22 Ottobre 2020

SARDEGNA: i segreti dell’etimologia del termine “Nuraghe” di Zoltan Ludwig Kruse.


Il complesso nuragico di Arzachena

Nuraghe: I segreti dell’etimologia del termine

di Zoltan Ludwig Kruse


La meravigliosa terra di Sardegna che ebbi occasione di conoscere, ammirare e amare è ricchissima di monumenti megalitici: tombe di giganti, nuraghi, pozzi sacri, dolmen, menhir e, come unicum nell’Europa occidentale, una torre a gradoni assai similare alla famosa ziqqurratu mesopotamica. Tra tutti questi prevalgono in maniera netta i nuraghi. Dopo aver presentato i messaggi che i nomi parlanti “Domus de Janas/Bajanas” e “Monte d’Accodi” rivelano, in questo studio intendo indagare sull’etimologia del termine archeologico nuraghe.

Il nuraghe è una imponente costruzione in pietra, evidentemente megalitica, realizzata in muratura a secco di forma tronco conica della civiltà nuraghica del II mill. a.C. Il nuraghe costituisce effettivamente l’emblema della Sardegna. Secondo il parere della maggioranza degli studiosi il termine sardo nuraghe/nuraghes con le varianti dialettali nuràkenuràxinuràccinuràginaràcu deriverebbe dalla voce akkadica nūru significante “luce, lampada”, ricorrente anche in ebraico nur “fuoco”, nura “lampadina, incandescenza”.

Altri studiosi sostengono ultimamente, invece, una derivazione iberica del termine nuraghe dalla voce spagnola nurra significante “cavità”, “mucchio di pietre”.

Il linguista Massimo Pittau da canto suo  sostiene che: «nurache, nuracche, nuracu, nurahe, nuraqe, nuraghe, nuraxi, nuratzu, muraghe, runache, runaghe “nuraghe, edificio polifunzionale e cerimoniale, di carattere e valore religioso e civica” (entro e attorno al quale si svolgevano, in un clima di piena religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù: nascite, pubertà, matrimoni, malattie, morti, morti per fulmini, paci o guerre, carestie, siccità, pestilenze degli uomini e del bestiame, sogni, aspettative future, in maniera particolare il rito della “incubazione” e quello connesso del’“oracolo”; in pratica il nuraghe era la “chiesa parrocchiale” e insieme la “casa comunale” della tribù.)» […] «Rispetto alla base nura/mura “catasta, mucchio di pietre, muriccia, muro” e pure “nuraghe” l’appellativo nurache/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originale sarà stato “(edificio) murario” oppure “(torre) in muratura”.» […] «Contrariamente a quanto avevo sostenuto altre volte, dubito che nurache sia da connettere con nurra “mucchio” e “cavità”, dato che il primo appellativo ricorre sempre con la -r- debole, mentre il secondo sempre con la -rr- forte.»

Sono certamente delle informazioni preziose queste. Eppure esse hanno la debolezza di limitarsi alla prima parte nuru/nurra del termine nuraghe e tralasciare la seconda -ghe, che però non è affatto meno importante della prima.

Il glottologo Salvatore Dedola da parte sua prende in considerazione anche la seconda parte -ghe, spiegando l’etimologia del termine nel modo seguente: «nuráki sd. “nuraghe” < sum. nu “creatore”, “sperma (divino)”, “fulgido”, “splendente” (v. eg. Ra “Sole che splende”) + ki “place, earth” = “sito di Ra Creatore”. Questo vocabolo è autoctono della Sardegna, al pari di log. nuraghe dove si sostituisce -ki con ghe, evidenziando così il radicale sum. ĝa “house”, ge “shape” (ghe; “an architectural term”); quindi nel caso del Logudoro il significato fu “forma, edificio di Ra Creatore”. Insomma, i nuraghes erano dei monumenti al Dio Sole, epifania di Ra (egizio), di Eli (semitico) che rappresentavano il dio Sommo.»

