Dom. Ott 20th, 2019

MEDIA MYSTERY

RACCONTIAMO MISTERI IN TV

“STRANE” SPADE

Gli strani casi delle Spade Romane, Vichinghe e Templari “americane”; di Giancarlo Pavat

Una tranquilla insenatura dell’isola di Orust sul Mare del Nord presso l’attuale confine tra Svezia e Norvegia. Da luoghi simili a questo salpavano tra l’VIII e l’XI secolo, i drakkar vichinghi per avventurosi viaggi di scorreria o di esplorazione. – foto G Pavat 2011
Statua di Leif Eriksson a Qassarsuk in Groenlandia. – fonte Wikipedia

Dal Nord America sono spesso arrivate (e continuano ad arrivare) notizie di clamorose scoperte che costituirebbero la prova dell’arrivo sulle coste del continente americano di diverse civiltà, popolazioni e culture, secoli (se non millenni) prima di Cristoforo Colombo. Egizi, Fenici, Cartaginesi, Ebrei, neri dell’Africa Equatoriale, Greci, Etruschi, Romani, monaci irlandesi, persino i Cavalieri Templari, tutti avrebbero attraversato l’Oceano Atlantico. D’altronde risponde a verità l’asserzione secondo cui le conoscenze nautiche dell’Antichità e del Medio Evo fossero superiori a quello che normalmente si crede. Ma se in linea teorica, arrivare in America, magari spinti da venti sfavorevoli oppure da qualche fortunale, sarebbe stato possibile, nessuna delle cosiddette “prove” ha mai retto ad una approfondita analisi critica. Anche recentemente si è parlato di un gladio romano rinvenuto ad Oak Island. L’isoletta canadese ove si trova il famigerato “Treasure’s Pit”, il profondissimo Pozzo in cui sarebbe nascosto il tesoro dei pirati, dei Templari, dei Massoni o di chissà chi altro. Cercato invano da oltre due secoli da legioni di avventurieri, archeologi della domenica, miliardari, che spesso ci hanno lasciato le penne.

venient annis specula seris

quibus Oceanus vincula rerum

laxet et ingens pateat tellus

Tethysque novos detegat orbes

nec sit terris ultima Thule

(Seneca, “Medea, vv. 375-379” – I sec d.C,)

Probabilmente gli antichi Romani sono giunti davvero sulle coste di un continente aldilà dell’Oceano, come sembrano attestare sia le numerose citazioni presenti nei testi classici, sia le inspiegabili raffigurazioni  (musive, scultoree, pittoriche) in cui compaiono vegetali e frutti che non sarebbero dovuti essere noti alle Civiltà mediterranee in quanto provenienti dalle Americhe. Certamente non può essere considerata una prova il palesemente falso gladio romano “rinvenuto” sull’isoletta canadese di Oak Island – foto Annuncio su E-bay.

Ebbene la notizia del ritrovamento del gladio romano venne presentata durante un documentario di History Channel;network che non brilla di certo per autorevolezza scientifica. Ed infatti non ci è voluto molto per capire che si trattava di una replica in ottone acquistabile su internet. Eppure se si fa un giro nella rete, può capitare di trovare siti con articoli che continuano a propinare una simile panzana come se fosse la scoperta del secolo. Ma simili bufale non sono un prodotto della nostra società in cui a causa dei social media, le fake news imperano ovunque. E per chi non è in possesso di un adeguato background culturale, risulta difficile, se non impossibile, discernere le notizie vere da quelle verosimili, da quelle false. Solo per fare un esempio, e visto che si parla di spade, si può citare il ritrovamento di un’altra spada romana, spezzata in tre parti, addirittura in Arizona. La scoperta avvenne il 13 settembre 1924 ad opera di un certo Charles E. Manier, presso la Picture Rock, sulla Silverbell road, non lontano dalla città di Tucson. Tanto che ancora oggi, la spada e la trentina di altri oggetti, tra cui due croci, saltati fuori poco dopo, sempre nello stesso sito, vengono chiamati Tucson artifacts. Oppure Tucson Lead Artifacts, visto che sono fatti di piombo. Sulla spada e le croci di piombo erano incise delle frasi in latino e dei numeri romani che vennero interpretati come date. Inizialmente i reperti vennero ritenuti autentici e considerati la prova di un insediamento di coloni cristiani o ebrei provenienti da Roma, giunti in Arizona attorno all’VIII secolo. Ma il professor Frank H. Fowler, direttore del Dipartimento di Lingue Classiche dell’Università dell’Arizona, scoprì e lo scrisse in un articolo pubblicato dall’Arizona Daily Star, il 17 marzo 1926, che le frasi delle iscrizioni sulla Spada e sugli altri Tucson artifacts, erano identiche a passi di autori classici latini come Cicerone e Virgilio. Disponibili in grammatiche latine edite negli Stati Uniti nel 1881, 1892 e 1903.

