Dom. Ott 20th, 2019

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I MIRACOLI EUCARISTICI DI LANCIANO: LEGGENDE MEDIOEVALI?

Nelle leggende fiorite intorno al Graal si parla di alcune sue peculiarità tra cui quella che, quando essa è presente sull’altare nel momento solenne della celebrazione dell’Eucarestia, potrebbe tramutare il vino in sangue e l’ostia in carne cosa che ricorda molto da vicino un famoso evento soprannaturale accaduto a Lanciano.  

Secondo un’antica leggenda, Lanciano fu edificata da Solima compagno di Enea e fondatore, tra le tante cose, anche di Sulmona, il quale impose a questo piccolo villaggio, il nome di suo fratello Anxa, disperso durante la fuga da Troia. Anxa o Anxanon divenne in breve tempo la capitale dei Frentani, potente popolo italico, resa famosa anche, presso i romani dai suoi mercati annuali.

Nel medioevo al nome Axanon venne aggiunto l’articolo così da diventare Lanxanon e quindi Lanciano. Altre fonti sostengono che il toponimo Lanciano sia da ascrivere alla corruzione del nome del famosissimo centurione romano Cassio Longino, che ferì con la sua lancia il costato di Gesù morente. Egli fu citato per la prima volta, senza rivelarne il nome, però, nel Vangelo di San Giovanni; nei Vangeli Apogrifi, Nicodemo, invece, parla di un certo Longino, come uno dei tanti aguzzini del Nazzareno.

Affresco di Fra Angelico, che illustra la lancia conficcata nel costato (ca 1440) Wikipedia

La vita di San Longino, comunque, è ancora avvolta nel mistero a cominciare dalla sua mitica lancia per finire ai Vasi Sacri, enigmatiche reliquie, custodite a Mantova.

La lancia sacra custodita nella Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna
Wikipedia
I Sacri Vasi di Mantova da: Diocesi di Mantova

Questo personaggio dei Vangeli apocrifi, è presente, tra gli altri in alcune leggende medioevali abruzzesi, nelle quali si afferma che Cassio Longino era figlio di patrizi lancianesi e attendente di Ponzio Pilato, anche lui abruzzese, nonché informatore del medesimo in Palestina.  Leggende che potrebbero avere riscontri archeologici se si presta fede ad alcune fonti nelle quali si dice che nelle vicinanze della chiesa di San Francesco, vi fosse una fontana pubblica pagata da un certo Cassio Longino, come recita l’epigrafe apposta su di essa: “Cassio Longino fecit”.  Secondo altri esso si ubicava lungo il tratturo l’Aquila-Foggia alle porte di Lanciano.

Durante l’iter processuale che portò alla condanna a morte del Nazzareno, Longino, il cui nome deriva dalla parola lancia e forse da qui l’associazione con l’arma più potente e ricercata della cristianità, ebbe l’incarico di seguire da vicino le sorti del Cristo. Cassio fu molto scrupoloso nel suo lavoro, rimanendo accanto al prigioniero anche durante l’agonia della crocifissione e infliggendogli, forse, il colpo letale. Alcune gocce di sangue e d’acqua sgorgarono dalla ferita, il liquido vermiglio scivolò lungo la lancia fino a toccare le sue mani, che portò, inavvertitamente, sugli occhi che guarirono improvvisamente da una miopia degenerativa; passato il primo momento di stupore, egli raccolse una manciata di terra e sangue e la nascose. 

Questa forzata vicinanza con le dottrine cristiane e il prodigio a di cui fu testimone lo portarono a convertirsi alla nuova religione e così, dopo la morte di Gesù, si congedò dall’esercito, prese i suoi tesori: la lancia, la spugna imbevuta di aceto e, ovviamente, la terra contenete il sangue sacro e partì. Alcune fonti dicono che si fermò a Mantova dove oggi si possono ammirare i cosiddetti “Vasi Sacri” contenenti il Sangue Sacro, altri affermano che fosse tornato alla sua natia Lanciano, pare senza i suoi tesori, dove iniziò a fare proseliti. A Pilato e al Sinedrio la cosa non piacque e così fu emanato un mandato di cattura nei confronti di Longino che raggiunto da alcuni sicari, fu decapitato e la sua testa fu portata a Gerusalemme come monito.