Il complesso nuragico di Arzachena

Consultando il “Manuel d’Épigraphie Akkadienne” di R. Labat a proposito della voce akk. nūru si rinviene che essa risale a sua volta alle voci: NU11 (Labat, Deimel s. no. 71), akk. nūru, “luce”, PIRIG3 (L., D., s. no. 130), akk. nēšu, “leone”, IZI-GAR, IZI (L., D. s. no. 172), akk. išātu, “fuoco, infiammazione” (cfr. mag. izzik “arde, essere incandescente”, izzít “rende incandescente”, izzó “incandescente, ardente”), IZI-GAR, akk. dipāru, “fiaccola, torcia”, IZI-AN-BIR8, akk. anqullu, “fenomeno luminoso”, ZALAG2 (L., D. s. no. 393), akk. namāru, “brillare”, namru “brillante/ splendente”, nummuru “illuminare”, nūru “luce, chiarezza”, d UTU dio Šamaš, il “Sole”, contenute nel lessico kingir/šumero.

È ovvio, quindi, che akk. nūru “luce, lampada”, insieme alla rosa di valori semantici affini išātu “fuoco, infiammazione”, anqullu “fenomeno luminoso”, namāru “brillare”, namru brillante/ splendente, nummuru “illuminare”, nūru “luce, chiarezza”, d UTU dio Šamaš il “Sole” c’entri nell’ etimologia del termine nuraghe. Tuttavia ciò rappresenta solo una parte, quella più appariscente, immediata del complesso semantico proprio al termine. Per rinvenire gli altri suoi aspetti occorre approfondire l’indagine etimologica. Il soggetto chiave che permette tale approfondimento è l’ovvia coincidenza dei nomi nuraghe e Nergal che presentano in maniera evidente la stessa struttura consonantica: nrg(l) – nrgl. Il termine sardo nuraghe costituisce praticamente una forma lievemente variata del nome del dio Nergal/NirgalNer varia in nur, quindi e > u, che viene allargata con la vocale a con cui viene sciolta la successione consonantica rg; mentre gal varia in ghe, cioè a > e con caduta della l finale. Per comprendere meglio il senso del termine nuraghe sarà utile svelare il mondo e le qualità del dio Nergal, “ardito” sovrano degli Inferi del pantheon kingir/šumero e patrono delle anime-ombra degli “eroi” defunti per la difesa delle proprie cerchie famigliari e della propria terra. Il culto di Nergal/Nirgal in antichità era largamente diffuso e praticato.

Rilievo partiano di Nergal, del I-II secolo a.C., rinvenuto ad Hatra in Iraq – foto Z.L. Kruse

Nirgal/Nergal

Sappiamo bene che la vasta cultura dei Kingir/Šumeri, inclusa la scrittura cuneiforme, ha irradiato pressoché tutto il mondo antico. Dobbiamo tener conto del fatto che per quasi due millenni il kingir/šumero fu la lingua generale del culto, dell’educazione e dell’amministrazione; ruolo che più tardi nel Impero Romano ebbe il latino. In origine Nergal fu un dio celeste che per una serie di vicende, di cui narra il poema Nergal e Ereškigal, finì per sposare Ereškigal (lett. “Signora della grande Terra”), potente Sovrana degli Inferi, assumendo così il ruolo di Sovrano degli Inferi. In riferimento al culto del dio Nergal è assai informativa l’informazione offerta dal Wikipedia tedesco: «Nel periodo persiano la venerazione di Nergal è documentata tra l’altro in Cilicia [Asia minore, di fronte alla costa settentrionale dell’isola di Cipro]. Una moneta del 420 da Tarsus porta l’iscrizione aramaica: nrgl trz “Nergal di Tarsus”. Essa mostra il dio con uno scettro in una mano e un arco nell’altra sul dorso di un leone. Una moneta di una età più tarda mostra Nergal in costume persiano con un’ascia bipenne. In relazione ellenistica Nergal fu equiparato sia con Herakles/Eracle che con Hades/Ade. Il culto di Nergal-Herakles è documentato a Hatra e Palmyra. A Hatra l’animale simbolo assegnato a Nergal- Herakles sembra essere il “cane” [mag. kutya]. Come in tempi precedenti, Nergal fu anche il guardiano/protettore delle porte della città.»