Alcuni dei “Tucson artifacts” esposti attualmente all’Arizona History Museum.

A questo punto, anche a seguito di ricognizioni sul sito del presunto rinvenimento, e nonostante la pubblicazione di articoli e libri di diversi autori locali che sostenevano l’autenticità dei Tucson artifacts, apparve chiaro che si trattava di una bufala. Probabilmente, ma non venne mai dimostrato, orchestrata dallo stesso scopritore, Manier e dai suoi famigliari. Ma, nonostante la comunità archeologica e scientifica non abbia alcun dubbio sulla falsità, la Spada di piombo e gli altri Tucson artifacts sono esposti all’Arizona History Museum di Tucson.

Ma dal Nord America non arrivano solo vergognosi falsi. A volte i manufatti sono autentici ma dubbie sono le circostanze della “scoperta” oppure sono errate le attribuzioni e le datazioni. E tutto ciò riguarda in particolar modo i Vichinghi.

Le antiche “Groenlendinga Saga” (“Saga dei Groenlandesi”) e “Eirik Saga” (“Saga di Erik il Rosso”) narrano le gesta e gli avventurosi viaggi di Leif Erikson e di altri vichinghi islandesi e norvegesi nelle terre a occidente della Groenlandia (la “Terra verde” scoperta dal padre di Leif, il famigerato furfante Erik il Rosso).

A Gimli, Manitoba (Canada), non lontano dalla Baia di  Hudson è stato eretto questo fantasioso (con svarioni filologici come le famigerate corna sull’elmo)  “Monumento al Vichingo”. Lo scopo è stato sia quello di ricordare le origini scandinave di molti degli attuali abitanti della cittadina, sia quello di onorare le esplorazioni che gli Uomini del Nord compirono in America settentrionale attorno all’Anno Mille. – fonte web

Poco prima dell’Anno Mille, Leif salpò dalla Groenlandia e deciso a trovare una serie di terre, credute isole, già avvistate attorno al 986 d.C. circa, da Bjorn Herjulfsson, un altro navigatore vichingo spinto fuori rotta da una burrasca. Leif ed i suoi compagni avvistarono prima un terra piatta e coperta da ghiacci che chiamò Helluland (forse l’Isola di Baffin), poi una costa con basse colline ricoperte da immense foreste e la chiamò Markland (letteralmente “Terra delle foreste”, quasi certamente si trattava del Labrador in Canada). Ed infine sbarcò in quello che, a uomini abituati alle distese ghiacciate ed innevate della Groenlandia, sarà parso una sorta di Paradiso Terrestre. Era il Vinland. La “Terra del vino”. Il luogo in cui cresceva la vite selvatica. Dopo che Leif tornò indietro e raccontò quanto scoperto. Altri lo imitarono. Come il fratello Thorvald, che nel Vinland trovò anche la morte a causa di una freccia scoccata dai nativi. Ed ancora l’altro fratello Thorstein e Thorfinn Karlsefni.

Monumento all’esploratore Vichingo Leif Erikson davanti alla Hallgrimskjrkia a Reykjavik in Islanda – fonte Wikipedia.

Sia chiaro che oggi nessuno mette in dubbio che quei coraggiosi navigatori scandinavi siano arrivati in America circa 5 secoli prima di Cristoforo Colombo. Tra tutti quei soggetti elencati all’inizio, i Vichinghi sono gli unici per i quali esistano incontrovertibili prove archeologiche del successo della traversata atlantica. E questo dopo le straordinarie scoperte effettuate negli anni ’60 del XX secolo dalla coppia di archeologi norvegesi Helge Ingstad ed Anne Stine, presso l’Anse aux Meadows, sull’Isola di Terranova in Canada. Sito le cui caratteristiche topografiche coincidono con le descrizioni del Vinland delle saghe vichinghe. I due coniugi stupirono il Mondo e sconvolsero il quieto laghetto della comunità scientifica internazionale, riportando alla luce un villaggio indubbiamente scandinavo. Con tanto di case, fucina, magazzini, granai ed altri manufatti; come chiodi, pezzetti di ferro e di rame. L’analisi dei reperti organici tramite il metodo del radiocarbonio (C14) indicò come più probabile data della fondazione dell’insediamento proprio l’Anno Mille. Sebbene non sia stato possibile dimostrare che quello di Anse aux Meadows sia proprio dell’accampamento di Leif e compagni, la percentuale di probabilità è comunque molto vicina al 100%.

