (1078-1125), pur di darla in sposa al Normanno pugliese. Boemondo convolò a nozze con Costanza di Francia nel 1106 nella cattedrale di Chartres. Oggi la Cattedrale di Chartres è la “Cattedrale del Mistero” per antonomasia, soprattutto a cagione dello splendido ed enorme labirinto unicursale (o “univiario” o “monodossico”), pavimentale alla cui tipologia ha pure dato il nome; “Chartres-type”. Ma per correttezza storica è bene sottolineare che il nostro Boemondo, la giovane sposa e tutta la corte di Francia, non poterono ammirarlo e farsi ammaliare dal fascino dell’arcana simbologia in quanto, a quell’epoca , il Labirinto non esisteva ancora. Anzi non esisteva nemmeno la cattedrale gotica che oggi possiamo ammirare. Infatti al suo posto, nella pianura della Bouce nel nord-ovest della Francia, sorgeva un grande edificio in stile romanico. Quello che venne distrutto da uno spaventoso incendio l’undici giugno 1194. Della cattedrale voluta nell’XI secolo dal vescovo Fulberto e che fece da cornice alle nozze di Boemondo e Costanza sono sopravvissuti soltanto i due campanili gemelli, le cripte e le grandi vetrate occidentali. L’attuale cattedrale fu completata verso la metà del XIII secolo (quindi un secolo e mezzo dopo il fausto evento) e il Labirinto (sebbene non ci sia una datazione precisa) risale più o meno a quel periodo.

Il matrimonio non fu solo un evento mondano ma, come è ovvio, pure politico, visto che sancì l’alleanza tra il Sovrano francese e il Principe d’Antiochia. Boemondo, forte di un esercito reclutato in Francia cercò di attaccare le sue bestie nere, ovvero i Bizantini, per riprendersi gli antichi possedimenti nei Balcani, ma venne sconfitto da una coalizione di Greci e Veneziani. Dovete accettare la “Pace” o “Trattato di Devol” nel settembre del 1108, in cui si riconosceva vassallo del Basileus di Bisanzio. Nonostante il conferimento dell’importante titolo onorifico di “Sebastos”, era ormai chiaro che poteva conservare il Principato antiocheno solo come concessione da parte di Alessio I°. È necessario ricordare che il Principato di Antiochia (come tutta la Terrasanta), sino all’invasione islamica del VIII secolo d.C., aveva fatto parte dell’Impero Romano d’Oriente (o Impero Bizantino). Quando nel 1097, i capi “crociati” (per usare un termine moderno che all’epoca non esisteva) erano stati ricevuti a Costantinopoli dall’Imperatore Alessio (fu in quell’occasione che Anna Comnena aveva potuto “ammirare” Boemondo), avevano solennemente promesso di restituire all’Impero Bizantino i suoi antichi possedimenti nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo orientale. Cosa che si guardarono bene dal fare una volta terminata vittoriosamente la “Spedizione”.

Boemondo, accettato obtorto collo il Trattato decise di rientrare in Italia per arruolare altre forze e prendersi la rivincita ma la morte lo colse a Bari il 3 marzo 1111.

Alla luce del grande amore per la città di Canosa e della profonda devozione nei confronti di San Sabino, da sempre mostrati da parte di Boemondo, la madre Alberada decise di scegliere proprio l’antichissima località daunia per erigere il mausoleo per il figlio.

ANTICHISSIMA CANOSA

Mentre guido il mio fuoristrada riemergono dal passato le reminiscenze di studi di Storia dell’Arte, e forti sensazioni ed emozioni mi assalgono. Come sempre mi capita quando visito un sito archeologico, storico o artistico che non ho mai visto prima ma che ho conosciuto solo attraverso i libri. È come se mi recassi all’incontro, lungamente atteso, con un vecchio amico che non vedevo da chissà quanto tempo. Sono talmente immerso nei miei pensieri che per poco mi faccio sfuggire un cartello turistico che indica sul lato destro della strada la presenza di un sito archeologico.