Al dio ctonio Nergal/Nirgal erano attribuiti gli effetti negativi del “Sole” UTU, akk. Šamaš, come “calore ardente” (cfr. šum. IZI / mag. izzó), i “giorni della canicola”, il fuoco degli incendi ecc.

Il termine kingir/šumero KUR.NU.GI4 significa “Terra senza ritorno” o “Terra del non ritorno” e designa quindi il regno dei defunti. Qui è da notare che la parola-seme iniziale KUR (L., D. s. no. 366) è polisemica; i suoi significati principali sono: “montagna”, “ematite”, “paese”, “inferi”,  “brillare, apparire”, “fiammeggiata, levata di un astro”. Il mondo infero Kurnugi è circondato dal fiume Ḫubur e ha sette porte. La prima è denominata Ganṣir o anche IGI.KUR.RA “occhio del mondo infero/sotterraneo”. Secondo il mito “La discesa di Nergal nel mondo infero” (ted. “Nergals Gang in die Unterwelt”) le altre “porte” (cfr. šum lú KAD, L. s. no. 90, “portiere”; mag. gát “diga”, kút “pozzo”, köt “collega, connette”, kötő “connettore”,  ingl. gate “porta, valico” – Kodi/Akkoddi) sono chiamate: Nedu, Enkišar, Endašurimma, Enuralla, Endukuga, Endušuba e Ennugigi.

A questo punto della nostra indagine accogliamo i vari nomi che indicano il dio Nirgal/Nergal, sovrano degli “Inferi” – in šum. Irkalla rispettivamente Kurnugia “Terra del non ritorno” – e sposo della dea Ereškigal, “Signora della grande Terra”, contenuti nel lessico kingir/šumero:

NIR, NIR-GÁL (L., D. s. no. 325), akk. etellu, “fiero, orgoglioso”, “eroe”, akk. mal(i)ku, “principe”, akk. tukultu, “aiuto”; NIR-GÁL, akk. takalu, “(af)fidare, (con)fidare, (af)fidarsi”;

GIR4 (L., D. s. no. 430) “focolare, forno”, d GIR4-KÙ dio Nergal;

MAŠ (L., D. s. no. 74) “croce”, “metà”, d MAŠ  dio Ninurta/Niburta, d MAŠ-MAŠ dio Nergal;

NÈ (L., D. s. no. 444) “forza”, fiancheggiata da ÙG, akk. labbu, “leone”, akk. aggu, “furioso”,

d NÈ-IRI11-GAL  dio Nergal;

U-GUR (L., D. s. no. 417), akk. namṣāru, “spada”, d U-GUR dio Nergal;

URU3 (L., D. s. no. 331), akk. naṣāru, “sorvegliare, proteggere” (cfr. aeg. iri “guardiano”, iri-aa “portiere/protettore della porta”, mag. őr “guardiano”, néző-őr “guardiano vigilante / che guarda”),  lú URI3-GAL, akk. urigallu “tesoriere” (lett. “guardiano-grande”), d URI3-GAL  dio Nergal, gi URI3-GAL, akk. urigallu, “capanna” (per purificazioni rituali), “emblema, stendardo”.