L’espansione e i viaggi commerciali e di esplorazione degli “Uomini del Nord” dall’VIII all’XI secolo.

Ma fino agli scavi archeologici a Terranova, tutte le “prove” della scoperta dell’America da parte dei Vichinghi, non fecero altro che scatenare infuocati dibattiti, rovinando anche affermate e solide reputazioni accademiche e finendo per dimostrarsi clamorose “bufale”. La più celebre è certamente la “Kensington Stone”. Si tratta di una pietra (76x41x15 cm, pesante circa 90 chilogrammi) rinvenuta nel 1898 presso l’omonima località del Minnesota negli Stati Uniti, che reca inciso un testo runico.

La celebre ma falsa “Pietra runica di Kensington”, Si tratta di un blocco di pietra pesante 90 chilogrammi con rune incise sia sul fronte che sul lato. La stragrande maggioranza degli esperti di linguistica scandinava la considera una bufala. Solo gli abitanti della comunità di Kensington, peri quali la “Pietra” è diventata un simbolo identitario, continuano a ritenerla autentica.

Secondo il “mito” della “Kensington Stone”, questa sarebbe stata scoperta verso la fine del 1898 da un contadino di origini svedesi, Olof Ohman, mentre dissodava un terreno di sua proprietà presso l’insediamento di Kensington, nella contea di Douglas in Minnesota (USA). Il testo runico racconterebbe di una spedizione di norvegesi e svedesi nel 1362 (quindi oltre 3 secoli dopo i viaggi di Leif e compagni) nel Vinland. Non è questa la sede per sviscerare la complessa vicenda della “Kensington Stone”. Basterà ricordare che l’autenticità della “Kensington Stone” è stata sottoposta ad un’altalena di conferme e smentite. Oggi, con buona pace di alcuni nazionalisti scandinavi che continuano ad affermare pervicacemente il contrario, è ritenuta unanimemente nient’altro che un falso.

Leggermente diverse e decisamente più complesse sono le vicende relative ad alcune “Spade Vichinghe”

Il primo caso è quello della cosiddetta “Spada di Ulen”, rinvenuta nel 1911 da parte di un contadino di origine scandinava, Hjalmar Holand, mentre era intento a scavare nel proprio podere a circa tre miglia a ovest della cittadina di Ulen in Minnesota (stesso stato in cui tredici anni prima era stata “scoperta” la “Kensington Stone”). Una volta riportato alla luce ed informata la stampa e le autorità, il manufatto venne subito identificato come una “Spada Vichinga”. In realtà, sebbene non ci fossero dubbi sulla genuinità del ritrovamento e sul fatto che la spada non fosse una imitazione, il problema era che qualsiasi persona con un minimo di infarinatura di conoscenza di armi bianche, sia sarebbe accorta che non poteva essere un’arma scandinava e nemmeno europea del Medio Evo.

La Spada “non Vichinga” di Ulen – Minnesota, USA – disegno di G Pavat 2018

Oggi, sebbene sia ancora esposta nel piccolo museo cittadino, gestito dalla “Ulen Historical Society”, non vi è alcun dubbio che si tratti di un’arma da cerimonia progettata nel 1794 in Francia da Louis David per i cadetti dell’Ecole de Mars di Parigi. In particolare, l’esemplare rinvenuto da Holand venne realizzato agli inizi del XIX secolo a Philadelfia. Come ci sia poi finita in un campo del Midwest rimane un mistero.