La Necropoli del Ponte della Lama nell’Agro di Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017
La Necropoli del Ponte della Lama nell’Agro di Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017

Si tratta della Necropoli del Ponte della Lama, utilizzata dal I° secolo a.C. al IX secolo d.C.. Giro la macchina e torno indietro. Mi fermo in uno spiazzo sterrato. Non c’è nessuno. Il sito appare in uno stato di deprecabile abbandono. Un vero peccato perché ha tutta l’aria di essere molto interessante.

Riparto con il fuoristrada e riprendo a salire. Finalmente sono a Canosa. Selve di cartelli turistici indicano alcuni dei siti archeologici più importanti di tutta la Puglia, come gli Ipogei Dauni. Canosa è stata generosa nel restituire le vestigia del suo più lontano Passato. Alcuni “Vasi canosini” funerari di matrice ellenistica arricchiscono, ad esempio, le collezioni del British Museum.

L’Arco onorario di Traiano a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017
L’Arco onorario di Traiano a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017
L’Arco onorario di Traiano a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017

Percorro Corso San Sabino e sbuco lungo i margini dell’ampia area pedonale sviluppata attorno ai giardini della Villa Comunale e alla Basilica-cattedrale di San Sabino. La presenza di una piccola folla convenuta per un funerale mi spinge a decidere di ritornare più tardi per la visita alla cattedrale e all’adiacente Mausoleo del Principe Crociato.

Decido di vedere un insigne monumento di epoca romana. L’Arco di Traiano. Realizzato nella prima metà del II secolo d.C. nel punto in cui la Via Traiana entrava a Canosa. Detto anche “Porta Romana” o “Porta Varrone” o “Varrense”, secondo la maggior parte degli archeologi venne innalzato in occasione della conclusione dei lavori del tratto di Via Traiana in prossimità di Canosa. Una sparuta minoranza lo ascrive invece al periodo del successore di Traiano, l’Imperatore Adriano.

L’Arco onorario di Traiano a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017

Dotato di un unico fornice, l’Arco onorario è realizzato in laterizio ma anticamente era certamente rivestito in marmo e raggiungeva una altezza di circa 13 metri ed era largo 12. L’Arco di Traiano oggi si trova all’interno di un vivaio. Palmizi e altre varietà arboree danno al monumento un fascino davvero unico, soprattutto se si ha occasione di ammirarlo in una quieta serata estiva con il sole al tramonto che sembra voler giocare a rimpiantino con le ombre della sera incipiente.

La cattedrale di San Sabino a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017
I SEGRETI DEI BLASONI DEI NORMANNI DI PUGLIA

Rientro nel centro storico di Canosa e finalmente posso scendere i gradini (l’ingresso si trova leggermente più in basso dell’attuale piano di calpestio del piazzale) per entrare nella venerabile Cattedrale di San Sabino.

All’interno si viene accolti dal blasone degli Altavilla. Così ce lo descrive l’Araldica: “d’azzurro alla banda scaccata d’argento e di rosso di due file di tessere.

Stemma degli Altavilla – elaborazione G. Pavat 2020

Ma in realtà anche l’arma normanna è ammantata dal mistero. Infatti non è certo che sia stata utilizzata davvero. Forse è stata attribuita a posteriori. Ma non tutti gli studiosi sono concordi. Lo stemma compare su diversi monumenti normanni, soprattutto funerari. Come il sarcofago di re Guglielmo II visibile nel Duomo di Monreale in Sicilia.

Lo storico napoletano Giovanni Antonio Summonte, nella sua enciclopedica opera “‘Historia della Città e Regno di Napoli”, pubblicata all’inizio del XVII secolo e più volte ampliata e ristampata, afferma che Ruggero II, primo sovrano normanno di Sicilia, “portò per insegna una duplicata banda, ripartita in cinque parti, cioè cinque rosse, e cinque d’argento, la qual cala dalla parte destra alla parte sinistra per traverso, posta in campo azzurro, come portarono tutti i Normanni suoi predecessori”. Secondo il Summonte tale arma significherebbe possedere un “animo invitto in acquistar dominio”.

Frase che potrebbe suonare perfettamente come epitaffio della Storia dei Normanni del Mezzogiorno d’Italia.