Interno del Nuraghe di Palmavera

Questa ricca fonte semantica che contrassegna il dio “ardito” Nirgal/Nergal offre delle indicazioni relative alle valutazioni espresse da Giovanni Lilliu riguardanti l’etimologia del termine nuraghe. Vediamo e ascoltiamo in che modo: «Questo termine, specie nel secolo XIX, fu messo in relazione con la radice fenicia di nur, che vuol dire fuoco, e fu spiegato come fuoco nel senso di dimora o di tempio del fuoco, [cfr. GIR4, L., D. s. no. 430, “focolare, forno”, d GIR4-KÙ dio Nergal] con riferimento a culti solari [cfr. ZALAG2, L. no. 393, akk. namāru, “brillare”, namru brillante/ splendente, nummuru “illuminare”, nūru “luce, chiarezza”, d UTU dio Šamaš, il “Sole”] che si sarebbero praticati sulla terrazza delle torri nuragiche. Oggi, invece, i filologi propendono a considerare il vocabolo nuraghe come un reliquato della parlata primitiva paleomediterranea, da ricollegarsi col radicale nur e con le varianti nornulnolnar etc.: radicale largamente diffuso nei paesi del Mediterraneo, dall’Anatolia all’Africa, alle Baleari, alla Penisola iberica, alla Francia, col duplice significato, opposto ma unitario, di mucchio e di cavità. Il vocabolo stesso poi indicherebbe non la destinazione ma la speciale forma costruttiva del nuraghe, il quale vorrebbe dire appunto mucchio cavocostruzione cavatorre cava, [cfr. gi URI3-GAL, akk. urigallu, “capanna” (per purificazioni rituali)] a causa della figura turrita del suo esterno, fatta per accumulo di grossi massi, e per la cavità cupoliforme dell’interno.»

Anche la spiegazione offerta al pubblico nell’articolo “Nei castelli dei re pastori” (Bell’Italia no. 7 – Sardegna, 1996) ottiene il suo necessario appoggio semantico: «C’è ormai chiarezza, invece, sul ruolo e sulle prerogative di queste torri a forma di secchio rovesciato. Sono state la reggia di signori [cfr. NIR, NIR-GÁL, L., D. s. no. 325, akk. etellu, “eroe”, akk. mal(i)ku “principe”] che dominavano piccole tribù, luoghi dove il culto religioso e le esigenze militari sapevano coesistere, posti di “vedetta” [cfr. URU3, L., D. s. no. 331, akk. naṣāru, “sorvegliare, proteggere”; aeg. iri “guardiano”, iri-aa “portiere/protettore della porta”, mag. őr “guardiano”, néző-őr “guardiano vigilante/che guarda”] e risorsa difensiva. Erano il baluardo che proteggeva dagli attacchi i membri più deboli della comunità, trasferiti al riparo delle mura di pietra quando era minacciato il villaggio in cui abitavano. Una costellazione di capanne [cfr. gi URI3-GAL, akk. urigallu, “capanna” (per purificazioni rituali)], infatti, trovava nel nuraghe il suo centro di gravità.»

Un considerevole e valido appoggio arriva da una ampia sfera di vocaboli del lessico magyar/ hungherese, che si rivelano assonanti e semanticamente affini alla parola-seme arcaica NIR “fiero”, “eroe”, “principe”, “aiuto” e quindi anche al nome Nergal rispettivamente Nuraghe.