Ancora più complicata è la vicenda della famigerata “Spada di Beardmore”. Venne scoperta negli anni ’30 del XX secolo, assieme ad altri oggetti in ferro (una testa d’ascia e un pezzo di ferro, forse parte di uno scudo), presso l’omonima località situata nello stato canadese dell’Ontario. Quando questi reperti vennero presentati all’attenzione della comunità scientifica e dell’opinione pubblica nordamericana, il dibattito sulla storicità dei viaggi di Leif e sull’autenticità della “Kensington Stone”, era molto seguito. La storia iniziò quando, il 3 dicembre 1936, un archeologo dilettante, James Edward Dodd, originario di Port Arthur, cittadina dell’Ontario, vendette per 500 dollari canadesi (cifra notevole all’epoca) al curatore del Royal Ontario Museum (ancora oggi è il più importante museo canadese), Charles Trick Currelly, un gruppo di manufatti in ferro. Dodd raccontò di averli rinvenuti il 24 maggio 1931, mentre scavava alla ricerca di oro a sud-ovest di Beardmore. Disse di averli inizialmente scambiati per oggetti dei nativi americani e soltanto in seguito si sarebbe reso conto che poteva trattarsi di ben altro. Decise così di venderli al Royal Ontario Museum. Charles Il curatore Trick Currelly credette al racconto di Dodd e dopo aver esaminato attentamente gli oggetti portati da Dodd, li ritenne autentici manufatti vichinghi. Ma non solo. Inviò foto della Spada e della testa d’ascia a diversi esperti archeologi europei e tutti furono concordi nel confermarne l’autenticità. La Spada di Beardmore venne esposta al Museo e divenne un epico simbolo di una ipotetica spedizione vichinga all’interno del continente americano. Secondo James Watson Curran, editore del The Sault Ste. Marie Star, la scoperta dimostrava “la presenza di sepolture vichinghe nella regione” e tenne molte conferenze sull’argomento, durante le quali affermava di continuo che “Un Uomo del Nord era morto nell’Ontario novecento anni prima”.

La Spada di Beardmore conservata al Royal Ontario Museum – Canada – dis G Pavat 2018
Una vera spada Vichinga conservata all ‘Universitetets Oldsaksamling di Oslo in Norvegia – disegno di G Pavat 2013.

Ma oltre all’entusiasmo cominciò a diffondersi anche un concreto scetticismo. Venne stigmatizzata la rapidità con cui il curatore del Royal Ontario Museum, aveva creduto al racconto di Dodd. Inoltre diversi archeologi arrivarono ad ipotizzare che il presunto scopritore avesse acquistato la spada e gli altri reperti (indubbiamente vichinghi, su questo tutti gli archeologi e storici erano tutti d’accordo) da qualche immigrato scandinavo e li avesse poi sepolti per simulare il rinvenimento. Il colpo definitivo alla credibilità della vicenda lo diede nella seconda metà degli anni ’50, il figlio di James Edward Dodd. Nel 1957, infatti, Walter Dodd dichiarò che il padre aveva trovato la Spada e gli altri reperti non a Beardmore ma nelle fondamenta di una casa che stava ristrutturando al civico 33 di Macher Street a Port Arthur. Travolto dallo scandalo, il prestigioso Museo di Toronto ritirò i reperti dall’esposizione al pubblico.

L’archeologo e antropologo statunitense Edmund Carpenter rincarò la dose, arrivando ad accusare la direzione del Museo di sapere da tempo che il racconto di Dodd era una panzana e di essere, addirittura, a conoscenza del nome del nave (non un drakkar medievale ma un bastimento del XX secolo) con cui nel 1923, come dichiarato dallo storico Donald Logan, gli oggetti norreni erano giunti in Canada dalla Scandinavia. Oggi, la Spada, che nonostante non possa essere chiamata “di Breadmore”, è appartenuta veramente ad un guerriero vichingo, sembra sia di nuovo esposta in una vetrina del Royal Ontario Museum. Per sincerarsene non rimane che andarlo a visitare.

Leif Erikson scopre l’Amercia – quadro di Christian Krogh (1852-1925) – National Gallery – Oslo in Norvegia

Ma in America settentrionale, non solo spade ma pure un’altra arma vichinga è stata “scoperta” tra grandi clamori per poi dimostrarsi di tutt’altra (ma non meno interessante) natura. Si tratterebbe (secondo chi l’ha scoperta) della rappresentazione di un martello. E che martello! Addirittura quello del dio nordico Thor, il dio del Tuono e del Fulmine, figlio di Odino signore e padre di tutti gli Asi. Ovviamente Mjöllnir non è l’unica arma degli dei nordici. Odino aveva la magica lancia “Gungnir”, mentre Týr (dio della guerra assimilabile all’Ares-Marte greco-romano) disponeva di una spada dai poteri straordinari.