Secondo lo storico siciliano Agostino Inveges, autore degli “Annali della felice città di Palermo, prima sedia, corona del Re, e Capo del Regno di Sicilia” (dati alle stampe tra il 1649 e il 1651), lo stemma va interpretato nella seguente maniera:

“….la Banda di questa Arma è insegna di guerra, e ornamento di Soldato; da cui pende la spada o il torcasso: come cantò Virgilio. I colori degli Scacchi sono Argento, e Rosso; nell’Argento si significa la ricchezza del Regno, e del Re: di cui favellò Orderico. Nel Rosso viene dimostrata la Purpura Reale; e nel colore azurro del campo vien accennata la fatica dell’armi, e ‘l travaglio della guerra. Onde forse il re Rugiero nel dì della sua coronazione in Palermo s’armò d’una banda o fascia scaccheggiata d’argento, e rosso in campo azurro: per significare, ch’egli il Titolo di Re, e le ricchezze del suo Regno Siciliano se l’havea guadagnato colla fatica della guerra, e col valore della spada”.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’araldista Marco Antonio Ginanni, autore de “L’arte del blasone dichiarata per alfabeto” (Venezia, 1756):

la Banda rappresenta il balteo, o sia pendaglio della Spada, ed è contrassegno d’onori, e dignità militari”.

E gli fa eco l’araldista e genealogista Goffredo di Crollalanza, che nella sua “Enciclopedia araldico-cavalleresca: prontuario nobiliare” (Pisa, Giornale Araldico, 1876) scrive che;

“(la banda) fu dall’araldica posta fra le pezze onorevoli come contrassegno d’onori e dignità militari”.

In pratica secondo il Crollalanza la “banda” rappresenterebbe la “sciarpa” indossata a tracolla dai militari.

Si potrebbe continuare a lungo, visto che il dibattito sui significati più o meno reconditi del Blasone degli Altavilla ha attraversato i secoli. Ma non essendo l’argomento principale di questa ricerca “sul campo”, basterà, in sintesi, prendere atto che, in ogni caso, l’emblema degli Altavilla rimanda alle loro indubbie qualità guerriere. 

Tornando a Boemondo è probabile che sia lui (che altri membri della nobile stirpe) abbia utilizzato anche l’arme con il Leone rampante.

Il Leone araldico è effettivamente il simbolo dei Normanni e della Regione francese atlantica che da loro ha preso il nome.

Ancora oggi lo stemma della Normandia ostenta due “leoni passanti” chiamati anche “leopardi” (che, ovviamente, non hanno nulla a che fare con il vero leopardo esistente in natura), d’oro, armati e lampassati d’azzurro, posti in palo in campo rosso.

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Lo Stemma della Normandia – (Fonte Wikipedia)

Dopo la battaglia di Hastings (14 ottobre 1066) e la conquista dell’Inghilterra da parte del normanno Guglielmo il Bastardo (che poi verrà chiamato “il Conquistatore”) anche questo regno adottò l’arme con i “leoni passanti”. Solo che invece di due divennero tre.

Lo Stemma della stirpe dei Plantageneti – (Fonte Wikipedia)

Tale arma divenne pure quella della dinastia dei Plantageneti che assurse al trono inglese con Enrico II, figlio di Goffredo V d’Angiò il Bello e di Matilde. Quest’ultima figlia di Enrico I d’Inghilterra, quartogenito ed erede di Guglielmo il Conquistatore. Ancora oggi i tre “Leoni (o leopardi) passanti” sono sfoggiati sulle magliette della nazionale inglese di calcio.

Il lettore attento che non si è perso nei labirinti dell’araldica e della genealogia medievale farà notare che (anche graficamente oltre che dal punto di vista simbolico) i “leoni passanti” sono una cosa mentre il “Leone araldico rampante” è un’altra. Vero.

Il Leone rampante di Roberto il Guiscardo – (Fonte Wikipedia)

Secondo gli storici e gli araldisti ad adottare lo stemma con il leone rampante sarebbe stato Roberto il Guiscardo (1015-1085. Figlio di Tancredi d’Hauteville-la-Guichard. Conte di Puglia e Calabria, poi Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia, padre di Boemondo di Taranto) proprio per evidenziare anche visivamente e simbolicamente la nascita di una nuova dinastia e di un nuovo regno. Uno Stato (e, forse, una Nazione) che, tra alterne vicende e qualche cambio di denominazione (Regno di Napoli, Regno delle Due Sicilie) durerà sino al 1860.