Si tratta di: nyer [ŋɛr] “vince” con i derivati nyers [ŋɛrʃ] “rozzo, grezzo, crudo”, nyert [ŋɛrt] “vinto”, nyertes “vincitore, vincente, vittorioso”, nyerés [ŋɛre:ʃ] “estrazione (vincente)”, nyereség [ŋɛrɛ:ʃe:g] “rendita, rendimento”, nyeremény [ŋɛrɛme:ŋ] “vincita, premio, vantaggio, profitto, guadagno, utile, provento, ricavo”; della (sua) variante affine nyár [ŋa:r] “estate” (calura estiva di luglio, all’Àrdia di Sedilo, e agosto, all’Àrdia di Desulo; la forza di dio “Sole” UTU è al suo apice) e nyári nyerő erő [ŋa:ri ŋɛrø: ɛrø:] lett. “estiva vincitrice forza” / “forza vincitrice estiva” (un particolare assai interessante in questo esempio è che erő “forza” sia contenuta in nyerő “vincitrice”); come anche della (sua) altra variante affine nyír “tosa(re), taglia(re)”, con i suoi derivati: nyírás “tosatura, taglio”, nyírbál “tosa(re)/ taglia(re) intorno/attorno”, ki-nyír “taglia(re)/fa(re) fuori” ecc.; infine affine a nyer e nyír “vince” – “tosa, taglia” è la parola-seme nyíl “freccia”, con i derivati nyílik “si apre” (la ferita), nyílás “apertura”, nyilas “arciere”, lett. “munito di freccia”, (astr.) “Sagittario”, nyilallás “fitta, frecciata”, nyilallik “punge(re) (il dolore lancinante)”. Un chiaro riferimento al “cavallo” mag. , cavalcato dal “vincitore arciere” nyerő nyilas, dimostrano invece le voci: nyereg [ŋɛrɛg] “sella”, nyerges [ŋɛrgɛʃ] “sellato”, nyergel [ŋɛrgɛl] “sella(re)”,  nyergelés [ŋɛrgɛle:ʃ] “(il) sellare”, nyerít [ŋɛri:t] “nitrisce (nitrire)”, nyerítés [ŋɛri:te:ʃ] “nitrito”, e, di importanza straordinaria, la suggestiva voce nyargal [ŋɒrgɒl] “galoppa(re), corre(re) a cavallo (selvaggiamente)”, poiché rivela una ovvia assonanza al nome del selvaggio e ardito dio degli Inferi Nergal che cavalca un cavallo/destriero nero.

Il Nuraghe di Palmavera

Ecco qui seguire due esempi di applicazione informativi:

A nyilas ellenfeleit nyillal nyírja ki – trad. lett. “L’arciere i suoi avversari con (la) freccia li fa fuori / trad. riordinata: “L’arciere i suoi avversari li fa fuori con (la) freccia” oppure: A shardana nyilas ellenfeleit nyillal nyírta ki – trad. lett. “Il shardana arciere avversari-suoi con (la) freccia li ha fatti fuori” / trad. riordinata: “L’arciere shardana i suoi avversari li ha fatti fuori con (la) freccia.”

Riguardo alla pronuncia del teonimo Nergal è utile sapere che nel linguaggio dialettale rurale magyar/hungherese prevale la consuetudine di abbandonare la consonante finale l di una parola che comporta l’allungamento della precedente vocale. Per comprendere meglio la situazione sentiamo alcuni esempi: láttál > láttá’ “hai visto”, jártál > jártá’ “hai camminato”, járkál > járká’ “cammina/gira”, nyargal > nyarga’ “galoppa(re)”, nyergel > nyerge’ “sella(re)”, Nergál > Nergá’ ecc.; constatiamo praticamente la stessa situazione che ricorre anche in sardo Nuraghel > Nuraghe’, e anche in rumeno: norocul > norocu’ “la fortuna” (noroc “fortuna”).

Orbene, com’è ben noto, l’arco con le “frecce” fu una delle armi preferite, non solo ma anche, dai guerrieri shardana, etnonimo, questo, di stampo akkadico: da šum. LUGAL (L., D. s. no. 151), val. fon. šàr “uomo forte”,  akk. šarru, “re”, bēlu,“Signore”, mul LUGAL “Regulus”; KAL (L., D. s. no. 322), val. fon. tantana, akk. dannu “forte”, danānu “essere forte, potente”, “forte, superiorità”. Difatti non sono pochi i suggestivi bronzetti nurag(h)ici che raffigurano l’“eroico” guerriero shardana con in mano l’arco, ornato di un elmetto a due corna in testa. In antichità la figura del’“arciere” (mag. nyilas), oltre il suo ruolo concreto combattivo, ebbe anche un ruolo simbolico assai importante poiché veniva considerato un riflesso del’“arciere” visibile sulla volta celeste che è la costellazione di Orione, šum. SIPA.ZI.AN.NA,  a sua volta associata al personaggio del “grande Cacciatore davanti al Signore” in antichità conosciuto come Nimrud/Nimrod.