Il Martello di Thor si chiama Mjöllnir, che in norreno significa letteralmente “Il Frantumatore”. In islandese moderno si chiama Mjölnir, in danese Mjølner, in norvegese Bokmål Mjølner, in norvegese Nynorsk Mjølne, in svedese Mjölner,

Secondo l’islandese Snorri Sturluson, autore della cosiddetta “Edda in prosa” del XIII secolo, Mjöllnir sarebbe stato fabbricato dall’elfo Sindri (secondo altre versioni dai nani) e donato a Thor da Odino stesso.

“…[Mjöllnir] sarebbe stato in grado di colpire quanto fermamente volesse, qualsiasi fosse il suo bersaglio, e il martello non avrebbe mai fallito, e se lanciato a qualcosa, non l’avrebbe mai mancato e non sarebbe mai volato tanto lontano dalla sua mano da non poter tornare indietro, e, quando lo avesse voluto, esso sarebbe diventato tanto piccolo da poter essere custodito sotto la tunica.

Se Odino era il “padre” degli Asi, Thor era il protettore del mondo degli Uomini contro le Forze del Male, i giganti, i mostri, ma pure i fenomeni naturali come il freddo, le frane, la fame e le malattie. Per questo Thor fu certamente la divinità più popolare tra le genti nordiche. Lo testimoniano i diversi toponimi in cui compare il nome della divinità (ad esempio la capitale delle isole Fær Øer si chiama Tórshavn) e, soprattutto, il fatto che il suo attributo iconografico, ovvero Mjöllnir, divenne un oggetto ornamentale sia maschile che femminile. Non si contano i monili tornati alla luce nel Nord Europa che raffigurano il mitico martello.

Lo stemma della città di Thórshavn, capitale delle Fær Øer.

“Mjöllnir, che i Thursi della brina ed i giganti delle montagne riconoscono quando arriva attraversando l’aria, e questo non deve stupire, perché ha spaccato il cranio a molti dei loro padri e parenti”

(Snorri Sturluson)

Recentemente sull’isola baltica tedesca di Rügen è stato rinvenuto mediante metal detector un vero e proprio tesoro legato al sovrano vichingo Harald “Denteazzurro” (vissuto nel X secolo) composto da monete, collane, spille, anelli ed una sorta di pendaglio, probabilmente un amuleto, a forma di Mjöllnir.   

Illustrazione da Nordisk familjebok di un monile a forma di “Martello di Thor” rinvenuto sull’isola baltica di Öland e attualmente esposto all’Historiska Muséet di Stoccolma.

Anche su alcune pietre runiche è stato scolpito Mjöllnir, come quella di Stenkvista (Eskilstuna) nel Södermanland in Svezia.

La Pietra Runica di Stenkvista nel Södermanland in Svezia su cui è inciso il “Martello Thor” – foto G Pavat 2013.
Mjollnir a guisa di Axis Mundi su iscrizione runica di Aby – Uppland – Svezia

Ed è proprio un monumento litico quello che ci interessa a proposito di “armi vichinghe” “scoperte” nel Nord America. Nel 1964, l’archeologo Thomas Edward Lee durante una spedizione archeologica nella penisola dell’Ungava nello stato canadese del Quebec, incappò in una struttura indubbiamente opera dell’uomo, formata da tre grandi blocchi di roccia posti uno sopra l’altro. Il primo è una sorta di colonna verticale che, misurando oltre 2 metri, è anche il più grande. Il secondo è un monolite posto in opera orizzontalmente ed è largo 1,3 metri. L’ultimo blocco è il più piccolo e misura solo 40 centimetri. L’intero monumento litico è alto 3,3 metri e di fatto assomiglia vagamente ad una croce, tanto che qualcuno lo chiama, appunto, la “Croce di Undava”. Ma a Thomas Edward Lee sembrò invece un martello e lo battezzò “Martello di Thor”, identificandolo come un manufatto realizzato da antichi esploratori vichinghi giunti nella regione attorno all’Anno Mille. Dopo decenni di dibattiti, gli studiosi sono giunti alla conclusione che il manufatto megalitico non è assolutamente opera dei Vichinghi ma della Cultura dei Nativi. In pratica sarebbe una sorta di segnacolo del territorio, un Inukshuk eretto anticamente dal popolo degli Inuit oppure da altre popolazioni della zona artica dell’America settentrionale.