Gli abitanti di Lanciano commossi dal sacrificio del soldato, eressero sull’antico tempio di Marte una chiesa dedicata a San Longino, dove, essendone diventato il primo vescovo ed evangelizzatore, fu anche, forse tumulato qui, secondo quando si apprende da ritrovamenti recenti di mummie che potrebbero avvalorare tale tradizione. 

  Nel VIII secolo tra le sue mura si consumò un evento sovrannaturale. Era il 750 d.C. circa, quando con l’acuirsi delle “guerra” delle icone e reliquie religiose, vi fu, anche, un flusso migratorio notevole di monaci greci verso l’Italia e un gruppo di questi, giunti a Lanciano come profughi, diventarono custodi del tempio di San Longino.

Il protagonista del prodigio fu, appunto, uno di essi, per la precisione un monaco dell’ordine di San Basilio; il quale non avendo una fede molto ferma, dubitava del mistero dell’Eucaristia; le sue incertezze diventavano ogni giorno più forti e così durante una funzione, dopo aver fatto la doppia consacrazione, l’ostia che aveva in mano si trasmutò in Carne viva e il vino si raggrumò in cinque coaguli di sangue.

La leggenda vuole che due confratelli, sconvolti da tale evento e vergognandosi della fede traballante del celebrante, rubarono il documento originale di cui non si ebbe più traccia. 

Questo “Miracolo”, come viene descritto da una lapide del 1636, ebbe da subito ampia risonanza presso i fedeli e non solo; in seguito a ciò, i basiliani dovettero cedere la chiesa ai più influenti benedettini dell’Abbazia di San Giovanni in Venere.

Era il 1252 quando il vescovo di Chieti, Landolfo Caracciolo, su suggerimento di Papa Innocenzo IV, donò il tempio ai Frati Conventuali Minori dell’ordine di San Francesco. 

Nel 1258 i nuovi custodi, iniziarono a costruire un nuovo complesso ecclesiastico sulle rovine di quello preesistente, dedicato a San Francesco d’Assisi fondatore dell’ordine.

Questo “Miracolo” fu posto in uno scrigno di avorio argentato, conservato nel sacello di destra dell’altare maggiore. Successivamente, per paura delle scorrerie pagane, i resti sacri furono murati in una oscura e angusta cappella, di cui oggi rimane testimonianza nell’alta e stretta monofora gotica.

Riportate alla luce nel 1636, esse furono risposte per 266 anni circa, dietro una grata cubica, sigillata ulteriormente da due piccole porte di legno chiuse da quattro chiavi diverse, all’interno della Cappella della Famiglia Valsecca, dove ancora si può leggere l’epigrafe commemorativa, oltre che ammirare gli affreschi che decorano la navata destra dell’imponente edificio, raffiguranti Giuditta con la testa di Oloferne, Ester al cospetto di Assuero, Rachele al pozzo, Sant’Antonio abate e San Giovanni Battista vestito di pelle e con un mantello rosso che sorregge con la mano sinistra una tavola sulla quale è incisa una scritta gotica che dice: E CCE AGNUS DEI E CCE QUITOL il resto è andato perso nei secoli. Successivamente il sangue venne riposto in un’ampolla di cristallo e dal 1713 l’Ostia è custodita in un ostensorio argento a forma di raggira ed è in ostensione dal 1902 su un monumento marmoreo al centro dell’abside della chiesa barocca del complesso ecclesiastico di San Francesco.

Le reliquie, a distanza di più di dodici secoli, oggi si presentano così: l’Ostia ha la grandezza di un’ostia “Magna” ed è leggermente scura ed ha un colorito della carne viva se lo si guarda in trasparenza; secondo analisi istologiche, essa è vera carne e presenta tracce di tessuto cardiaco; inoltre, pare che, ad un esame fatto al microscopio, si rilevano particelle di pane non trasmutate.