Il Nuraghe di Palmavera

Il Gallo

Basta guardare un bel gallo con la testa ornata dalla tipica cresta di colore rosso, da bargigli penduli dallo stesso colore e dalla pelle facciale sempre rossa, con la splendida coda costituita da un ventaglio di penne falciformi, poi, nel contempo, sentirlo tuonare il suo canto trionfante e si capisce subito la ragione per cui esso da sempre viene associato all’“ardore”, alla “vittoria/vincita”, alla vigilanza e alla salute.

La voce gallo, come si evince, deriva dal lessico kingir/šumero: GAL (L., D. s. no. 343) “grande”, “essere grande”; GALA-MAḪ (L., D. s. no. 211) “capo dei cantori”, GÁL (L., D. s. no. 80) “essere” (cfr. mag. kel “sorge”, kelés “il sorgere”, kör “cerchio”; ki-kel “fuori sorge”, kel-et “levante”, ki-kel-et “primavera”); la parola-seme GAL costituisce evidentemente il secondo componente del nome di dio Nergal. Il trionfante “canto del gallo”, che viene introdotto da un rumoroso batter d’ali,  annuncia il sorgere del “grande” disco “Sole” UTU (cfr. mag. út “via, percorso”, idő “tempo”, Út-ura “Signore del percorso”, Öt-ura “Signore del cinque” del dado, base di sviluppo della svastika). Miracolosamente esso trova conferma nell’assonante espressione magyar/(h)ungherese ki-kerül-ki “fuori-sorge-fuori” o “Chi-sorge-fuori”, come anche in ki-kerekül, dial. ki-kerekű “(si) arrotonda” (il disco solare sorgente).  Il gallo è un uccello solare di origini indiane, attributo di divinità solari. Con il suo pregnante e fiero canto chicchirichi – conosciutissima espressione onomatopeica, questa, ricorrente in molte lingue, ad esempio in: mag. kukuriku (cfr. kőkarika “anello/circolo di pietre”), ted. Kikeriki, russ. kukareku, sve. kukeliku, spa. quiquiriquí, pol. kukuryku, fr. cocorico, rum. cucurigu ecc. – il “gallo” annuncia e saluta il sorgere del “grande” GAL disco “Sole” (aeg. dio Aton – mag. a tányér “il disco”) a “levante” kelet. Il “gallo” che è caratterizzato dall’attributo “ardito”, cioè “gagliardo”, simboleggia il guerriero prode, la vigilanza, l’ardire, la vittoria e la salute. Nergal, Sovrano degli Inferi, talvolta viene rappresentato come divinità alla testa di gallo. Per la sua natura bellicosa il gallo fu associato a Marte, dio della guerra. In epoca cristiana il gallo, connesso così intimamente al sorgere del Sole, venne utilizzato anche come simbolo di risurrezione. Il gallo è uno degli emblemi nazionali della Francia, lo stato moderno sul territorio dell’antica Gallia abitata dai Galli = Celti (cfr. mag. keleti “orientale”, “di levante”; lat. galea “elmetto” con cresta, gallus “gallo”; fr. galon dal v. galonner “ornare il capo con una benda”). Ed è ugualmente simbolo per eccellenza della regione sarda di Gallura ricchissima di granito, in gallurese e in sardo chiamata Gaddùra rispettivamente Caddùra. Il significato di quest’ultimi sarebbe “rocciosa, sassosa”, caratteristica pienamente confermata dalla natura “rocciosa” (mag. köves, der. da  “pietra, roccia, sasso”) del territorio gallurese con un paesaggio in cui il granito è il segno distintivo . Lo stemma del Giudicato di Gallura fu difatti il “gallo nero”. Invertendo ora la sequenza di voci “gallo-nero” ecco spuntare l’espressione “nero-gallo”, che, sorprendentemente, è assonante proprio a Nergal, il nome del Sovrano degli Inferi e, così, anche a Nuraghe.