Il monumento megalitico coto come “Martello di Thor” si trova sulla riva settentrionale del fiume Arnaud (un tempo noto come fiume Payne), circa 23 km sopra Payne Bay, vicino alla costa occidentale della baia di Ungava, nella penisola di Ungava nello stato del Quebec. – fonte Wikipedia

Infatti, simili manufatti sono stati rinvenuti in Alaska, Canada e Groenlandia. Oltre allo scopo pratico di costituire punti di riferimento in vastissime regioni pianeggianti che non ne hanno di naturali, questi manufatti hanno un profondo significato simbolico che affonda le radici nella cultura e nelle tradizioni di quelle popolazioni autoctone. Non per nulla un Inukshuk decora la bandiera della regione di Nunavut in Canada.

E dopo Romani e Vichinghi, concludiamo questa carrellata di antiche spade “americane” con quelle impugnate dai membri del celebre Ordine Monastico-cavalleresco dei Templari. Come è noto, fondati nel 1118 (questa è la data accettata dalla stragrande maggioranza dei medievisti) a Gerusalemme, i Cavalieri dai Bianchi Mantelli divennero potentissimi tanto da diventare, due secoli dopo, un problema per i nascenti Stati “nazionali”. Fatti oggetto di infamanti quanto false accuse, furono arrestati in Francia nella livida alba del Venerdì 13 ottobre 1307. Dopo anni di estenuanti processi ed indicibili torture, la parabola dell’Ordine si concluse con i roghi del 18 marzo 1314 su un isolotto della Senna, in cui troverà la morte, tra gli altri, anche l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay. Negli ultimi due secoli (con particolare intensità nei decenni a cavallo dell’Anno 2000) diversi autori e ricercatori (o sedicenti tali) hanno ipotizzato che i Templari avessero fondato delle colonie segrete nelle Americhe ed alcuni di loro vi avrebbero trovato rifugio dopo il 1307. Insediamenti che sarebbero stati cercati anche dai primi esploratori europei nel XV secolo. Come al solito sono state prodotte “prove” a sostegno di tale affascinante tesi che però non hanno retto a serie verifiche e riscontri. In questa sede tralasceremo tutte quelle strutture che in molti “ritengono” medievali europee.

Qualche dubbio rimane a proposito della “Torre di Newport”. Si tratta di una costruzione in pietra alta oltre sette metri, avente un diametro esterno di sette metri ed interno di cinque. Poggia su otto colonne separate da otto archi a tutto sesto. Aveva sicuramente due piani, oggi scomparsi. La presenza del “principio ottonario”, ha spinto alcuni studiosi a collegarla a chiese e battisteri ottagonali sorti nella cristianità anche su impulso del Tempio. In realtà il manufatto è quasi certamente da ascrivere all’epoca coloniale. Benedict Arnold governatore del Rhode Island, nel proprio testamento del 24 dicembre 1677, cita il “mio mulino di pietra”. E, guarda caso, “Old Stone Mill” veniva chiamata la costruzione di Newport. Ma non si hanno documenti che attestano che sia stata eretta proprio dal governatore. Forse esisteva già e venne riutilizzata. La “Torre di Newport” è stata anche attribuita agli unici di cui è stato archeologicamente provato l’arrivo in America; i Vichinghi” (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

L’enigmatica Torre di Newport (Rhode Island – Usa).

Pertanto parleremo solo di quelle “prove” che rientrano tra gli argomenti di questo libro. Infatti, qua e là negli odierni Stati Uniti d’America e Canada, sono state rivenute armature, elmi e armi. Tutti questi reperti si sono dimostrati effettivamente medievali ma acquistati da antiquari e seppelliti a bella posta per creare il sensazionale scoop. Tutti tranne due casi. Uno, purtroppo non potrà mai più essere verificato, l’altro è ancora al centro di un (manco a dirlo) infuocato dibattito.

SPEAK! speak! thou fearful guest,

Who, with thy hollow breast

Still in rude armor drest,

Comest to daunt me!

Wrapt not in Eastern balms,

But with thy fleshless palms

Stretched, as if asking alms,

Why dost thou haunt me?”

(Henry Wadsworth Longfellow “The Skeleton in Armor“, 1841)

Henry Wadsworth Longfellow fotografato da Julia Margaret Cameron nel 1868 – fonte Wikipedia.
A sinistra disegno dello “Scheletro in armatura” realizzato al momento della scoperta. A destra; la copertina dell’edizione del 1877 del  Poema  “The Skeleton in Armor” di Henry Wadsworth Longfellow

Il primo caso riguarda la casuale scoperta di uno scheletro in armatura associato ad altri manufatti in metallo (sarebbe stata trovata anche una spada, ma tale la circostanza non è certa), corteccia e stoffa, avvenuta nel 1832 nei pressi della cittadina di Fall River, nella contea di Bristol nello stato americano del Massachusetts.