Il sangue coagulato ha un colore terreo con sfumature giallo-ocra; secondo la scienza esso è sangue appartenente al gruppo sanguineo AB, che pare sia lo stesso “dell’Uomo della Sindone” e del Volto Santo di Manoppello.

Osservando il Miracolo Eucaristico di Lanciano, che è precedente a quello di Bolsena ed in seguito al quale la Santa Chiesa istituì la ricorrenza religiosa del “Corpus Domini”, ci si rende conto dell’ottimo stato di conservazione, nonostante esso sia stato, per un lunghissimo lasso di tempo, esposto all’azione di agenti atmosferici, fisici, biologici e, nei primi secoli, all’incuria dell’uomo.

Come abbiamo detto una delle caratteristiche attribuite al sacro calice meglio conosciuto come Graal è quella di trasmutare il vino in sangue e l’ostia in carne durante l’eucarestia, come potrebbe essere documentata dal Miracolo Eucaristico di Lanciano che attesterebbe, così, la presenza o, perlomeno il suo passaggio in questo luogo. Tale evento, che come abbiamo detto ebbe ampia eco in tutto il mondo allora conosciuto, poiché Lanciano all’epoca dei fatti era una cittadina molto nota, si potrebbe supporre che tale evento sovrannaturale stia alla base del ciclo graaliano e, addirittura, ne sia l’artefice, poiché esso è precedente alla nascita di tale topos mitopoietico.   Parlando del Graal a Lanciano, presso il Museo Diocesano, vi è un piatto d’oro, su i cui bordi vi sono incisi delle lettere in una lingua sconosciuta.

Nello stemma comunale di Lanciano vi è raffigurata una lancia dorata che è forse ispirata alla sacra lancia di Longino, reliquia che, secondo la tradizione, accompagnerebbe il Graal e che sarebbe stata data in dono ai lancianesi da Carlo Martello in ricompensa per l’appoggio offertogli contro i Longobardi teatini. Come abbiamo accennato a Lanciano vi furono non uno bensì due miracoli eucaristici!

Durante il XIV una donna maltrattata, umiliata e tradita dal marito, ebbe come ultima razio quella di ricorrere alla magia per far cessare questo stato di cose! Così dopo aver preso consiglio presso una fattucchiera la donna andò in chiesa e fingendosi di comunicarsi, rubò un’ostia consacrata per poter mettere in atto il suo piano diabolico.

Tornata a casa con la particola la donna e la fattucchiera presero un mattone incandescente e vi buttarono sopra l’ostia che…iniziò a sanguinare. La donna spaventata cercò di pulire ma… fu tutto inutile. Così presa la particola sanguinolenta e il mattone, avvoltoli in una tovaglia li seppellì nella stalla. Il marito alla fine della sua giornata di lavoro come mulattiere, nel momento in cui faceva ritentare gli animali nella stalla, questi si rifiutarono anche dopo che l’uomo li picchiò. Dopo vari tentativi anche violenti, gli animali entrarono e una volta entrati questi si inginocchiarono nel punto in cui la donna aveva seppellito l’ostia miracolosa.

 L’uomo incuriosito ed impaurito scavò nel punto dove si erano chinati gli animali e trovò il fagotto, che dopo averlo aperto chiese spiegazioni a sua moglie, la quale, il giorno seguente andò a confessarsi dal priore del convento di Sant’Agostino, che era marchigiano, il quale prese in consegna il sacro involucro e durante la notte fuggì verso Offida, il suo paese d’origine portandosi dietro anche le reliquie che ancora oggi sono conservate lì!     

Di Nicoletta Camilla Travaglini

Le Fonti

Travaglini Nicoletta Camilla “Il Graal in Abruzzo” edizioni Tabula Fati Chieti 2013

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