Non per caso sono in utilizzo dei vocaboli affini a gallo/gallus come: it., spa., ted. gala sin. di “pompa, magnificenza”, gàlla “bolla, rigonfiamento vegetale”, gagliardo (fr. gaillard) dal lat. galleus “rigonfio” sin. di “forte, potente; valoroso”, gagliardiagallismo ecc. Loro utilizzo è sensato, poiché essi sono derivati dalla parola-seme arcaica GAL “grande”, “essere grande”.

Il Nuraghe di Palmavera

Ninurta/Nimurta/Niburta

È utile sapere che nel Pantheon kingir/šumero Nergal ha un doppio chiamato Ninurta/Nimurta/ Niburta (NIB-UR “pantera-eroe”; NIB, Lab. s. no. 131a, e PIRIG-TUR, Lab. s. no. 444, akk. nimru, “leopardo”) la “Pantera” del mondo infero. I loro nomi scritti iniziano col determinativo della stella a otto punte  Dingir “dio/cielo”, dopo il quale, per Niburta, segue il segno della croce a bracci uguali + MAŠ (Lab. s. no. 74, “croce”, “metà”), cioè: dingir MAŠ “dio Ninurta/Nimurta/Niburta”; mentre per Nergal dopo il determinativo seguono due segni di croce + + che risulta: dingir MAŠ-MAŠ, cioè “dio Nergal”.

Nergal, in quanto dio dei defunti guerrieri “eroi” e dispensatore di morte, venne associato al “Sole” UTU invernale; Ninurta/Nimurta/Niburta invece rappresentava il “Sole” primaverile. Egli fu il promotore della vita che nasce dalla Terra, il regolatore delle acque, il sostenitore della vita e della crescita delle piante. «E nonostante Nergal sia dispensatore di morte, secondo la  grande disposizione divina, Nirgal/Nergal e Ninurta/Nimurta/Niburta sono fratelli», osserva il šumerologo Prof. J. F. Badiny. 

Ninurta/Nimurta “Signore della Terra” equivalente anche a Ningirsu “Signore (della città) di Girsu”,  nel III mill. a. C. era ritenuto il “Signore dell’agricoltura” e, in più, il campione degli dèi ed il salvatore del paese contro le popolazioni nemiche invasori. Questa sua seconda funzione è appoggiata dalla versione in dialetto emesal del suo nome che è: Niburta “Pantera eroe della Terra”.

  1. S. M. Langdon, ne “Semitic Mytology” (London, 1931) scrive: «Il fenicio Sed è la riproduzione orientale di questo mito del dio Sole come Cacciatore» […] «Il Cacciatore come aspetto del dio Sole occidentale rappresenta piuttosto Ninurta del Pantheon šumero. Ninurta apparentemente letto Nimurta in dialetto šumero, è probabilmente l’origine del nome Nimrud, il famoso Cacciatore.»

«Nimrod, il potente Cacciatore davanti a Yahwe, e figlio di Kush, è chiaramente il Gilgamesh della mitologia babilonese; e Nimrod, fondatore di città in Šumer… è sicuramente Nimurta, il dio del Sole primaverile, figlio del dio della Terra Enlil di Nippur