“….the head being about one foot below what had been for many years the surface of the ground, the surrounding earth was carefully removed and the body found to be enwrapped in a covering of coarse bark of a dark color. Within this envelope were found the remains of another of coarse cloth, made of fine bark and about the texture of a Manilla coffee-bag, on the breast was a plate of brass, thirteen inches long, six broad at the upper end and five at the lower. This plate appears to have been cast, and is from one-eighth to three thirty-seconds of an inch in thickness, it is so much corroded that whether or not anything was ever engraved upon it has not yet been ascertained. It is oval in form, the edges being irregular, apparently made so by corrosion”.

“….la testa è circa un piede sotto quella che era stata per molti anni la superficie del terreno, la terra circostante fu accuratamente rimossa e il corpo trovato avvolto in una copertura di corteccia ruvida di un colore scuro. All’interno di questa busta furono trovati i resti di un altro tessuto ruvido, fatto di corteccia fine e della consistenza di un sacchetto di caffè Manilla, sul petto c’era una lastra di ottone lunga tredici pollici, sei larga all’estremità superiore e cinque a il più basso. Sembra che questa lastra sia stata colata, e abbia uno spessore compreso tra 1/3 e 3 trenta secondi di pollice, ed è talmente corrosa che non è stato ancora accertato se qualcosa è stato inciso o meno su di esso. È di forma ovale, i bordi sono irregolari, apparentemente fatti per corrosione”.

(John Stark, avvocato di Galena, Illinois, descrizione pubblicata sull’American Magazine of Useful and Entertaining Knowledge, 1837)

La scoperta fu così clamorosa che persino il grande scrittore e poeta nordamericano Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) la immortalò nel poema “The Skeleton in Armor“, pubblicato per la prima volta in “The Knickerbocker” di Lewis Gaylord Clark nel 1841. Ma dal Poema (in cu nomina anche la “Torre di Newport”) si evince che, al contrario della maggior parte di suoi contemporanei, Longfellow riteneva che i resti fossero quelli di un vichingo e non di un cavaliere (magari Templare) medievale o addirittura un fenico o un egizio. Si ignora se fosse venuto a conoscenza di prove certe in tal senso o se era semplicemente una sua ipotesi. Rimane il fatto che, purtroppo, lo “scheletro in armatura” andò distrutto nel 1843 nell’incendio del Fall River Athenaeum in cui era conservato. Pertanto non è più possibile svolgere accertamenti, anche se dalle descrizioni dell’epoca (pare che la tanto enfatizzata armatura non fosse altro che una piastra di ottone posta sul torace) oggi l’”Archeologia ufficiale” è propensa a ritenere che lo scheletro appartenesse ad un nativo americano.

La “Carta da navegar de Nicolò et Antonio Zeni”, pubblicata a Venezia nel 1558.

“Da sempre” i cittadini di Westford, tranquilla località del Massachusetts nel New England, sono a conoscenza dell’esistenza di un grande masso erratico su cui sarebbe scolpita la figura di un guerriero medievale con tanto di elmo, armatura e spada. Per molto tempo, gli archeologi locali hanno pensato che, quella che nell’immaginario collettivo americano era diventata la “Pietra del Cavaliere di Westford, riproducesse appunto un Templare morto in America. Oggi, dopo decine di libri, documentari, film e falsi scoop, si ritiene che la “Pietra” non sia altro che la lapide tombale di Sir William Gunn (è stata addirittura identificata la sua arma araldica sul masso) compagno di viaggio di Henry Sinclair. Il nome dei Sinclair è legato alla famosa “Rosslyn Chapel”, tra Edimburgo e Glasgow. Diventata negli ultimi decenni quasi una “Sancta Sanctorum” di tutto ciò che è misterioso e templare, e per questo motivo, visitatissima meta turistica del Regno Unito. Ad esempio vi sarebbero conservate, scolpite nella pietra, alcune delle prove dello sbarco in America da parte dei Templari. Ad esempio, alcuni bassorilievi rappresenterebbero le piante americane di aloe e di mais. Ma i Templari non centrano nulla con l’edificazione di “Rosslyn Chapel”, che si deve, invece al duca Henry Sinclair. Costui si inventò un’ascendenza Templare per nobilitarsi ulteriormente. Quanto ai bassorilievi che hanno tolto il sonno a tanti, rappresentano davvero pannocchie ma è provato senza ombra di dubbio che fanno parte dei rifacimenti settecenteschi voluti da William Sinclair, diventato Maestro della Loggia massonica Scozzese.