Non più Franco-normanni ma Italo-normanni o meglio Siculo-normanni. Non va scordato che in un’epoca in cui non esistevano i mass media, gli emblemi sugli scudi o che garrivano al vento sugli stendardi erano un sistema di comunicazione e propaganda.

Va rammentato che il “Leone” è diventato simbolo stesso di regalità ed in araldica contende “all’aquila il vanto d’essere la più nobile figura del blasone” (Goffredo di Crollalanza “Enciclopedia araldico-cavalleresca: prontuario nobiliare” – 1876).

In diverse cronache medievali che trattano delle vicende dei Normanni dell’Italia meridionale e di Sicilia compare proprio lo stemma “d’oro al leone rampante di rosso”. Ad esempio nelle miniature che corredano ed arricchiscono la “Nova Cronica” del cronista guelfo fiorentino Giovanni Villani (1280– 1348). Nell’ammirare la raffigurazione dell’incoronazione nel 1059, di Roberto il Guiscardo a Duca di Puglia e Calabria da parte del pontefice Niccolò II, non si può non notare che i soldati posti sulla sinistra reggono scudi con il “Leone rampante rosso” in campo oro.

Il Leone rampante di Ruggero I – (Fonte Wikipedia)

Secondo il medievista Glauco Maria Cantarella, Ruggero I° re di Sicilia (1031-1101) adottò uno stemma leggermente diverso da quello del fratello Roberto il Guiscardo: “d’oro al leone rampante di nero” (G. M. Cantarella, “La Sicilia e i Normanni. Le fonti del mito” Patron, 1988).

Due leoni d’oro immortalati nell’atto di sopraffare altrettanti dromedari compaiono nel bellissimo “Mantello di re Ruggero II”. Immediato il significato simbolico che vede i Signori Normanni vincitori sugli Arabi. Per correttezza storica bisogna dire che l’iconografia e il simbolismo del “Mantello di Ruggero II” è una sorta di risposta ad una iconografia statuaria e manifatturiera decisamente diffusa nella Sicilia dominata dagli Arabi in cui si vede un’Asina, rappresentante la Sicilia cristiana, che vien montata da un dromedario.

Palazzo dei Normanni a Palermo visto dal tetto della cattedrale – foto G Pavat 2017

Il manto, come riportato, in caratteri cufici, lungo il bordo semicircolare, è stato realizzato nel Thiraz (opificio di tessitura) del palazzo reale di Palermo nell’anno 528 dell’Egira (A.D. 1140 circa). Il pregevole manufatto, che misura 345 x 146 cm, è in seta color rosso scarlatto ed è ricamato con fili d’oro, smalti e perle. La palma da datteri al centro, simbolo dell’unione e della vita, divide simmetricamente il motivo decorativo, ripetuto su ambo i campi destro e sinistro, che raffigura il leone normanno, simbolo degli Altavilla, in atto di sovrastare il dromedario arabo” (da Santi Longo “Un pregevole manufatto “siciliano” a Vienna: il manto di Ruggero” – www.georgofili.info).

Utilizzato per l’incoronazione dei sovrani normanni e poi degli svevi, oggi è conservato nella Weltliche Schatzkammer della Hofburg di Vienna in quanto considerato parte integrante delle Insegne del Sacro Romano Impero. Dovrebbe trovarsi a Palermo, ma, purtroppo, si tratta dell’ennesimo capolavoro artistico realizzato nel nostro Paese, “scippato” al suo luogo d’origine e finito all’estero.

Il sepolcro di re Ruggero II nella Cattedrale di Palermo- foto G. Pavat 2017

Che l’Età normanna del nostro Mezzogiorno abbia assorbito e sublimato influenze arabe, africane ed orientali non vi è alcun dubbio. La tolleranza dei sovrani e della cultura Siculo-normanna nei confronti di genti di altre stirpi, etnie e religioni è passata alla Storia. Ovviamente, come nel caso del “Mantello”, i Normanni ricordavano a tutti chi era che comandava dalla capitale Palermo.