L’Ardia sarda

Un tassello importante nella indagine etimologica del termine nuraghe costituisce la tradizione della Ardia sarda. Essa facilita assai la comprensione della caratteristica principale del dio Nergal che è l’“ardimento”. Il sardo che è ardito, “fiero” (šum. NIR, mag. nyer “vince”), vago di avventure e ha nel sangue l’ardore bellicoso, l’irrequietezza delle razze nomadi – proprio come i popoli cavalcatori nomadi delle vaste steppe euroasiatiche – è in forte risonanza con questa qualità principale del dio Nergal. In un vecchio numero della rivista Bell’Italia / Sardegna (no. 7 / 1996) si legge: «L’Ardia è la più spettacolare e genuina festa equestre della Sardegna; una corsa selvaggia, senza freni, senza paura. La Ardia di Desulo che si tiene in agosto, in pieno estate, è una competizione equestre unica per l’ardimento che richiede agli uomini che vi sono impegnati. Di loro si dice “Faene finta de gherrare”, fanno finta di fare la guerra. Così viene spiegato lo spirito della gara, nella quale si prevede che tre gonfalonieri si lancino al galoppo in testa alla cavalcata. Sono seguiti da tre cavalieri che hanno il compito di impedire al resto dei concorrenti di raggiungere e superare i gonfalonieri.»

A Sedilo vicino al lago Omodeo, invece, la Ardia viene festeggiata, sempre in pieno “estate” (mag. nyár), dal 5 al 7 luglio. «Nella valle di San Costantino, a poco più di un chilometro da Sedilo, i cavalieri si precipitano a testa bassa lungo le pendici rocciose di un percorso da brividi, giù verso la chiesa, agitando gli stendardi e lanciando urla selvagge.»

Benché s’Ardia di Santu Antinu di Sedilo sia quella più consolidata, si corrono Ardie anche in molte altre località della Sardegna. Così ad esempio a Noragugume si “galoppa” nyargal l’Ardia in onore della Beata Vergine d’Itria; a Sindia si “galoppa” l’Ardia in onore dei Santi Giorgio, Raffaele e Isidoro; a Dualchi si “galoppa” l’Ardia per i santi Pietro e Paolo e a Pozzomaggiore si “galoppa” l’Ardia sempre in onore di San Costantino, San Pietro e San Giorgio.

Interno del Nuraghe di Palmavera

Orbene, questo spirito selvaggio della Ardia caratterizzata dall’ardimento degli uomini impegnati che durante lo sfrenato “galoppo” (mag. nyargalás) sembrano fare la guerra lanciando urla selvagge corrisponde perfettamente allo spirito del dio Nergal, Sovrano degli Inferi cavalcante su un cavallo/destriero nero, dispensatore di morte e protettore dei guerrieri “eroi” caduti per la difesa della propria famiglia e patria.

In questo contesto è da menzionare il fatto che il dio Nergal fu il protettore degli eroici guerrieri di tutti i popoli cavalieri delle vaste steppe euroasiatiche come Scythi, Alani, Sarmati, Medi, Parthi, Hunni/Hsiungnu, Avari, Magyari/Hungari, Mongoli ecc.. Tutti questi combattenti cavalcatori arcieri solevano congiungersi allo spirito del potente dio Nergal, loro protettore, e pregare per il suo sostegno nei combattimenti. L’ardore di lotta dei cavalieri e la loro impavida forza di combattimento veniva nutrita dall’insieme di anime-ombra dei loro “eroi” e “principi” defunti giunti nella “Terra del non ritorno” Kurnugia. Tutti gli altri combattenti cavalieri  nyargaló cioè “galoppanti selvaggiamente” nel corso della storia, anche non essendone più consapevoli, hanno ereditato per trasmissione simpatetica questa consuetudine di connettersi alla fonte di forza nergalica costituita dall’insieme di “anime-ombra” dei propri “eroi” defunti e trarne l’ardore di combattimento.

In conclusione possiamo constatare che la Sardegna, miracolosa isola rocciosa del Mediterraneo occidentale cosparsa di migliaia di nuraghi che dimostrano fortezza e fierezza e in cui gli arditi cavalieri sardi “galoppano” tuttora la selvaggia Ardia è pervasa dallo spirito del dio Nergal.

© Zoltán Ludwig Kruse

  • Se non altrimenti specificato, le foto sono di Pierpaolo SIMONELLI.
Nuraghe Orolo, veduta da ovest. Sullo sfondo il monte Santu Padre – foto Z.L. Kruse.

Fonte: Il Punto sul Mistero.it

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