L’Arma araldica di Henry Sinclair, Earl of Orkney.

Henry Sinclair è stato coinvolto anche nella misteriosa ed affascinante vicenda del “portolano” e del racconto contenuti nel discusso libro “Carta da navegar de Nicolò et Antonio Zeni”, pubblicato a Venezia nel 1558. Si tratta del resoconto dei viaggi e delle avventure nell’Atlantico settentrionale che i due fratelli veneziani Nicolò ed Antonio Zeno (realmente esistiti) avrebbero compiuto tra il 1380 ed il 1398. Dal racconto emerge che i due avrebbero incontrato un sovrano dal nome “Zichmi”, assieme al quale sarebbero salpati per esplorazioni ed assalti a isole e terre sconosciute ed addirittura l’avrebbero aiutato a fondare una colonia in un “Nuovo Mondo”.

Una delle interpretazioni dei segni sul masso di Westford . Vi è stata ravvisata la figura di un guerriero medievale europeo – disegno G Pavat 2018.

Da tempo, gran parte della critica moderna ritiene che la “Carta” sia “verosimilmente attendibile”, ma pure che i due coraggiosi veneziani non si siano spinti oltre la Groenlandia e l’Islanda (impresa comunque notevole) e che i territori e regni descritti vadano cercati tra i vari arcipelaghi scozzesi e delle Faer Oer. Ma molti studiosi e ricercatori, soprattutto anglosassoni, sono convinti che il sovrano “Zichmi” sia in realtà il nome storpiato di Henry Sinclair e che questo sia davvero sbarcato in America assieme ai Zeno (che poi tornarono a Venezia lasciandoci il loro resoconto di quei viaggi favolosi) addirittura con 300 Cavalieri Templari. Ovviamente appare inutile far notare a costoro che alla data dell’ipotetico approdo, il Tempio non esisteva più da quasi 70 anni. La risposta è che l’Ordine sarebbe sopravvissuto segretamente in Scozia, anche grazie alla protezione del Clan dei Sinclair. Negli ultimi decenni, in tantissime località canadesi e statunitensi della costa atlantica (ad esempio Guysborough in Nova Scotia) sono sttai inaugurati monumenti commemorativi del presunto sbarco.

Per una puntuale e seria disamina dei viaggi dei Fratelli Zeno si consigliano due documentatissimi e avvincenti libri. “Phantom Islands” (edizione italiana “Le isole fantasma“, Piemme, 1997) del navigatore e scrittore americano Donald S. Johson, e “Irresistibile Nord” dell’italiano Andrea di Robilant (Corbaccio 2012).

L’incisione della Spada medievale sulla “Pietra di Westford” .

Ma tornando al “Cavaliere di Westford”, la pietra non solo non immortala affatto l’effige di Sir William ma non rappresenta proprio nulla. Quella che sembra la forma di un guerriero medievale è dovuta ai graffi prodotti dall’incessante e millenari a opera di sfregamento dei ghiacciai nordamericani. Senza escludere poi qualche abile ritocco. Infatti, la critica più seria ma, al contempo più aperta mentalmente, (atteggiamento culturale che condivido; bisogna essere scettici ma possibilisti; infatti credere a nulla o a tutto non ha alcun senso, non serve proprio a niente) allo stato attuale degli studi ritiene che almeno la Spada (che si vedrebbe sul masso di Westford) sia effettivamente stata incisa da mano umana.

Rimane da capire “quando” e “da chi” sarebbe stata realizzata. Ma se non rimanesse qualche mistero che gusto ci sarebbe?

(Giancarlo Pavat)

Prossimamente

sulla tematica delle “Spade” misteriose, magiche, leggendarie e altre armi bianche “curiose”…

Il libro.”A SPADA TRATTA” di Giancarlo Pavat & Roberto Volterri.

mmagine sopra: Il moderno monumento eretto all’ipotetico sbarco di Henry Sinclair a Guysborough in Nova Scotia – Canada – foto Wikipedia. Immagine in basso: Giancarlo Pavat nella Sala Vichinga dell’Historiska Museet di Stoccolma – foto Sonia Palombo 2013

FONTE: IL PUNTO SUL MISTERO

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