Ed echi esotici d’Africa o d’Oriente li ritroviamo anche all’interno della Basilica di San Sabino a Canosa a proposito della Cattedra vescovile realizzata da Romualdo su commissione del vescovo Ursone (tra il 1080 e il 1089). Il seggio è sorretto da una copia di elefanti bardati.

La Cattedra vescovile di Ursone conservata nella Cattedrale di San Sabino a Canosa di Puglia – foto G. Pavat

Sebbene mi riprometta di affrontare in un altro articolo l’analisi dell’interessante simbolismo della Cattedra vescovile presente in San Sabino, in questa sede, in relazione ai due elefanti possiamo dire che dal punto di vista simbolico, l’animale rappresenta, ovviamente, la Forza ma pure la Temperanza positiva e la Saggezza. Ma rappresenta anche la Castità, in molti Bestiari medievali si legge che l’animale era ritenuto frigido. Ma in ambito cristiano, come nel caso della cattedrale di San Sabino, l’animale simboleggia allegoricamente il Battesimo. Si raccontava, infatti, che la femmina dell’elefante partoriva il cucciolo in una palude, dopo aver fatto arrivare l’acqua alle mammelle, mentre il maschio rimaneva di guardia per proteggerla dal Serpente, simbolo, ovviamente, del Male. Inoltre l’Elefante era considerato il nemico naturale dei draghi, anch’essi visti come rappresentazione del Maligno.

L’ambone della Cattedrale di San Sabino a Canosa di Puglia – foto G. Pavat.

Non meno intrigante dal punto di vista del Simbolismo è la decorazione dell’ambone della Cattedrale. Risalente agli anni 1030-1040 venne realizzato da tale ACCEPTUS. La struttura a base quadrata sorretta da quattro pilastri poligonali è decisamente semplice. Su una delle lastre della cassa è riportata l’iscrizione dedicatoria:

P[ER] IUSSIONEM D[OMI]NI MEI GUITBERTI VEN[ERABILI]S P[RES]B[ITE]R[I] / EGO ACCEPTUS PECCATOR ARCHIDIAC[O]N[US] FECI HOC OPUS

Sulla parte frontale si ammira un’Aquila che tiene tra gli artigli una testa umana. Sin dall’Antichità l’Aquila era considerata l’animale divino per eccellenza. Era l’’unico uccello che poteva volare vicino al Sole senza bruciarsi. Era l’animale sacro di Zeus-Giove.

Nel mito mesopotamico di Etana, l’Eroe salva un’Aquila dalle spire del Serpente Il rapace, per ricompensarlo, lo caricò sulle proprie ali e lo portò sino in Cielo.

Nel caso delle sculture, soprattutto bassorilievi romanici, in cui si vede un’Aquila che ghermisce un animale o un uomo (come nel caso dell’ambone canosino) la lettura esoterica dell’opera vede il fedele, l’adepto, l’allievo (l’animale o l’uomo afferrato dagli artigli) che si abbandona fiducioso all’insegnamento sapienziale del Magister, del Sapiente, che gli consentirà di elevarsi su altri piani della Conoscenza, sino alla Comunione con il Trascedente.

Al di sopra il leggio dell’ambone appare una protome leonina. Anche qui il discorso da fare sarebbe molto lungo ed affascinante ma ora, è proprio il caso di non fare attendere ulteriormente il nostro ospite canosino.

(Fine I^ parte)

(Giancarlo Pavat)

  • Giancarlo Pavat ha visitato Canosa di Puglia e i suoi monumenti e in particolare il Mausoleo di Boemondo di Taranto il 17 luglio 2017. Le foto sono state scattate dall’autore in quell’occasione. Si ringrazia il personale addetto della Cattedrale per la cortesia mostrata nel consentire la visita al Mausoleo e di scattare fotografie.
Giancarlo Pavat davanti al Mausoleo di Boemondo a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017.
Il Mausoleo di Boemondo a Canosa di Puglia – foto G. Pavat 2017.

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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